Gineceo

Serie: Cinquanta Racconti


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Lavorare da casa, dicevano. Sarà una passeggiata, dicevano. Niente traffico, niente sveglie all’alba, ti alzi, ti siedi al computer in pigiama, fai una pausa quando vuoi. Tutto meraviglioso, se non fosse per un piccolo, insignificante dettaglio: otto donne e due neonati nel salotto.

Sì, otto donne. Non una, non due. Otto. E con loro, un paio di neonati che, se non stanno mangiando, stanno piangendo. E se non stanno piangendo, probabilmente stanno… beh, lo sapete.

Sto cercando di scrivere qualcosa di vagamente intelligente quando sento la prima voce. Leila. Lei è la regina del regno domestico, con la sua voce calma e rassicurante che di solito riesce a tenere tutto sotto controllo. Solo che oggi il suo tono ha perso un po’ di quella magia. «Dove sono i pannolini?!» urla dal salotto, come se il destino del mondo dipendesse dalla risposta.

Poi arriva Maddalena, che entra in modalità generale di un esercito, impartendo ordini a destra e a manca. «Passami il biberon!» E lo dice come se fosse un’operazione chirurgica d’emergenza.

Ginevra, la solita efficientona, sta probabilmente organizzando la logistica di tutta la scena, mentre Eugenia discute con lei di qualcosa di profondissimo, tipo la filosofia del latte materno. La mamma di Leila, come sempre, osserva tutto con quell’aria serafica di chi ha visto passare troppi cicloni per lasciarsi turbare da un altro.

E poi ci sono Beatrice e Jasmine, che ridono di qualcosa. Non ho idea di cosa, ma la loro risata è così forte che per un attimo penso che il pavimento possa cedere. Michelle, con il suo spirito da avventuriera globale, sta raccontando una storia su un antico rituale balinese che, in qualche modo, ha a che fare con neonati. Nessuno l’ascolta davvero, ma lei continua, imperterrita.

Ah, i neonati. Questi due piccoli mostri sono il vero problema. Quando uno smette di piangere, l’altro comincia. È come se avessero una staffetta segreta, un accordo silenzioso per non farmi mai dimenticare che, sebbene io abbia una scrivania, un computer e teorie su come la giornata lavorativa dovrebbe funzionare, loro sono i veri padroni della casa.

Cerco di concentrarmi, lo giuro. Ma è come cercare di scrivere una poesia d’amore in mezzo a un concerto heavy metal. «Forse dovrei chiudere la porta dell’ufficio» penso. Ma la porta è già chiusa, e il caos là fuori sembra filtrare attraverso le pareti.

Ad un certo punto, mi arrendo. Mi metto le scarpe, afferro il cappotto, e esco. Nessuno sembra accorgersi della mia fuga. Sono troppo impegnate a lottare contro i pannolini, i biberon, e forse anche contro le leggi della fisica.

Appena metto piede fuori, mi sento già meglio. Il rumore della città, strano a dirsi, è un balsamo per le mie orecchie. Clacson, motorini che sfrecciano, persone che urlano al telefono. Tutto questo suona come una sinfonia dopo quello che ho lasciato dentro casa.

Cammino senza una meta precisa, semplicemente godendomi il fatto che nessuno sta cercando di infilare un ciuccio in bocca a qualcuno. Mi fermo a un semaforo e respiro. È strano, ma il caos cittadino ha una qualità zen che mi rilassa. Almeno qui nessuno urla «biberon!» come se fosse una missione da Navy SEAL.

Trovo un bar. Entro e mi siedo, ordinando un caffè. Il barista mi guarda e annuisce, come se sapesse esattamente di cosa ho bisogno. Sorseggio il caffè, chiudo gli occhi e, per un breve istante, tutto è perfetto. Nessun neonato che piange, nessun biberon disperso, nessun pannolino da cambiare. Solo io e il rumore della città, che adesso mi sembra il rumore del paradiso.

E sì, lo so. Dovrò tornare a casa prima o poi. Là fuori c’è un gineceo che mi aspetta, fatto di urla, risate e discussioni filosofiche sui pannolini. Ma per adesso, in questo preciso momento, tutto ciò di cui ho bisogno è questo caffè e il rumoroso silenzio della città.

Serie: Cinquanta Racconti


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