FIGLIO DELL’INCUBO
«Signor Wolf, sia chiaro che non l’abbiamo convocata per avere la sua consulenza. Il caso per noi è chiuso. Riteniamo, tuttavia, che esaudire un innocente desiderio di un paziente possa aiutarlo a elaborare il trauma.»
«Non si preoccupi, signorina…?»
«Mackenzie.»
«E di nome?» domandò l’investigatore Wolf ammiccante.
«Per lei solo signorina Mackenzie.»
Senza lasciare spazio ad ulteriori commenti, l’infermiera Mackenzie accompagnò il detective Wolf nella camera del paziente. Il signor Andrew Foster era ricoverato da ormai un mese, ma il suo stato mentale non sembrava migliorare. La sua storia clinica era impeccabile e i suoi valori non riportavano anomalie, fatta eccezione per la pressione alta, probabile causa della condizione di ansia del paziente che, rifiutandosi di dormire, era poi stato in preda a forti allucinazioni. Ma tutto questo l’investigatore Wolf non lo sapeva. Aveva accettato l’invito a visitare il signor Foster solamente perché recentemente il lavoro era stato piuttosto scarso e lui era terribilmente annoiato.
«Signor Foster, sono Wolf» si annunciò il detective. «Dylan Wolf.»
Il paziente aprì gli occhi lentamente. Lo sguardo spiritato preannunciava le parole di un pazzo. Ma poiché il detective non era abituato a giudizi avventati e non condivideva l’utilizzo comune della parola “pazzo”, si sedette e ascoltò il signor Foster come avrebbe fatto con un amico al bar.
«Dylan Dog. Finalmente» sussurrò il paziente.
Wolf rimase interdetto.
«Non temere, con me il tuo segreto è al sicuro» continuò debolmente.
«Ci conosciamo? Nessuno mi chiama più così da quando ho lasciato Londra. Da quando l’ispettore Bloch…»
«…è morto. So tutto, Dylan. Ero, sono un tuo grande ammiratore. Lo sono sempre stato. Dylan Dog, l’Indagatore dell’Incubo.»
«Preferirei essere chiamato Wolf» lo interruppe bruscamente. «Come posso esserle utile?»
«Dylan, solo tu puoi salvarmi! Sono intrappolato in un incubo e tu dei farmi uscire.»
Dylan sussultò di fronte a quella richiesta. «Io n-non mi occupo più di questi casi.»
«Lo farai dopo che avrai ascoltato la mia storia.»
Senza parlare l’investigatore prese posto su una sedia.
«Io e mia sorella, Giselle, abbiamo sempre avuto un dono. Lei vedeva nelle tenebre, riconosceva gli incubi e riusciva a farli sparire. Io invece li creo. Ogni volta che mi addormento i miei sogni prendono vita, entrano nel mondo reale e vi gettano scompiglio. Convieni anche tu, Dylan, che quando due mondi così diversi si incontrano non può scaturirne nulla di buono. Sogni e realtà devono restare separati. Questo era il compito di Giselle: rigettare i sogni nel luogo da cui sono venuti. Ma da quando è morta i miei sogni sono a piede libero su questa terra. L’orrore ha preso forma e sta distruggendo tutto. Tu devi aiutarmi!»
L’investigatore, ad occhi chiusi e con le mani giunte davanti al viso, sollevò una gamba e la appoggiò sul bracciolo della sedia.
«Signor Foster, anche se i suoi sogni prendessero vita, in che modo potrebbero distruggere tutto?» lo assecondò Dylan.
«Oh, proprio tu fra tutti pensavo avresti compreso. Quando un sogno entra nel nostro mondo vuole rimanerci e, per farlo, deve prendere il posto di ciò che già c’è. È una questione di equilibrio. Mettiamo caso che io sogni la signorina Mackenzie. Naturalmente non si tratterebbe della vera signorina Mackenzie, ma di una sua proiezione. Non possono esistere, però, due versioni della stessa persona nello stesso mondo. Così alla sua copia, scaturita dal mio sogno, non resterebbe altro da fare che uccidere l’originale, in modo da continuare ad esistere. Mi segui, Dylan?»
