Il certificato di nascita di Philip D.

Philip sedeva sul bordo di una parete rocciosa nel tramonto giallastro di Titano.

Un centinaio di metri sotto di lui si estendeva, immobile, il Kraken Mare, un enorme lago di metano liquido.

La sua tuta termica arancione e bianca lo proteggeva dalla temperatura di circa -180°C, ed il serbatoio alloggiato sulla schiena forniva l’ossigeno che il complesso sistema di filtrazione del casco addizionava all’azoto dell’atmosfera dopo averne rimosso il metano, a creare una miscela adatta alla respirazione umana.

Il display incorporato nella manica all’altezza dell’avambraccio segnava che aveva ancora l’equivalente di diciassette minuti in ossigeno a disposizione.

Anzi, sedici.

I suoi occhi, attraverso la visiera del casco, continuavano increduli a rileggere i fogli di carta che teneva in mano.

Da quanti Anni Convenzionali (l’equivalente del periodo di rivoluzione della Terra attorno al Sole) si trovava su quella luna di Saturno? Abbastanza, forse, da aver perso il conto. Forse cinque, con la missione del 2215. O forse sette, col viaggio precedente. Non che facesse questa grande differenza. Soprattutto ora, alla luce di ciò che era scritto su quei fogli.

Quindici minuti. Il display lampeggiò per un istante con una una luce arancione.

Qualche settimana prima, aveva ricevuto la notizia del decesso di sua madre. Suo padre era mancato già da tempo, per un “malfunzionamento della valvola mitralica”. Così era scritto sul referto medico. La madre era mancata per un tumore ai polmoni.

I genitori di Philip si erano trasferiti da oltre quarant’anni sulla Colonia Orbitale Cassini – nei pressi di Saturno, una delle prime colonie costruite nella regione extra asteroidea per permettere lo sfruttamento dei pianeti esterni.

Lui era nato su quella colonia, la sua mente era piena di ricordi del periodo scolastico e dei suoi primi anni alla Yosemite-Aasgard Space Hydrocarbon inc., l’azienda specializzata nella raccolta e raffinamento di idrocarburi di origine spaziale nella quale era stato assunto subito dopo il dottorato in chimica organica. Anche se, a pensarci bene, faticava a ricordare il colloquio ed i primi mesi di lavoro. A volte gli sembrava di lavorare lì da sempre.

Tredici minuti.

Aveva trascorso, questo lo ricorda benissimo, i primi anni nella sede situata nella base internazionale Huygens, unico insediamento su Titano costantemente abitato (anche se la popolazione residente era per lo più composta da androidi di ultima generazione, quasi indistinguibili dagli esseri umani a tutti gli effetti), per poi trasferirsi periodicamente nei pressi del polo nord nella sede temporanea ribattezzata “Big Squid” in omaggio al Kraken Mare presso il quale si trovava.

Qui stava guidando un progetto di ricerca che mirava ad ottimizzare l’efficacia del processo di distillazione del propilene dall’atmosfera del satellite.

Da quando tutte le riserve terrestri di petrolio e metano erano state consumate, circa un secolo prima, c’era stato un boom della “corsa all’idrocarburo” nei pianeti e nei satelliti del sistema solare, una risorsa preziosa per la produzione dei materiali plastici che erano largamente in uso nell’industria aerospaziale: dalle tute come quella che indossava in questo momento alla componentistica dei velivoli; dai pannelli isolanti per le colonie ai serbatoi idrici per le serre orbitali.

Questo aveva portato ad un forte aumento della richiesta di manodopera specializzata, con una domanda che nei momenti di picco era arrivata a superare l’offerta.

Undici minuti.

Dal cielo iniziò a cadere una lieve nevicata di metano congelato. Philip piegò i fogli e li rimise nel tascone sulla coscia destra. Si alzò, diede un’occhiata al rover elettrico con cui era giunto lì, ed a piedi scese lungo un sentiero che conduceva alla riva del Kraken Mare.

Le suole appositamente zavorrate con una lega di osmio-iridio degli stivali compensavano la bassa gravità del satellite, permettendogli di camminare con naturalezza.

Sette minuti.

La breve nevicata era già terminata. Si fermò al bordo della superficie di metano liquido, perfettamente piatta.

Alla morte della madre, l’unità abitativa da lei occupata sulla colonia Cassini era stata immediatamente riassegnata ad un’altra famiglia. Tutti i beni personali dei genitori di Philip erano stati fatti recapitare quindi a lui; non che ci fosse molto: le loro fedi nuziali, l’orologio del padre, uno strano animale giocattolo (una piccola pecora robot alimentata a batteria), ma soprattutto documenti. Tra questi, i fogli che erano diventati la causa del suo turbamento.

