Il baratro

Serie: Il vagabondo della notte


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: «Non c'è in natura una passione più diabolicamente impaziente di quella di colui che, tremando sull'orlo di un precipizio, medita di gettarvisi.» ~E.A. Poe

In pochi minuti, il vagabondo ed io ci ritrovammo in New Boulevard e da lì, svoltammo a una via in salita che ci avrebbe poi portato dinnanzi a due alti cancelli neri, che quasi invisibili torreggiavano immersi nel buio silente, rischiarato solo dai pallidi raggi solari riflessi dalla luna. Erano i cancelli della necropoli. Lui s’arrestò davanti ad essi, ed io feci lo stesso. Ora ci trovavamo l’uno di fianco all’altro, ma dal suo sguardo, perso nel vuoto, intuii che doveva essere troppo assorto, o assente, per considerare la mia presenza. Nonostante qualcosa dentro di me continuasse ad avvertirmi di stare alla larga da lui – che c’era un che di ignoto e terribile sotto quelle vesti scure, ormai ero abbandonato totalmente al suo incanto, ed ero pronto a seguirlo ovunque mi avrebbe guidato.

Dopo qualche istante notammo, al di là delle sbarre, una luce che si agitava e avvicinava nella nostra direzione, accompagnata da una voce. A qualche centimetro da noi si palesò un uomo: lo riconobbi, perché si trattava di una delle guardie che di notte sorvegliavano l’ingresso del cimitero dall’interno di una piccola stanza posta al lato dei cancelli. Dal fianco sinistro gli pendeva un mazzo di chiavi, il quale, con tutta probabilità, includeva anche quella che permetteva l’accesso principale. Nel preciso istante in cui pensai a tale eventualità, mentre il custode mi stava ancora squadrando con la fiaccola, il mio compagno infilò un braccio fra le sbarre e, con un gesto d’incredibile decisione e rapidità, lo stordì sbattendo violentemente la sua faccia contro il cancello; poi, con l’ausilio dell’altra mano, ruotò il corpo infliggendo una seconda scossa al poveretto, gli avvolse l’avambraccio attorno alla gola, lo strangolò e gli prese il mazzo di chiavi dalla cintura. La vittima, dopo aver scalciato disperatamente soffocando suppliche di pietà invano, giaceva ora al suolo poco distante dal lume cadutogli durante le convulsioni. Tremai dalla testa ai piedi. La spietata freddezza con cui era stata commessa quella crudeltà quasi mi paralizzò dal terrore; tuttavia, osservando l’assassino varcare la soglia della necropoli, ormai del tutto soggiogato, sentii di non potermi più sottrarre al suo folle richiamo, che era anzi più persuasivo che mai.

Insieme c’addentrammo nelle catacombe, fino a raggiungere una profondità tale che nemmeno io, che ero assiduo visitatore di quei luoghi, avrei potuto immaginare. A dispetto del buio, l’uomo camminava deciso davanti a me, ed io seguivo il suono dei suoi passi. Sapeva esattamente dove andare, poiché non esitò mai durante il percorso; si limitava a proseguire con passo rapido, senza mai aprir bocca.

Ad un certo punto, dopo un lasso di tempo indefinibile, vidi qualcosa che mi lasciò spiazzato. Sulle prime avvertii una gelida corrente d’aria raffreddarmi il viso, poi l’oscurità venne sostituita dalla vista d’una moltitudine di puntini luminosi che brillavano in lontananza. Allora, quando il rumore dei passi cessò, capii che il mio compagno si era fermato; in breve lo raggiunsi, quindi compresi: ci trovavamo sull’orlo di uno strapiombo formato da una spaccatura, al ripido fianco della collina, che dava sulla parte bassa di Gristor. Le luci erano quelle della città. Malgrado la profondità, il precipizio s’elevava da terra ad un’altezza preoccupante.