«Una sorta di autoaffermazione» rimuginò Dylan sottovoce. «Che ne direbbe se per questa notte rimanessi qui con lei? La proteggerò io dai suoi incubi.»
«Sarebbe fantastico! Grazie» sussurrò emozionato il paziente.
I medici non ebbero nulla da ridire alla trovata di Wolf e lo lasciarono dormire nella stanza del signor Foster.
Dopo tante notti insonni il paziente si lasciò cullare dolcemente dai sonniferi. Poco dopo le due edi passi in corridoio incuriosirono Dylan, che si alzò per sgranchirsi e fare due chiacchiere col passeggiatore notturno. Non trovando nessuno, tornò alla sua poltrona trovandola già occupata da… se stesso! Dylan Dog, Wolf o comunque si chiamasse, stava in piedi e guardava in faccia se stesso seduto sulla poltrona con le mani giunte e una gamba sul bracciolo.
Il presunto Dylan in poltrona, con un gesto repentino, sparò al Dylan in piedi, che riuscì a evitare il proiettile e corse fuori dalla stanza. Dylan era inseguito da Dylan.
Non è possibile! Io sono io. Ma allora quello chi è?
Chiunque fosse era molto veloce e armato, mentre lui non aveva con sé altro che un taccuino sgualcito. Uscì dalla clinica e corse per strada per quelli che a lui sembrarono diversi chilometri. Due, tre o cento, chi poteva dirlo? Presto si ritrovò in un tunnel stretto e così buio da costringerlo a fermarsi. Trasalì al tocco di una mano sulla sua spalla e quando si voltò, improvvisamente tornò a vedere. Il suo inseguitore, ovvero se stesso, gli stava a un palmo di naso.
«Non puoi scappare. Io sono te, ti troverò sempre.»
«Ma che diavolo vuoi?»
«Ucciderti, ovviamente.»
«N-no, non è necessario. Possiamo convivere. Alla fine, che sarà mai? Due facce della stessa medaglia.»
Dylan, l’originale, riuscì a distrarre quell’altro e a sottrargli la pistola.
«Adesso non ridi più, eh, impostore?»
«Puoi anche uccidermi adesso, se ti va, Dylan Wolf. Ma io sono te, dentro di te e fuori di te.»
«Io non sono mai fuori di me.»
«Tutti lo sono un po’. In ogni caso, uccidimi, ma non ti disferai di me. Tu sei e sempre sarai Dylan Dog. Non importa in quale tempo e universo ti trovi. Io sono te. Tu sei tu. Noi siamo—»
Uno sparo.
Dylan Wolf percorse il tunnel a ritroso, scoprendolo più breve di quando ricordava. Una volta rientrato alla clinica, si lasciò vincere dal sonno.
La mattina dopo, svegliato dal vociare delle infermiere, apprese della morte del signor Foster. Non avrebbe più dovuto proteggerlo dagli incubi. Con lui se ne andavano i sogni, l’orrore e anche Dylan Dog, mentre rimaneva Dylan Wolf.
Già, ma chi proteggerà me dai miei incubi?
[Dedicato, nonché liberamente ispirato al mio mito: “l’Indagatore dell’incubo”, Dylan Dog.]
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Ho fatto bene a rileggerlo!
