I vasi delle teste di moro 

Serie: Sicilia


Leggende e storia della Si

Eravamo io e il mio amico Giuseppe sotto la magnifica scalinata di Caltagirone. Le scale ti guardavano con i loro colori vivi, ti invitavano a prendere la salita nei suoi centotrentametri di assoluta bellezza. Gli edifici che facevano da custodi a tutta quella beltà, con i loro balconi fiorati, sembravano proteggere l’arte di quei disegni in ceramica pregiata. Attirati come da una calamita potentissima, percorremmo circa la metà di quella scalinata, quando, fermandoci per riprendere fiato, vedemmo uno dei tanti negozi di ceramica che costeggiavano la salita. Entrammo tra vasi di teste di moro, e altre miriadi di forme in ceramica da aver paura a muoverci. Stavamo attenti anche a parlare, avevamo paura che ogni nostro fiato chissà cosa avrebbe potuto provocare, meglio stare zitti e godere tutta quell’arte in silenzio assoluto.

«Prego, buongiorno, se posso essere utile» ci sentimmo dire dal negoziante. Ci guardammo, quasi spaventati nel muoverci con Giuseppe, poi, piano piano, a bassissima voce dicemmo che eravamo interessati a delle teste di moro.

Accanto al negoziante, anzi alla negoziante, perché a parlare con noi era stata una ragazza sui trent’anni, stava seduto un anziano signore con un grande cappello verde Borsalino, indossava un paio di occhiali grandi con lenti cromatiche, si vedeva ancora l’effetto della luce che stava allentando la presa su di loro, evidentemente l’anziano signore era appena rientrato. Portava un pizzetto bianco come la neve che donava a suo viso un tocco di signorilità. Aveva tutta l’aria di essere il proprietario nonché il padre di quella ragazza. Intromettendosi nella discussione, probabilmente lo faceva direi in modo usuale con ogni turista che entrava nel suo negozio e in base alla scelta o al desiderio del cliente diceva qualcosa sull’arte della ceramica, dell’artigiano, del lavoro di fino che ci voleva, di tutto l’amore infinito che occorreva possedere per arrivare a fare quel tipo di prodotto. Una volta sentito che eravamo interessati alle teste di moro, quell’anziano signore, intervenne con una decisione sorprendente , senza aver timore di poter causare qualsivoglia fastidio, sia a noi che alla figliola e volle, anziché soffermarsi sull’arte, parlarci sulla leggenda delle teste di moro. La figlia diede uno sguardo quasi di compassione al padre e guardandoci, con espressione di tenerezza, ci invitò a sentirlo.

«Buongiorno signori miei, vossia ho sentito che siete interessati alle teste di moro. Ottima scelta. Forsi, anzi senza dubbiu, è la forma più diffusa nelle ceramiche qua a Caltagirone, ma non sulu qua. Voi la conosceti la storia delle teste di moro?»

Io guardai Giuseppe e ricevetti lo sguardo dell’amico ancora più incerto del mio. No. Non la conoscevamo bene, sì avevamo sentito qualcosa che riguardava un storia d’amore, ma niente di più.

«No signore, non la conosciamo bene» gli dissi.

«Si dici… » cominciò a parlare «che duranti la dominazioni araba, u sapiti, la Sicilia è stata a buttana di tutti, qualsiasi popolo ci si è divertito con lei. Idda, la Sicilia, si è donata a tutti, proprio come una buttana, ma ha saputo da ognuno farsi dire qualche segreto delle loro terre. Voi sapiti quante parole siciliane ci sono che dell’italiano non hanno origini. Anzi, diciamo subbitu una cosa, la lingua siciliana non deriva dall’italiano, cominciamo da lì, ma mi rendo conto che se mi addentro in questa tematica, voi potete passari il Natale cu mia, e siccome stiamo a ferragosto, non è il caso. Comunque, dalle parole, agli usi, all’abitudini, a certi riti che da noi non c’erunu, ora ci sono. Tante cose da mangiari, minchia quanta roba nuova che abbiamo imparato a fari. Ma torniamo alle teste di moro. Duranti la dominazione araba, versu il 1100, a Palermo, nel quartiere Kalsa, a du passi do mari, c’era una bedda picciotta. A idda ci piaceva curari sempri le proprie raste, le proprie piante che avìa sul balconi. Un giorno un moro, picciuottu anchi iddu, passò sotto il suo balconi, e appena la vide, persi la vista degli occhi, si innamorò perdutamente.