Cinque minuti. Un segnale acustico forte, ed una luce rossa fissa sul display.

Si trattava del certificato di proprietà di un androide di classe unicorno, una delle tipologie più sofisticate, dotate di elevata capacità analitica e costruite per resistere anche in condizioni ambientali estreme.

Alla voce “Nome del modello”, la calligrafia di suo padre, così sorprendentemente simile alla sua, tracciava la parola “Philip”.

Eppure non ci credeva. Non poteva essere vero.

Quattro minuti.

Si inginocchiò sulla riva del lago di metano. Si sporse sopra la massa liquida immobile, che agiva come uno specchio.

Premette un bottone posizionato sul lato destro, all’altezza della mandibola, e si accese una piccola luce all’interno del casco: attraverso la visiera, il suo volto divenne visibile.

Si chiese cosa fosse quel volto. Se fosse il risultato della ricombinazione casuale di catene di acido deossiribonucleico piuttosto che la scelta ponderata di un ingegnere cibergenetico.

Tre minuti. La luce rossa iniziò a lampeggiare con insistenza, accompagnata da un segnale acustico intermittente.

Non poteva più aspettare. Da quando aveva letto quei fogli, il dubbio aveva preso a logorarlo.

Due minuti.

Si alzò in piedi. Il rover, con la sua riserva d’ossigeno, era in cima al sentiero, distante un centinaio di metri. L’insediamento “Big Squid” era a cinque chilometri.

Un minuto.

Respirò a fondo. Guardò il cielo, giallo, con le sue nuvole di metano. Guardò all’orizzonte un criovulcano emettere uno sbuffo di acqua ed ammoniaca. Osservò assente quel paesaggio così familiare eppure così estraneo.

Con i pollici, premette contemporaneamente i pulsanti di sgancio del casco, e la guarnizione pneumatica che lo teneva ermeticamente unito al collo della tuta si sgonfiò, cessando il proprio effetto. L’aria uscì in sbuffi attorno al collo, e condensò immediatamente.

Philip, ora avrebbe saputo.

Mise le mani sui lati del casco, e se lo sfilò.

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Discussioni

  1. Ma è il primo episodio di una nuova serie? Mi ha sorpreso leggere qualcosa di diverso dal tuo solito e con un solo capitolo non riesco a esprimere un giudizio, quindi attendo il resto.

    1. In realtà no, è un episodio autoconclusivo, volutamente a finale aperto, per il Lab di novembre 🙂
      oltre che una serie di citazioni ed omaggi a Philip Dick e Blade Runner 🙂
      Volevo provare lo Sci-fi, è stato un piacevole esercizio (mi son divertito a documentarmi su atmosfera e geologia di Titano!), non credo che però avrà un seguito!

  2. Ciao Sergio, è stata una sorpresa vederti cimentato nello sci-fi! Hai costruito mondo molto verosimile e mentre elenchi i nomi dei luoghi sembra proprio che tu parli di un luogo esistente. Anche l’atmosfera statica e la visione del Kraken mare (bellissimo nome) mi sono piaciute moltissimo, sentendole ‘addosso’. Il finale poi è molto riuscito, bravo!

    1. ciao Virginia, mi fa piacere che ti sia sembrato un luogo esistente 🙂 perchè prima di scrivere il racconto, ho passato qualche ora a documentarmi su Titano, che è realmente un satellite di Saturno, e tutte le descrizioni geologiche ed atmosferiche che leggi si basano su analisi della Nasa, prevalentemente grazie alla sonda Huygens-Cassini.
      Anche il Kraken Mare esiste, non l’ho chiamato io così, ma gli astronomi che l’hanno scoperto 🙂 ed è realmente un lago di idrocarburi (è quello nell’imagine di copertina).
      Tutto il resto chiaramente è inventato (anche se è vero che osmio ed iridio sono i due elementi più pesanti della tavola periodica), e son contento davvero che il risultato sia così verosimile.
      La Sci-Fi mi mancava, bisognava porre rimedio! Ed ho pensato di farlo con un racconto-omaggio a Philip Dick, uno dei più importanti autori di fantascienza: oltre al nome del protagonista, ci sono due o tre riferimenti a Blade Runner, nel racconto 🙂

  3. Caro Sergio, qui il pericolo era grande! Intendo che bastava un attimo per tramutare il racconto in un trattato enciclopedico, dato appunto le numerose spiegazioni tecniche. Invece tu sei stato credibile, sei riuscito a creare il giusto pathos. Bravo! Alla prossima.

