
Due robusti centenari
Serie: Il segreto dei dodici centenari
- Episodio 1: Simplicio
- Episodio 2: Il segreto dei dodici centenari
- Episodio 3: Il signor G
- Episodio 4: ALICE
- Episodio 5: Emme di maggio
- Episodio 6: Tziu Giulliu
- Episodio 7: Tziu Luisicu
- Episodio 8: Nonna Caterina
- Episodio 9: La signorina Tomasi Tanina
- Episodio 10: Signora maestra
- Episodio 1: Gioia mia
- Episodio 2: Zia Gavi’
- Episodio 3: Maura Melas
- Episodio 4: Due robusti centenari
- Episodio 5: Il canuto e la brunetta
- Episodio 6: La presentazione
- Episodio 7: L’amore al tempo del Covid
- Episodio 8: Il gatto è morto
- Episodio 9: Il tredicesimo centenario (parte prima)
- Episodio 10: Il tredicesimo centenario (parte seconda)
STAGIONE 1
STAGIONE 2
“Nuoro ha un corso lastricato, chiese, caffè, ecc.,
ma ciò che può interessare è l’interno del paese,
le casupole di pietra, nido o covo d’un popolo intelligente e frugale,
che lavora e vive tutto l’anno di pane d’orzo,
che crede in Dio e odia il prossimo per ogni più piccola offesa…”
All’epoca in cui Grazia Deledda scrisse queste parole il suo paese contava non più di settemila abitanti. Oggi Nuoro è una città, capoluogo di provincia, in continua espansione, con 34.500 residenti.
Orientarsi, tra i sensi unici, le nuove strade ampie e le vecchie strettoie, per un forestiero, non è sempre facile. Ci sono stata qualche giorno fa e prima di riuscire a trovare la casa di Grazia nostra, ho dovuto chiedere indicazioni a una decina di persone. Qualcuno – turista fai da te – non capiva neppure cosa stessi chiedendo. Un altro – spero di passaggio come me – mi ha guardato, perplesso, poi si è guardato intorno e la sua risposta è stata “Eh… boh!”
Un altro ancora – molto giovane – mi ha guardato storto, come se mi fossi inventata quel nome lì per lì. «Museo Grazia de… che?»
«Lascia perdere» gli ho risposto, indignata.
Infine, il tipico barbaricino incline all’accoglienza mi ha guidato con la sua Panda 4×4. Io appresso a lui, con la mia vecchia Y10 che cominciava a mostrare due occhiolini lampeggianti sul quadro motore. Uno era la spia della benzina, l’altra, arancione, non capivo nemmeno perché si fosse accesa. Era già successo un’altra volta e Leo, mio nipote, mi aveva spiegato cosa indicasse. Chissà cos’era. Va be’, niente di grave, se non è diventata rossa; quindi ho proseguito senza darle troppa importanza.
L’uomo con la Panda mi ha guidato fino alla cattedrale, distante poche centinaia di metri dalla casa natale in cui visse, per molti anni, la grande scrittrice, Premio Nobel per la letteratura 1926.
Trovare parcheggio in quella zona è stato più difficile che avere indicazioni per trovare il museo. Ho fatto il giro dell’asino tre volte, infine ho trovato uno spazio in via Tirso, tra un SUV e una moto di grossa cilindrata. Sterzando a destra e a manca, un po’ avanti e un po’ indietro, sono riuscita ad entrarci, senza rovesciare la moto e senza graffiare il macchinone nero e lucido. Brava – mi son detta – la patente me la merito ancora. Dopodiché mi sono fatta il segno della croce.
Quando ho fatto il percorso inverso, a piedi, per dirigermi in via Grazia Deledda, passando davanti al duomo dedicato a Santa Maria della Neve ho sentito l’impulso di visitarla. La sua struttura imponente, la facciata antica e ben conservata, con quattro colonne monumentali di granito, mi spingevano a conoscere anche l’architettura e il patrimonio artistico custodito al suo interno. Ricordavo vagamente che racchiudesse alcune opere di Giovanni Ciusa Romagna, ma la mia curiosità nasceva soprattutto da ciò che avevo letto poco tempo prima. Durante la costruzione della chiesa, nel 1840, morì l’architetto progettista fra’ Antonio Cano, cadendo da un’impalcatura. Poco tempo dopo morì anche il vescovo Giovanni Maria Bua, che aveva deciso di farla costruire. I lavori vennero sospesi e ripresero molti anni dopo.
Ho deciso, perciò di avvicinarmi a uno dei portali di ingresso della facciata. E un, due, tre: tutti e tre chiusi.
