DEMONI

Serie: REALTÀ NASCOSTE


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Arkon ricorda la notte del furto ma poi...il buio. Decide quindi di andarsene da quella strana grotta ma inutilmente, perdendo di nuovo conoscenza, per ritrovarsi ancora nel bosco avvolto dalla nebbia. Decide allora di seguire il sentiero, finchè non si imbatte in una costruzione che nasconde...

Sceso al piano inferiore, rimase impietrito dallo stupore. Lì, sottoterra, si apriva un’immensa radura pianeggiante con sullo sfondo un bosco luminoso. I rami rigogliosi degli alberi stavano ondeggiando come mossi da un vento forte, brillando in milioni di piccoli puntini azzurri.

«Ma come è possibile?» Arkon cercava inutilmente di trovare una spiegazione razionale a tutto ciò. Lì sotto sembrava presentarsi una copia alterata del mondo di superficie. Non era un miraggio. Controllò ulteriormente alzando lo sguardo: effettivamente sopra di lui non c’era il cielo, ma terra spessa.

Avanzò in direzione del bosco, attraversando una buona metà della spianata erbosa, ancora incredulo. Eppure…Eppure sembrava tutto così reale. Anche quel brontolio sinistro alle sue spalle, che ora stava mutando in un vero e proprio ruggito. D’istinto, si voltò. Di nuovo.

E di nuovo non era riuscito a rispettare la sua regola, quella regola che non ricordava il perché, ma era importante: non voltarsi, mai, qualunque cosa accada. Era la seconda volta che ci cascava e ora forse iniziava a comprenderne il significato. Ebbe un’epifania: i demoni. Era possibile che in qualche modo riguardasse il ritorno dei demoni che aveva sepolto tanto tempo fa, da bambino? Che aveva sepolto, riflettè, non sconfitto.

Nel mondo in cui si trovava adesso quelle creature avevano la facoltà di palesarsi, e quindi erano pericolose sul serio. Doveva sconfiggerle per poter sopravvivere, ma come?

Intanto il demone lo stava sovrastando, minaccioso e feroce. Aveva le carni del torace consumate, tanto che fuoriuscivano le costole, e il tronco era costituito dalla sola spina dorsale. La testa, costellata da numerosi corni appuntiti, era protesa in avanti, tesa e grifagna. Con lo sguardo severo che sapeva di un’ancestrale malvagità, il mostro ora si era librato in volo, dispiegando due ampie ali nere da pipistrello, fluttuando davanti ad Arkon prima dell’attacco.

L’uomo voleva affrontarlo, ma aveva paura. Non era ancora abbastanza forte. Non era riuscito ad avere la meglio con il demone tentacolare dell’ingordigia prima, e ora era sicuro che non sarebbe riuscito a sconfiggere quel demone della durezza di cuore. Il suo pensiero per un attimo andò a tutto il male che aveva fatto agli altri, all’indifferenza stessa che lo aveva consumato senza che nemmeno se ne accorgesse.

D’altro canto voleva sopravvivere, ad ogni costo: era necessario che quel demone non lo imprigionasse nel suo passato.

Doveva dunque muoversi, e in fretta. Così corse più veloce che poteva verso il bosco, pregando che quell’essere alato non riuscisse a raggiungerlo. Una volta dentro l’intrico di alberi, continuò la sua corsa finchè non sentì il cuore scoppiare. Si appoggiò contro un tronco, stremato. Girò la testa, sperando di non vederlo. Nessuno. Fortunato. Era riuscito a seminare il demone. Scivolò giù con la schiena, contro l’albero. E si addormentò.

Accovacciato accanto a lui, Luvart lo stava fissando. Quando finalmente lo vide riprendersi, gli chiese subito se andava tutto bene.

«Cosa…cosa mi è successo?»

«Eh, mi a che è svenuto di nuovo.»

«Oh, si…ricordo. Una serie infinita di tunnel e caverne. Mi sono messo a correre cercando l’uscita, ma…che diavolo di posto è questo? E poi…il demone…» Arkon era confuso. Sperava che Luvart avesse una risposta, almeno riguardo la grotta nella quale si trovavano. Invece l’altro si fece improvvisamente scuro in volto e spense lo sguardo a terra.