Però chi successi? Voi autri non ve lo immaginati quello che successi. Beni, ve lo dico iu, e allora perché parlo? Tutta quell’amore cominciò a fiorire presto in maniera velocissima, ma altrettanto presto, morì, appena idda seppi che il moro doveva lasciari la nostra terra e tornari nel suo paese, dove tornari? E qui unni si cucca u sceccu! Non sapeti questa espressioni? Voli diri che qui dove ti volevo, è qui il nocciolo della questioni, lo so, lo so, non rende in italiano, accontentiamoci della nostra lingua, tantissime cose sono intraducibili. Allora, iddu, il moro, doveva tornare da sua mogli e dai suoi due figghi. Appena iddu si ddormentò, dopo aver fatto l’amori con la bedda picciotta, idda, con una freddezza chissà di unni la trovò, e con una capacità da macellaio quando affetta il filetto, tagliò la testa al poviro amanti. La sua testa divenni un vaso, dintra di issu idda ha messo del basilico e lo mise alle viste sul balconi. Un bel vaso con una testa di moro bellissimo! Così da rimaneri per sempri con lei. Tutti i vicini di casa e di quartieri, vedendo la bellezza di quel vaso, si fecero fari la stessa pianta con la testa di moro pure loro. E così che si diffuse la tradizione di averi sul balconi un vaso di terracotta con la testa di moro. Oggi, come vedete, sono ovunqui, ma vi assicuro che qua dentro trovati l’originalità. Iu conoscevo uno che era discendenti di quel quartieri a Palermo e vi assicuro, che se taliati beni i vasi che abbiamo noi e li confrontati con altri, vi assicuro che non solo mi dati ragioni, ma ne vedrete la vera arte.»

Giuseppe mi guardò entusiasta da quel racconto. Guardò la figlia che sorrideva, le sorridemmo e uscimmo da lì con due vasi di ceramica di teste di moro bellissimi. Una coppia, la picciotta e il moro che sembrava parlare, forse cercava la strada verso la sua famiglia.

Serie: Sicilia


Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

    1. Grazie Nicola. di queste scene se ne vedono tante. Tu assisti all’anziano, che conosce solo le sue espressioni siciliane, sforzarsi ad esprimersi, a volte riuscendoci altre magari no, in un’altra lingua. Più un sentito dire che altro. Sono del parere che bisogna conservare queste cose, piccole ma servono per non sprofondare dentro al “normale”. Grazie ancora

  1. Bella la scalinata di Caltagirone e inutile dire che le ceramiche degli artigiani calatini sono famose ovunque. Le vecchie leggende hanno sempre il loro fascino e il monologo del vecchio ti è venuto bene con quel misto di dialetto e italiano in stile “personaggi del commissario Montalbano”.
    Tra le righe hai inserito pure una giusta osservazione di natura linguistica: i dialetti siciliani non derivano dall’italiano. Puo’ essere interessante infatti ricordare che essi sono un’evoluzione del latino volgare. Questo farebbe degli idiomi siciliani una lingua, ma ci sarebbe da disquisire sull’abuso del termine “lingua”, su cosa lo è e cosa non lo è. Io preferisco di gran lunga l’espressione “gruppo dialettale” e a tal proposito mi permetto un’osservazione: credo che difficilmente un calatino direbbe “picciotto”.

    1. Grazie Francesco. Si l’uso del siciliano, che a mio parere è una lingua, a meno che non la si considera tale per un formato standard di scritto, non c’è, del resto nemmeno sul verbale è la stessa cosa. Ma dico questo, una lingua è tale se riesce ad esprimere tutto senza l’aiuto di altri termini coadiuvanti o presi in prestito da altri idiomi, e “la lingua sicilian” su questo mi pare che non abbia problemi. Io uso espressioni comprensibili, un “dialetto” abbordabile, un ibrido italsiculo. D’altrone, oggi, se ci fai caso, i giovani parlano in molte occasioni o comunque nel modo informale, così, con un siciiano tinto di italiano e viceversa. Il termina Picciuottu, e qui hai ragione perchè in quelle zone si dice forse “carusu”, mi pare più conosciuto. Grazie dei tuoi interventi, sempre graditi.

      1. Te l’avevo detto che la questione fa dibattito 😀 Piccotto o caruso? Pacchione o ponchio? Babbaluci o vaccareddi? In queste coppie di termini non è possibile dire quale dei due sia la forma dialettale dell’altro perché non sono mai state fissate delle regole. Dunque, è comprovato che non faccia parte dei dialetti dell’italiano, ma diciamo comunque che è una lingua che non ce l’ha fatta a diventare lingua 😉

  2. Anche per me è stato un ricordo: questa storia, insieme a molte altre, me la raccontava mio nonno, in un dialetto palermitano “contaminato” da decenni di vita a Torino.
    Molto Bello riproporre la cultura popolare.
    Inoltre il linguaggio è perfettamente comprensibile, ma deve essere così perché il vecchio venditore sta parlando a due turisti…

  3. Questa storia cruenta e passionale era sul libro di storia di terza media di mia figlia. Bellissimo che tu me l’abbia ricordata in quel misto di italiano e siciliano che suona così bene. Un inizio serie che seguirò con piacere:)

  4. Che bello! Mi hai ricordato mio padre quando mi raccontava storie della Sicilia: ho letto con la stessa sua cadenza e con eguale enfasi! Però la storia della testa di Moro non la conoscevo, molto bella. Grazie Nino!