Va be’ – mi sono detta – sarà per la prossima volta. Così ho ripreso il cammino per raggiungere il museo che per fortuna era aperto.
La signora addetta alla biglietteria mi ha osservato in silenzio, poi mi ha detto: «Tre euro, biglietto ridotto».
Ero contenta ma, allo stesso tempo, perplessa. Non era la prima domenica del mese e non avevo esibito alcun tesserino, né come giornalista, né come invalida, né come insegnante con classe al seguito; tanto meno potevo sembrare una ragazza al di sotto dei diciotto anni. Poi ho capito: i miei anni portati male, con un sorriso smorto per nascondere i due denti mancanti, la prima e ultima tinta per capelli che risaliva a quarant’anni prima, mi hanno fatto passare per una donna over sessanta; quindi la riduzione della tariffa era dovuta a motivi di anzianità. Va be’, ci sono mali peggiori – ho pensato – A chent’annos cun salude. (1)
La casa museo è molto più grande di quanto credessi: dieci sale su tre livelli. Al piano terra l’ingresso, la cucina e due stanze addobbate con i poster degli articoli, delle pagine dei libri, di lettere, foto e documenti vari.
La cucina è stata allestita così com’era: su foghile (2) al centro, il caminetto in un angolo, con la stuoia arrotolata accanto al muro, le pentole di rame appese alla parete, le brocche dell’acqua sopra una panca, il paiolo posato sull’acquaio, su parastaggiu (3), il soffitto con le canne e il ripiano di canne appeso al soffitto, sopra su foghile.
Al primo piano la stanza delle provviste piena di viveri: cereali, legumi, castagne, grappoli di uva passa e su bratzolu (4), colmo di lardo stagionato, a pezzi. Entrando in quell’ambiente un po’ in penombra, ho avuto la sensazione di fare un salto nel passato.
Subito dopo ho visitato la sala dedicata all’assegnazione del Premio Nobel, con la pergamena, la medaglia e alcune parti del discorso pronunciato dalla Deledda durante la cerimonia. Nella stessa stanza il video proiettato sulla parete del filmato originale girato a Stoccolma il giorno dell’evento.
Al secondo piano altre due stanze; quella della memoria con altri poster, le prime edizioni dei suoi libri, altri documenti e poi una camera da letto arredata con la scrivania, il letto, la boccetta di profumo Violetta di Parma sul comò e la riproduzione dell’abito da sposa color lilla, sul manichino, accanto all’armadio.
Sono rimasta colpita e quasi estasiata dai tanti reperti recuperati nel corso degli anni ed esposti nella casa natale della scrittrice che ci abitò fino al giorno del suo matrimonio, avvenuto l’11 gennaio del 1900, per poi trasferirsi a Roma con suo marito Palmiro Madesani.
Ho sentito una grande emozione: avevo 17 anni quando mi regalarono Cosima, il romanzo autobiografico pubblicato un anno dopo la sua morte, e ne rimasi ammaliata. Una passione mai spenta. Ogni tanto, quando mi capita di scoprire uno dei suoi libri che ancora non ho letto, esulto di gioia.
Una parte annessa alla casa che mi ha dato una senso di benessere, è stato il cortile sul retro, in cui mi è parso di respirare l’aria dell’Ortobene, sotto le fronde dei due robusti lecci centenari che occupano, con le loro chiome, l’intero cortile. Sentivo, inoltre, un lieve profumo floreale, che proveniva dai tralci folti del glicine, arrampicati sul muro e attorcigliati sopra l’antico portale del cortile anteriore. Mentre ero all’aperto osservavo la piccola finestra in alto, da cui Grazia Maria Cosima Damiana contemplava il panorama del monte Ortobene, fantasticando e traendo ispirazione per i suoi racconti.
Prima di uscire dal museo la signora della biglietteria mi ha chiesto se volessi lasciare un pensiero sul registro dei visitatori. Ho scritto solo due righe semplici, ma sincere, con tutta l’ammirazione che ho avuto sempre per La Rivoluzionaria, come la definì Cecila Mangini nel suo documentario realizzato nel 2021, in occasione dei 150 anni dalla nascita della scrittrice.
Mi sentivo appagata: dopo una vita passata a correrle appresso, attraverso le sue narrazioni, finalmente ho potuto visitare la sua casa e respirare l’aria del suo giardino.
Per strada ho controllato il cellulare: mancava poco all’ora dell’appuntamento con Maura Melas, che avrebbe dovuto passare da Nuoro per recarci insieme al suo laboratorio, situato in una frazione poco distante dalla città.