🙂
Ciao E. anche io sono stato un fan di Dylan Dog in passato, bello vederne l’estetica da un punto di vista femminile, fico questo esperimento che hai fatto su qualcosa che ti ha veramente colpito tanto (io, in passato, scrissi una “mia versione” di Jurassic Park: è una merda). Sei molto originale, anche se le tue idee spesso non si accordano con la prosa: è sicuramente scritto benissimo, ma se hai fatto lo step rivoluzionario di clonare un tuo idolo, tanto vale che ci metti anche la tua personalità dentro, la tua Erica (ma questo, ti dico, è un commento del tutto personale, arbitrario e relativo. Sono un fan di Carrere, anche lui ha fatto esperimenti simili ai tuoi, ma alla fine la sua personalità aveva la meglio sul personaggio che voleva raccontare. De gustibus. Ad ogni modo lo dico solo perchè so’ che saresti in grado di farlo.
Ciao David! Sto recuperando tutti i tuoi commenti (sono stata un po’ inattiva su EO ultimamente…) ed è sempre un piacere leggerli. Adesso che l’hai detto è partita la sfida con me stessa per creare un Dylan più “mio”. Aspetto l’idea giusta!
p.s. sei stato un fan o lo sei ancora? Secondo me non si smette mai di essere fan dell’Indagatore dell’Incubo 🙂
Mi ha dato un tale colpo questo racconto…
Ciao Erica,
la tua storia ci è piaciuta e vorremmo metterla in risalto nella homepage. A questo proposito ti chiederei ti aggiungere un’immagine di copertina.
Grazie
EO
Ciao,
grazie mille, sarebbe fantastico! Può trattarsi anche di una foto scaricata da Internet? (non sono pratica di copyright ?)
Riguardo al copyright, per andare sul sicuro consiglio pixabay.com (le immagini su questo sito sono libere da copyright).
Grazie!
Grazie della dritta, mi sarà utile anche in futuro!
Immagine aggiornata 😉
Nel commentare questo LibriCK, assimilabile ad una fanfiction, sono troppo di parte. Già il semplice fatto di vedere Dylan qui su Edizioni Open è un grande regalo, ma a parte questo la trama è davvero ben calibrata, con uno stile in pieno sapore Sclavi. Lo stile evoca le ambientazioni da incubo e da travaglio interiore tipiche di Dylan. Grazie per averlo scritto!
Ciao Tiziano,
Grazie per tutti i tuoi commenti 🙂
sono felice di aver trovato qui un altro fan incallito di Dylan!
“[Dedicato, nonché liberamente ispirato al mio mito: “l’indagatore dell’incubo”, Dylan Dog.]”
❤️
“Percorse il tunnel a ritroso, scoprendo che in realtà non era così lungo come gli era sembrato prima”
Questa è la parte collegata al video del Lab?
Esattamente!
“Ogni volta che mi addormento i miei sogni prendono vita,”
Così mi metti nella condizione di ritrovare il numero in questo succede…?
Quale momento migliore di questa quarantena per dare una rispolverata a tutti i volumi! 🙂
“Dylan. Dylan Dog. Finalmente…”
Un cameo meraviglioso, stai chiamando in causa in vero e proprio miro per me ? ? ?
*mito, scusa…
Ciao Erica, quella di scegliere un mito per protagonista è stata una scelta coraggiosa. Trovo che tu abbia costruito il racconto attorno al personaggio rendendolo credibile: complimenti
Ciao Micol e grazie del commento! Sono davvero felice che il racconto ti sia piaciuto. Questo Lab è stato un po’ una sfida, ma la voglia di dedicare una storia a Dylan Dog era troppa 🙂
Il sogno, l’incubo, il doppio di un personaggio, sono tematiche che intrigano. Tu sei riuscita a creare un’atmosfera di suspense praticamente solo coi dialoghi. O meglio, prevalentemente coi dialoghi. E non è scontato, riuscire ad entrare così bene nella scena. Sebbene sia ispirato al tuo mito, come dici in calce, e quindi abbia una certa impronta, il racconto denota fantasia e abilità di organizzazione. Brava! Un saluto.
Ciao Cristina,
grazie mille! Il tuo commento mi fa infinitamente piacere. Usare Dylan Dog come protagonista di questo Lab è stato sicuramente un rischio, sono contenta che il riscontro sia positivo 🙂