«Non si preoccupi. La condurrò all’uscita, se così desidera. E dopo le sarà tutto più chiaro. Ma adesso mangi qualcosa.»

Luvart gli porse un panno con all’interno del pane e alcune nocciole, oltre ad un bicchiere in terracotta. Arkon accettò volentieri il cibo. In effetti era da tanto che non metteva qualcosa sotto i denti e gli era venuto un certo appetito. Bevve un gran sorso della bevanda contenuta nel bicchiere; aveva uno strano sapore dolciastro ma non gli dispiaceva affatto. Quindi diede un morso al pane. «Grazie.» Non capiva, però, come mai Luvart lo stesse fissando ancora in maniera così insistente.

Finchè successe qualcosa. E gli venne un terribile sospetto. Cominciò a non sentire più le gambe, e le braccia gli caddero mollemente ai lati del corpo. Era vigile, ma non riusciva a muovere i muscoli della faccia, né tantomeno parlare. Si lasciò scivolare lungo la parete rocciosa, come un burattino al quale erano stati tagliati i fili. Perché quell’uomo l’aveva drogato? Non capiva. Era smarrito. Sgranò gli occhi come se quel gesto fosse sufficiente per spingere l’altro a fornirgli una spiegazione.

Luvart si limitò solo ad assicurarsi che l’uomo fosse completamente inerme e si allontanò subito dopo, congedandosi con un: «Lo so che adesso non comprende la sua condizione. Ma, come le ho detto poc’anzi, le sarà tutto più chiaro fra un po’.»

Lasciato Arkon, si diresse in fondo alla galleria, per poi proseguire in quel labirinto con passo spedito e sicuro, come se il percorso gli fosse familiare. Giunto a metà dell’ennesimo tunnel si fermò all’improvviso presso una delle torce fiammeggianti. La controllò per qualche istante e poi, dopo averla afferrata, tirò verso il basso. Un rumore cavernoso anticipò lo spostamento della roccia, che liberò uno stretto passaggio che dava sull’esterno.

Luvart venne investito da un vento tiepido. Era notte e le stelle rendevano il cielo senza nubi come un velluto nero sopra il quale sembravano stati sparpagliati innumerevoli brillanti. La luna calante emanava una fioca luce e, se non fosse stato per le stelle, l’oscurità non avrebbe permesso di distinguere nulla.

L’uomo attese che la sagoma d’ombra che si stava staccando dal bosco lo raggiungesse.

«Rivelati e onora il tuo Padrone!»

A quelle parole Luvart iniziò a scuotersi come in preda a degli spasmi incontrollabili, sempre più intensi. Emise un lungo urlo bestiale, roco e profondo, strappandosi di dosso i vestiti e la pelle come un serpente che cambia la muta. Ne emerse un essere raccapricciante, fatto solo di tendini e muscoli aggrovigliati, con le mani arigliate e gli occhi rossi senza pupille infossati nelle orbite. Ruggì nuovamente, mostrando gli aguzzi canini.

Il demone dunque si inginocchiò davanti al dott. Olivier.

Serie: REALTÀ NASCOSTE


Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Fantasy

Discussioni

  1. Ciao Nicola! Bellissimo il modo in cui hai descritto il bosco sotterraneo. Sei stato conciso, minimale ed efficace. Più che l’horror o il fantasy, io amo il surreale e il realismo magico, la suggestione di mondi dentro ad altri mondi, l’impossibilità di esprimerli – un po’ come i quadri di Magritte – e quella scena era già di per sé un gioiellino che mi sarei gustato in una raccolta di micro racconti👏🏻

  2. Mi sono piaciute molto le descrizioni ambientali, creano una bella atmosfera e delle immagini molto nitide.
    Inevitabile l’uso di alcuni stereotipi del genere, che, però, hai usato in maniera originale.
    Il finale lascia con la curiosità di scoprire cosa avverrà dopo. Per cui, mi fiondo sul prossimo capitolo!

  3. La tua storia possiede la bellezza di quelle che ci venivano raccontate da bambini, senza filtri e con la paura che faceva davvero paura. I mostri sono mostri e in quanto tali, sono spaventosi. Mi piace molto il tuo modo di descriverli, con tanta fantasia e la storia continua a incuriosirmi.