Dopo aver recuperato la mia macchina, in Via Tirso, mi sono avviata velocemente verso l’ospedale San Francesco, punto in cui avevamo stabilito l’incontro. Maura mi aveva promesso di farmi conoscere Il Poeta, uno dei protagonisti del suo libro A sa beccesa.
Alle ore dodici, cioè mezz’ora dopo l’orario fissato per l’appuntamento, Maura Melas non era ancora arrivata. Ho atteso altri cinque minuti, poi l’ho chiamata. Ansiosa come sono temevo le fosse successo qualcosa.
Lei, molto gentilmente, con la sua voce delicata, di ragazza ormai abituata ad essere comprensiva nei confronti dei boomer, mi ha spiegato che ero arrivata in anticipo al nostro appuntamento, fissato per la settimana successiva.
Aveva ragione lei, mi ero confusa. E aveva ragione la signora del museo, che mi ha dato il biglietto ridotto: forse, come direbbe Leo, sono già un po’ rinco; nonostante il mio traguardo dei cento non possa ancora vederlo, neanche con un telescopio astronomico.
Quel giorno Maura Melas si trovava a Cagliari, cioè a quindici chilometri circa da casa mia.
Non ci posso credere – ho pensato – avrei potuto incontrarla senza dover fare 173 chilometri di strada statale per arrivare fino a Nuoro, e altri 173 per tornare a casa. Va be’ – mi sono detta – però ho visitato il museo della mia musa. Non ho avuto il piacere di incontrare il vecchio poeta quasi centenario ma, in compenso, ho avuto il privilegio di conoscere altri due centenari, belli e robusti, all’ombra dei quali la nostra Grazia si sedeva a pensare, ideando le sue prime novelle.
(1) A chent’annos cun salude: A cent’anni con salute.
(2) Su foghile: il focolare al centro della cucina.
(3) Su parastaggiu: l’antica piattaia.
(4) Su bratzolu: l’antica culla di legno
Serie: Il segreto dei dodici centenari
- Episodio 1: Gioia mia
- Episodio 2: Zia Gavi’
- Episodio 3: Maura Melas
- Episodio 4: Due robusti centenari
- Episodio 5: Il canuto e la brunetta
- Episodio 6: La presentazione
- Episodio 7: L’amore al tempo del Covid
- Episodio 8: Il gatto è morto
- Episodio 9: Il tredicesimo centenario (parte prima)
- Episodio 10: Il tredicesimo centenario (parte seconda)
Questo episodio parte spedito facendo venire un bel sorriso e facendoci immergere nella città più sarda della Sardegna. Ultimamente ci sono andato diverse volte a Nuoro ed effettivamente muoversi all’interno della città non è agevole, ma il fatto che sia circondata dai monti e da tutto quel verde sicuramente la rende unica qui da noi, abituati a vedere le città sul mare. Con Cosima e il museo di Grazia Deledda mi hai fatto tornare indietro al ginnasio, quando studiammo alcuni suoi libri e visitammo il museo. Ho ancora i ricordi ben impressi di quella gita. Anche questo episodio è un po’ diverso dalla trama generale della serie, però lo ritengo ben azzeccato. Mi hai fatto tornare indietro nel tempo, non solo con i miei ricordi, ma proprio con tutta l’atmosfera, mi sono ritrovato agli inizi del ‘900. La descrizione della chiesa è l’unica cosa un po’ stonante per me, più accademica che personale, mi è sembrata un po’ fredda.
Hai ragione: questi ultimi episodi hanno preso una piega un pò diversa. Gran parte di ciò che ho scritto, l’avevo appena vissuto. Non era mai stata a visitare il museo G. Deledda e sono rimasta davvero affascinata. La cattedrale era chiusa, avrei voluto visitarla, peccato. Mi sono documentata e mi sembrava interessante la breve storia della costruzione che, essendo superstiziosi, faceva pensare ad una maledizione. Probabilmente non ho reso bene l’idea della sciagurata vicenda.
Mi piacerebbe leggere di nuovo qualcosa di tuo.: un racconto, una serie, una pagina tipo diario… insomma, qualunque cosa.
Grazie, ciao.
Come puoi pensare di stancare raccontando della tua bellissima terra? Continua M. Luisa, che leggerti è sempre un gran piacere! Un abbraccio!
Grazie Giuseppe, il vostro incoraggiamento e` e sara` sempre gradito e necessario. Un abbraccio.
