Grande distribuzione

La stanza da letto della signora Laura era impeccabile, sempre, anche la mattina presto al risveglio.

Da quando poi aveva spostato tutte le foto nel salone, sul tavolino all’angolo in fondo, era anche svanito il clima di ricordi e nostalgia che quelle immagini in bianco e nero suggerivano. La zona notte aveva acquistato un’aria ancora più frivola, floreale, leggera e i toni di azzurro pastello delle pareti potevano finalmente adeguarsi alla coperta blu notte.

Quel giovedì una novità turbava il consueto ordine. Sul letto, stirato e profumato, il vestito scelto per l’occasione, un completo giacca e pantalone in lino beige, si accompagnava alla camicia bianca di taffetà e, accanto, il foulard, sul quale era stata a lungo indecisa per poi sceglierne uno a disegni floreali sul rosso. Una vera signora, avrebbe detto quella pettegola del terzo piano.

C’era l’inaugurazione del nuovo supermercato, prevista per le dieci. Laura era pronta dal giorno prima, come tutte le sue amiche, consapevoli, come sempre, di partecipare ad un momento importante per la vita del quartiere. Negli ultimi anni, tra crisi aziendali, fusioni e cambi di denominazione, di supermercati nuovi se ne erano aperti diversi, ma questo non toglieva nulla: era un evento e Laura doveva esserci. Lei e le amiche, ovviamente.

Prese il carrellino della spesa, quello color oltremare, e si avviò verso il bar, usuale luogo di raduno delle quattro signore. Era sempre l’ultima ad arrivare: amava la puntualità e ci teneva all’appuntamento, ma era il suo modo per rimarcare come, nel gruppo, fosse lei a tenere le fila. Tra tutte, lei era quella che coordinava le attività, che rammendava gli strappi, che predisponeva gli incontri e sapeva che le altre non si sarebbero mai mosse senza di lei. Non gerarchia, questa no, ma alla fine qualcuno doveva pur prendere l’iniziativa e, in quella situazione, non c’era modo migliore.

Tutte e quattro oltre la sessantina, rasserenate da matrimoni passati, pensioni acquisite, mutui estinti: per Rosa, già oculista nel vicino ospedale di Santa Maria del Carmine, la gioia era la visita mensile di figli e nipoti, più frequente durante le ferie e meno nel resto dell’anno; per Luisa, che era arrivata alla lettura dopo una modesta carriera nelle assicurazioni, si trattava degli eventi gratuiti nelle librerie di Roma; per Monica, invece, nessuna particolare preferenza. Lei si faceva benvolere adattandosi ai gusti delle altre e, col suo passo ciondolante, seguiva ogni invito con entusiasmo.

Il caffè fu come al solito ciarliero, quasi dimentico del motivo di ritrovo, che però Laura aveva ben presente. Senza far mostra di pressare, cominciò ad agitarsi sulla sedia, a guardare l’orologio e a chiedere ‘arriviamo per assistere all’apertura oppure attendiamo che ci sia già qualcuno dentro’. Domanda ovviamente capziosa e Monica, l’entusiasta, si animò come voluto, puntualizzando che voleva esserci proprio al momento in cui si alzavano le saracinesche. Così il gruppo abbandonò il rifugio del bar.

In un minuto giunsero all’ingresso e videro le porte aprirsi proprio in quel momento, consentendo loro di entrare, non da prime, privilegio evidentemente riservato agli amici del direttore, ma comunque in buona se non ottima posizione di classifica.

Si presenta proprio bene, così luminoso e profumato. Gli scaffali sono quelli che c’erano prima però. Vero, ma hanno ben disposto tutto. Guarda il banco del pesce. Non so, mi sembra tutto decongelato. La differenza la fa l’area del vino. Ma se non bevi più da dieci anni. Risate. Interessante la zona forno e quella rosticceria. Ancora? Mica dobbiamo solo mangiare. Vero, come ti sembra la zona detersivi. Direi completa, hanno anche la varechina. Ma non era vietata la vendita perché velenosa? Ma no! Va solo usata con cautela. Però io so di persone che si sono intossicate e sono morte così. E sono morte anche male perché è tanto dolorosa. Guardate che banco surgelati? Ottimo per le nostre pizze serali. Altre risate. Direi che c’è davvero tutto. Però l’area per gli animali è piccola, troppo.

I carrelli si erano riempiti e, dopo le casse, ci fu un nuovo summit, soprattutto di cucina. Cosa avrebbe preparato Monica, tra tutte la più competente; e cosa avrebbe fatto Luisa per i suoi gatti. Quando sarebbero tornate. Tornate? No, riprendiamo ad andare a quello sotto i portici che ha marche di prestigio. Ma dai, sempre nemica delle novità. Solo perché è nuovo non significa che è migliore.

La discussione si chiuse come al solito, ossia col nulla, e così si salutarono.

Bello il supermercato, soprattutto vicino; da casa, al massimo cinque minuti a piedi. Eppure ora a Laura la sua casa sembrava così distante, così lungo quel cammino che due ore prima aveva percorso con tanta allegria e speditezza. Si fermava e guardava intorno, si appoggiava al carrellino ricolmo, lo spostava, faceva qualche passo e si fermava ancora. Ogni scusa era buona per attendere; un bambino che passava, un cane che giocava, una moto che correva. I cinque minuti erano già diventati dieci, forse quindici, magari venti.