In penombra, a malapena potevo scorgere la figura che mi affiancava; ma mentre mi domandavo quale fosse la natura dello squarcio nella roccia e per quale motivo fosse sceso fin laggiù, vidi l’uomo accennare un brusco movimento in avanti. Realizzai d’un tratto ciò che avevo volutamente ignorato d’immaginare, e rapidamente lo afferrai per impedire che la sua intenzione potesse concretizzarsi. Fu solo allora, a pochi centimetri dal baratro, che si volse verso di me, per la prima e ultima volta. A quel punto il bagliore lunare, che fino a un istante prima non rischiarava che una sottile striscia di roccia, mi svelò un terrificante, bianco volto morto, ben diverso da quello che avevo visto di sfuggita al molo quella stessa sera. Immediatamente dopo, lui perse l’equilibro, e mi trascinò con sé nel vuoto della notte.

All’impatto, un’ondata di luce rivelatrice mi travolse. Rividi, attraverso gli occhi di un’entità esterna, la proiezione di me stesso in mezzo alla folla: dapprincipio aveva uno sguardo afflitto e straziato, come quello di chi è tormentato da una profusione di dubbiose incertezze; poi questo mutò in un’espressione rassegnata, e da allora nessun’agonia l’attanagliò più. Rividi la mia immagine, immersa nel buio, vagare senza meta fra le strade e i viottoli; la osservai arrestarsi un paio di volte, dopo che due voci lontane, simili a dei richiami, ebbero riecheggiato nell’aria. Ed infine, rividi il mio braccio avvolto fra le sbarre di un cancello, mentre un altro uomo, al di là di questo, rantolava frenetico.

Al termine della visione, in un lampo mi fu chiaro da cosa ero sempre stato attratto; poiché ora compresi la ragione per cui l’essere che avevo creduto d’inseguire mi appariva tanto familiare. Egli lo avevo già incontrato, ma in una diversa forma. Ogni notte, era lui a condurmi nei bui sepolcri della necropoli – ogni notte, era lui a guidarmi fra i cunicoli sotterranei delle catacombe – ogni notte, era lui ad invitarmi a giacere nelle tombe vuote, come a voler simulare l’attitudine dei morti. Lui era la stessa incarnazione di quella morte perversa cui, seppur inconsapevolmente, avevo sempre anelato, prima manifestatasi sotto le vesti di un macabro impulso indomabile, poi tramutata nel suo aspetto più orrendamente tangibile; ed il senso di repellenza che in principio avvertivo altri non era che l’istinto di conservazione, il quale, lottando disperato, fiancheggiato dal fioco barlume della ragione, tentò in ogni modo possibile di tenermi lontano da quel demonio proibito, alimentando inevitabilmente – che Dio liberi tutti gli uomini da tale abominio! – la PERVERSITÀ.

Ma ciò che nemmeno in questo aldilà mi lascerà più tregua, è un’immagine cui il solo ricordo mi pervade d’indicibili orrori che nessun senziente, sia pur il più imperturbabile fra tutti, dovrebbe mai esser tenuto a vivere sulla sua pelle: perché il cereo viso di cadavere che vidi poco prima di precipitare nell’abisso, era, in tutto e per tutto, il mio.

Serie: Il vagabondo della notte


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Epilogo degno della serie, con un “coupe de theater” finale che è la ciliegina sulla torta. La dimensione onirica, paranormale si fonde con la realtà in un confine sempre più labile… Serie da ver ben riuscita!

  2. Quando il demone della perversità ci attanaglia, non abbiamo più scampo.
    Questa era la vera difficoltà della serie di Gabriele Pagani: lasciar filtrare nella pelle di ogni lettore il senso dell’ineluttabile, distillato goccia a goccia.
    Impresa ardua anche per i più esperti, portata a compimento con sorprendente perizia.
    La passione di Gabriele Pagani per questo genere trapela da ogni simbolo, lettera, fonema dei suoi testi. Essa è un’arma potente, capace di soggiogarci.
    Ancora una volta, per la mia modesta opinione, un gran bel lavoro, di rara bravura e fantasia.

    1. Wow, che parole teatrali 😀
      Grazie per essere giunto alla fine di questa piccola serie (nata inizialmente come racconto singolo) e per commentare ogni volta: significa davvero molto.