Un’altra boccata di aria fresca. Leggerti mi ha sempre dato questa sensazione, ma negli ultimi racconti ancora di più. Perché ci sei tu che ci sveli di te particolari divertenti, aneddoti, curiosità interessi. Con tanta autoironia che fa bene prima di tutto a noi stessi. Credo che sia la prima volta che parli della Deledda, o sbaglio? Mentre parli della visita alla casa museo mi hai veramente riempito il cuore. Io, questo desiderio non sono ancora riuscita a realizzarlo, ma prima o poi quell’aereo lo prendo. Grazie Maria Luisa per questa splendida lettura e, modestissimo parere, continua su questa linea che ti è proprio congeniale e mettici sempre pezzettini di te 🫂
Ciao Cristiana, grazie. Non immagini quanto mi rincuori questo tuo commento. Stavo dubitando che raccontarvi, in modo quasi veritiero, della mia Sardegna, in lungo e in largo, avesse iniziato a stufare i miei non tanti ma generosi lettori.
Per la tua idea di venire in Sardegna io avevo in mente qualcosa: ti mandero` dei messaggi su WhatsApp.
Un abbraccio.😘
Dunque, la ricerca continua!
Incredibile che quel giorno l’autrice fosse a pochi chilometri da casa tua: certe volte sembra proprio che l’universo abbia un malsano senso dell’umorismo! 😅
Mi è piaciuta molto questa visita nella casa della Deledda ed è veramente inconcepibile che gli stessi abitanti, a maggior ragione per essere suoi “concittadini”, non conoscano una delle figure più importanti non solo della Sardegna, ma anche della storia nazionale.
Ma, ormai, sono poche le cose che mi sorprendono davvero e questo non fa eccezione.
Aspetto con ansia il prossimo episodio, nel quale, spero, avrai finalmente incontrato la Melas!
Ciao Giuseppe, grazie. Per onesta` devo precisare che i racconti di questa serie sono semiseri, tra realta` e fantasia. Maura Melas esiste davvero, con un nome simile. Il suo bellissimo libro, uscito in libreria il mese scorso, ha un titolo un po’ diverso; se sei curioso puoi leggere la recensione del testo vero su sololibri.net a nome di Bianca Cedrina.
Un racconto che è soprattutto un’omaggio alla scrittrice che, ho capito, adori. “Grazia De… che?” la fuori la società è cosi’ e non possiamo farci nulla. Siamo pure rimasti in pochi (e vengo deriso pure da mia moglie per questo) quelli che chiedono informazioni per strada invece di chiederle al telefonino 😀
Si, credo anch’io che ormai siamo rimasti in pochi a chiedere indicazioni ai passanti; quando cerco di utilizzare l’ applicazione del telefono mi perdo ancora di piu`. L’ anno scorso, a Olbia, per raggiungere l’ albergo, ci hanno scortato i vigili; perche` tra lavori in corso, sensi unici nuovi e altri imprevisti, con Google Maps non ne abbiamo cavato piede.
Grazie Francesco per la lettura e per il commento.
AW♥! Riesci a mostrarmi luoghi che io non vedrò probabilmente mai o che comunque non ho mai pensato di visitare… Figurati che mio fratello lavora dentro la casa museo di Vincenzo Bellini, che io ho visto solo attraverso i suoi commenti ed i suoi racconti lamentosi quando ci sentiamo al telefono.
Leggendoti mi sento proprio lì, vicino a te. Non ti prendo per mano per non passare da sciocco infante emotivo. Vorrei chiederti se il profumo della scrittrice è forte o delicato e se affacciandomi dalla finestra si vede casa tua… beh, nelle giornate davvero terse e limpide. Lo sai, anche se ultimamente il computer lo accendo di rado, per mancanza di tempo, quando trovo due minuti e una notifica con un tuo scritto, beh, mi ci perdo e faccio pure tardi a lavoro! ♥
Ciao Emiliano, grazie per il tempo che mi hai dedicato e per il commento lusinghiero. Sei gentile e affettuoso come sempre. La finestra della casa museo della mia musa e` nel cuore della Sardegna, la mia e`molto piu` giu`, ai piedi dell’ isola.
Io e la mia amica Bardha aspettiamo di poter leggere altri episodi della serie sui gatti: ci piace… da matti.
Ciao, un abbraccio.
Una splendida descrizione che ci ha portati tutti a casa della rivoluzionaria, insieme a te ed alla tua Ipsilon. Grazie Maria Luisa. Fa’ controllare il motore, quella spia arancione non mi piace.
Grazie Giancarlo, la spia si e` spenta, dopo una lunga sosta; per fortuna non si e` piu` riaccesa. La mia utilitaria (non e` proprio una Y 10), i lunghi viaggi non li regge piu`: un po’ anziana anche lei, come la conducente.