
Ferri del Mestiere
Serie: Taxi N.4/28
- Episodio 1: 0,8 Millilitri
- Episodio 2: Autorimessa
- Episodio 3: Indicatori di direzione
- Episodio 4: Tetrodotossina (TTX)
- Episodio 5: Ferri del Mestiere
STAGIONE 1
Così come mai si sarebbe immaginato che sotto quel casco si trovasse una bellissima donna.
La tuta da motociclista lo aveva tratto in inganno, celandone le forme, o forse non ci fece proprio caso.
Tant’è che rimase di stucco, per un instante la vista di quel viso femmineo ed innocente lo destabilizzò.
Si chiese momentaneamente se allentare la mano, data la situazione, ma rinsavì presto e girando nella sala, rifletteva.
Lei, totalmente inconsapevole delle scelte che il destino aveva serbato per lei quel giorno, voleva giusto fare uno dei soliti giri con la sua nuova moto, comprata qualche mese prima. Una Suzuki GSX-8R, di color verde fluo, con la quale guidare per lunghi tragitti, soprattutto verso la sua amata SP17, una panoramica lunga circa 100km.
Quella strada provinciale, costiera, è una delle più caratteristiche del Sud Sardegna. Lungo i suoi tornanti, le discese o quelle repentine e pronunciate curve, si poteva ammirare lo spettacolo mozzafiato delle cale, nel loro più completo e lussureggiante splendore. Non avrebbe certo immaginato che quel giorno avrebbe tentato un sorpasso ai danni di un pazzo. Pericoloso e sociopatico, né tantomeno poté immaginare che le mani di Frank erano da anni macchiate di sangue e che, presto, sarebbe divenuta la sua nuova vittima.
«Saresti stata libera, lo sai? Libera, sì, ma non certo dai soprusi del mondo esterno, vincolata da quei meri meccanismi sociali a cui tutti obbediscono ciecamente, o dai beceri e manipolatori sistemi presenti in una malsana società come quella in cui viviamo. Però là fuori saresti comunque più al sicuro, con maggiori possibilità di gestione della tua vita rispetto alla situazione nella quale ci troviamo adesso. Ora sei come un peluche, un mio dolce e morbido pupazzo.
Inizierò a dissezionarti fino a che mi andrà, anche se non ho molto tempo rispetto a quello che pensavo.
Sì, mi aspetta un’uscita con un altra bellissima coppia, sai? Li ho trovati proprio oggi, finiti nel mio taxi e hanno scelto di venire qui con me» sogghignò iniquamente, alla donna ancora visibilmente tramortita.
Dalla cassettiera al bordo destro della stanza, tolse una sacca nera e ve la poggiò sopra.
Questa, piena di strumenti, emise un caliginoso rumore di ferraglia. Andò verso la malcapitata motociclista, e tenendola sotto le ascelle la trascinò fino al grande tavolo in metallo al centro della stanza.
Quest’ultimo, una delle sue numerose creazioni, aveva quattro fibbie in cuoio per legare mani e piedi e altre due, più grandi, poste nella zona centrale ad altezza bacino. Infierì su lei, ancora inerme, dandole una forte gomitata alla base del mento visto che non poteva permettersi nessun imprevisto durante quella fase preliminare.
Si spostò verso la parete alla sua destra, dove si trovava una vecchia e logora mensolina scassata con sopra un piccolo stereo a cassette, molto più “vintage” rispetto a quello dell’autorimessa.
Si assicurò nuovamente di aver riavvolto totalmente il nastro, così la musica avrebbe coperto un totale di circa mezz’ora per lato, e cliccò sul tasto play:
«La conosci, questa canzone?» domandò alla donna, sfottendola.
«Fa parte di una compilation che ho creato proprio la settimana scorsa, sai.
Quando mi trovo in sala operatoria non sopporto usare la connessione internet per la musica!
Sono uno più nostalgico, all’antica, direbbe qualcuno! Dovresti sentirla, mia cara, sembra fatta per l’occasione!
Direi che il caso non potesse esser più beffardo con te, e così generoso con me… » disse, ridendo, mentre infilò dei guanti in lattice, neri. «Comunque visto che non rispondi, te lo dico io. La canzone è “The Only Girl (I’ve Ever Loved)” di Joe Tex. L’album da cui proviene è molto famoso, specie ai suoi tempi, e si chiama “Be your own Judge”.
Curioso, vero? E già… » concluse Frank.
Aprì la sacca, con una interminabile cerniera presente in tutta la sua lunghezza.
Srotolò i lati, così da disporre gli strumenti perfettamente orizzontali ed in bella mostra.
Tutti precisamente catalogati, per tipologia e grandezza, nonché per suo mero gusto estetico.
Lucidissimi, scintillavano, lui se ne prendeva cura come fossero suoi figli. I suoi unici, figli.
Indeciso, osservò la sega posteriore del suo Bowie con una potente lama rivestita di nero, ovviamente antiruggine e una grossa pattada, chiedendosi quale dei due avrebbe usato inizialmente.
«Tra l’altro lo stile di Joe, devi sapere, ha influenzato tantissimo i suoi successori, era un pazzo scatenato!
Utilizzava tantissimo un linguaggio popolare e talvolta sembrava parlasse, più che cantare!
Chissà, magari ti sarà capitato di sentirne qualche canzone» concluse, chinandosi sul corpo addormentato di lei.
Abbassò la zip, e sfilò entrambe le maniche. Tolse gli stivaletti, in modo da poter tirare la tuta verso il basso.
Sotto, indossava un piccolo top, che tolse immediatamente. La adagiò sul tavolo, strappandole il reggiseno.
«Oh non fraintendermi eh, non sono uno di quelli. Te l’ho tolto perché mi disturba, e nonostante il tuo bellissimo seno ora non ho alcun interesse per cose del genere.»
La sollevò di peso, nonostante non fosse molto alta il suo corpo addormentato fu assai pesante.
Con un leggero ed approssimato fiatone, bloccò tutti i suoi arti, a parte il braccio sinistro.
Una sua denigrante scelta, un bieco modo per lasciarle la possibilità di dimenarsi maggiormente, anche se non le sarebbe servito a nulla, poi prese in mano la lama sarda, quella più piccola ma non per questo meno affilata.
«Finché non ti sveglierai, farò dei piccoli disegni sulla tua pelle, okay? Perciò sbrigati, non vorrei trovarmi costretto a svegliarti con una secchiata d’acqua gelida» sfotté nuovamente la povera ragazza, che ancora non riprendeva i sensi.
«Mmmh-mm!» arrivò, dalle sue spalle. L’imprenditore aveva ripreso conoscenza, sicuramente grazie alla sua struttura corporea l’effetto dei sonniferi durò meno del previsto. «Ah ma buongiorno, mio caro! Giusto in tempo per lo spettacolo! Spero tu sia forte di stomaco…» concluse Frank, con una grassa risata. «Altrimenti peggio per te, ciò che vedrai ti rimarrà impresso per sempre… anche se questo per sempre, durerà ben poco.»
Ormai impaziente, riempì un secchio d’acqua per la sua metà, dal lavabo che si trovava vicino alla cassettiera.
Lavabo, dal quale l’acqua uscì ghiacciata, talmente gelida che si poteva percepirne il freddo dalla breve distanza cui si trovava l’ex cardiologo. Prese inoltre una terza ball-gag e la piazzò nella bocca della motociclista.
Questa, iniziava sommariamente a riprendere i sensi, muovendo leggermente il capo da una parte all’altra e le gambe che provavano a sollevarsi, confusamente…
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