Fu questione di un attimo girare al primo angolo, salire il breve vialetto e trovarsi nella piazza della chiesa. Girò intorno al caseggiato e si infilò nei rivoli degli uffici parrocchiali per trovare la stanza dove si raccoglievano le donazioni.

L’ufficio era vuoto, solo scaffali e solo in parte pieni. Attese sulla porta finché non apparve una suora che l’aiutò a svuotare il carrello. Laura apprezzò molto che non le facesse domande, attribuì gran parte di questo vantaggio al fatto che la suora fosse straniera, di certo filippina, a giudicare dai lineamenti, e trovò una sottile forma di piacere nel mettere lei stessa a posto la sua spesa, come fosse un altro supermercato, religioso e non laico.

Lasciò gli alimentari e tenne per sé solo quello che aveva preso per la casa; le amiche le avrebbero chiesto notizie di tutte quelle bottiglie colorate e profumate. Si sentiva leggera senza il peso degli acquisti e in più la suora era stata gentile e i suoi ringraziamenti sinceri. Solo per non offenderla non scappò via subito quando lei le chiese di attendere un secondo. Tornò dopo un paio di minuti, accompagnata dal parroco.

Laura era così soddisfatta della presenza della sola suora ed era convinta di poter evitare altri incontri, ma era andata lei in parrocchia, non poteva evitare il padrone di casa e se ne fece ragione. Il prete la ringraziò per la sua presenza e bontà – da quanto tempo non sentiva più quella parola! – chiedendole come mai non aveva avuto ancora occasione di incontrarla a messa. Laura accennò a qualche scusa, impegni familiari, ma il parroco era sorridente e ostinato e per sfuggire gli accordò una vaga promessa di passare a trovarlo dopo la funzione della domenica sera.

Uscita, il sorriso indossato svanì. L’ultima volta era stata in chiesa per il funerale del marito; erano diversi anni, ma non ricordava quella sensazione di leggerezza che l’accompagnava. Nulla di metafisico, è solo la leggerezza del carrellino, ora che è vuoto.

La strada brillava di colori mai visti, che le ferivano gli occhi. Le auto parcheggiate sembravano oscillare, colpite dalla luce. Figure in movimento, forse persone, passavano sui marciapiedi, sfrangiate, immagini grigie su quello sfondo luminoso. Eppure la testa non le girava, ma tutto era fuori fuoco. Meglio, era un fuoco diverso, nuovo e piacevole, che la incuriosiva e la intimoriva insieme e in questo turbinio si muoveva curiosa, fermandosi, annusando, toccando.

Ce ne volle un bel po’ prima di raggiungere il portone di casa e davanti all’ingresso quei colori sparirono. Riprese a vedere il mondo come lo conosceva, riconobbe il palazzo, la porta, la scala. Si guardò intorno e prese le chiavi.

Svuotò il resto della spesa sul tavolo in cucina, prese un bicchiere d’acqua e si mise a sedere. Che giornata impegnativa, prima il gusto dell’incontro con le amiche, poi quel desiderio di donare in chiesa e ora la tranquillità. Giocava con i suoi acquisti sul tavolo, quel poco che non aveva lasciato in parrocchia: tovaglioli, posate di plastica e, infine, detersivi. Strano, normalmente quelli li comprava la donna delle pulizie, ma la varechina non l’aveva mai vista a casa sua. Le amiche la conoscevano bene però, con tutti quei discorsi sugli avvelenamenti dolorosi. ‘Bugie, sicuramente, o quanto meno esagerazioni’ e sorrise. Lesse l’etichetta, mentre finiva il suo bicchiere d’acqua. Aprì il flacone, l’annusò e se ne scostò, arricciando il naso. Guardò il bicchiere ora vuoto.

La casa era silenziosa. Anche i vicini erano andati in ferie, come la portiera e la signora del terzo piano, quella che sbirciava sempre tutto e tutti. C’era tranquillità, tanta, quella che aveva cercato tutto il giorno. Ne assaporò il gusto, poi tornò a guardare la bottiglia di veleno, colorata, vistosa, prepotente al centro del tavolo della cucina. La guardò ancora, a lungo.

Squillò il cellulare. Monica era raggiante: “Ho avviato il ragù; sarà buonissimo”.

“Con il macinato di maiale? Quello che hai preso oggi?”

“Siii, dovresti sentirlo. Un aroma fantastico.”

Laura si sdraiò sul divano; parlò del taglio delle cipolle e delle carote, del vino rosso usato per sfumare, della cottura lunga. Era felice.

Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Sono molto colpita da questo tuo racconto. Una scrittura perfetta, lineare, esaustiva senza quel troppo che spesso scappa quando si affrontano tematiche delicate. Il carrello vuoto è una metafora veramente riuscita e, se posso usare il termine magari banale, bellissima. Hai delineato proprio bene questo tuo personaggio femminile il cui mondo interiore appare quasi ‘vuoto’, mentre quello esteriore fin troppo colorato. Complimenti