    1. Grazie Cristina! ammetto che la quantità considerevole di dettagli tecnici, per quanto intenzionale, potesse farmi scivolare in quella direzione; ho cercato di documentarmi (almeno un minimo) sulle caratteristiche di Titano, perchè volevo avere delle basi verosimili, credibili, a contorno della vicenda del protagonista.
      Ti ringrazio!

  4. Racconto molto descrittivo, quasi a stridere con il conto alla rovescia inesorabile. Però devo dire che il risultato mi ha convinto, soprattutto il finale. Un applauso per la scelta del nome del protagonista.😊

    1. Grazie Dario! si, dici bene, il racconto è soprattutto descrittivo, volevo rendere il tutto il più verosimile possibile (ho passato la mattinata su google a documentarmi sull’atmosfera di Titano, sui suoi laghi di idrocarburi…) per far “vedere” Philip al lettore, mostrarlo come una persona comune, con la sua vita “normale”.
      E intanto il tempo passa, mentre lui procede con calma, senza far nulla: medita, ed aspetta che finisca l’ossigeno.
      E bravo per aver colto la citazione! 😉 non è l’unica, guarda anche tra gli oggetti che gli vengono consegnati, e pensa al titolo del romanzo da cui è tratto Blade Runner 😉
      Ho voluto omaggiare anche i due più celebri astronomi legati a Saturno ed ai suoi satelliti 🙂

    1. Ti rigrazio Stefano! per le descrizioni, ho cercato di documentarmi il più possibile sull’atmosfera e sulla geologia di Titano, con l’intezione di scrivere un brano sci-fi che fosse comunque verosimile.
      L’intenzione era che il lettore “visualizzasse” il più possibile Philip, lo percepisse reale.
      Il finale, ho voluto intenzionalmente lasciarlo aperto, per dare al lettore la possibilità di interpretarlo secondo le proprie sensazioni,
      Grazie!

  5. Un ottimo Lab, in versione sci-fi, che ha il grande pregio di una descrizione accurata e credibile, almeno per le mie competenza. Sembra quasi di essere assieme a Philip, sotto la nevicata di metano, a chiedersi se tutta la sua vita precedente non sia stata una farsa.
    “Sei un droide” is the new “sei stato adottato”.
    Bravo Sergio, alla prossima

    1. Grazie Ale! eh, la sci-fi mi mancava (a parte il crazy train), e l’idea mi è venuta così, quasi per caso! Per le descrizioni, ho passato qualche ora su google a documentarmi il più possibile su Titano, perchè non volevo prescindere da un minimo di verosimiglianza. E ti ringrazio per il commento, perchè lo scopo era proprio quello, fare in modo che il lettore potesse sentire Philip come reale.
      E si, mi piace il tuo paragone …is the new! 🙂 Alla fine, questo racconto è un po’ un omaggio ad uno dei più grandi autori di fantascienza, Philip Dick (vedi il nome del protagonista). Anche nel film Blade Runner, tratto appunto da un suo racconto, viene instillato nello spettatore un dubbio simile. A proposito, ci sono (oltre al nome) altri due riferimenti a Blade Runner… li hai trovati? 🙂

  6. Ciao Sergio, scoprire di essere un androide è sempre sconcertante. Cioè, a me personalmente farebbe piacere, ma il politicamente corretto impone che si provi un certo turbamento. Nel partecipare a questo Lab hai dimostrato molta inventiva, trama ben incastonata con la scena del ragazzo afflitto proposta nell’esercitazione, complimenti! È inoltre sorprendente vedere che spazi con disinvoltura da un genere a un altro.

  7. Ciao Sergio 😀
    Ti sei cimentato nello shi-fi ;D (sci-fi)! Ho già apprezzato la tua versatilità in altri generi lontani dal fantasy, come l’erotico e l’horror, e ora se ne aggiunge un altro. Il ritmo serrato del racconto mi ha provocato un po’ d’ansia, nel tentativo di comprendere cosa sarebbe accaduto alla fine del conto alla rovescia: mi aspettavo di tutto! Ed ecco, che sei ancora riuscito a sorprendermi rimettendo tutto in ballo. Sei stato cattivo nel finale aperto, instillando il dubbio nel lettore: “ricombinazione casuale di catene di acido deossiribonucleico piuttosto che la scelta ponderata di un ingegnere cibergenetico.. ?”. Questo, lo scoprirà solo Philiph, ma urge una domanda ancor più importante. Davvero, c’è differenza?