
Il ladro dei sorrisi
Acqua: tutto è acqua. Se mi fermo a pensare, la sento scorrere fuori e dentro di me.
Sono un uomo di fede. Non sto parlando di religione, piuttosto della devozione a un’idea. La perseveranza, assecondata dall’istinto, nel vivere un sentimento.
Questo è il mio locale preferito, come lo fu per mio padre. Ricordo quando, le domeniche mattina, venivamo a passeggiare sul Naviglio… mi sentivo così fiero di stargli accanto. Poi ci fermavamo qui e, dopo aver ordinato, lui mi regalava qualche moneta perché giocassi al calciobalilla… mi sembra di vederlo ancora mentre, sorseggiando il caffè, osservava i barconi che passavano lenti sul canale. In quell’attimo riuscivo a cogliere nei suoi occhi i riflessi di una tristezza nascosta: il nemico da cui voleva proteggermi. Ma intuivo ciò che gli consumava l’anima; il vuoto che, tormentando il suo cuore e confondendo il mio, ci teneva in ostaggio.
Sapevo chi gli aveva portato via il sorriso.
Fu nel giorno del mio decimo compleanno che mi raccontò di lei, di come scomparve nel nulla pochi giorni dopo la mia nascita, senza lasciare una sola riga. Senza un perché. Le indagini aggiunsero dolore al dolore… si era trattato di un allontanamento volontario. Mio padre e io ci ritrovammo, nostro malgrado, uniti e separati in un destino così simile, così diverso: l’uomo distrutto dai ricordi rubati, il bambino braccato da un’ombra.
E mentre i ragazzi della mia età giocavano alle figurine, io scoprivo le domande senza risposta, quelle che ci inseguono fin nella tomba. Quante volte mi sono torturato cercando di comprendere il dramma che, dall’oggi al domani, era piombato sul mio sfortunato genitore. Ma non riuscivo a immaginare altro se non un lento susseguirsi di giorni e notti tutti uguali; il muto, quotidiano peregrinare di sole e luna da una parte all’altra della volta celeste. A mani nude scavavo in profondità, trascurando ogni riguardo per me, per lui, per quella madre che non avevo conosciuto, costruendo mura di bugie dove rinchiudere i pensieri, eludendo la tortura delle parole che conoscevo e rifiutavo: le stesse che, presto o tardi, trovavano un varco per sfilare davanti come i barconi sul canale, senza che potessi far altro se non vederle scorrere.
Chissà come sarebbe stata un’altra vita. Quali linee avrebbe avuto il volto di un padre felice; quali, quelle dell’uomo che sarei divenuto io.
«Ci siamo fatti largo tra gli agenti. Eccolo, esce dalla Prefettura…»
Volgo lo sguardo alla tv.
«Commissario, sono stati fatti dei progressi nelle indagini sul ‘ladro dei sorrisi’?»
«Il riserbo è assoluto. Si tratta di un uomo sui quarant’anni… conoscete le conclusioni della scientifica.»
«Cosa ci dice delle istantanee lasciate accanto ai cadaveri, con i primi piani delle vittime costrette a sorridere?»
«Che l’assassino segue uno schema. Ciò conferma l’ipotesi del serial killer, un soggetto profondamente turbato e pericoloso. Ma non fatevi ingannare, costui ha dimostrato di possedere un’intelligenza fuori dal comune. Potremmo però essere a una svolta: l’eccessiva sicurezza, o le sabbie mobili della sua mente malata, gli hanno fatto compiere un passo falso.»
«Commissario… aspetti!»
Lui apre la portiera senza rispondere, poi d’improvviso si volta verso la telecamera. Le rughe gli scavano il collo fino al nodo della cravatta, allentato sopra la camicia sbottonata. I capelli grigi, ordinati, tradiscono la sua età mentre due occhi infossati, scuri come la notte, urlano muti qualcosa di ostile. Fissa l’obiettivo in silenzio, violando l’etere con il suo fare indagatore in cerca del colpevole; entra quindi nell’auto che parte a sirene spiegate. Il mio accendino, in perenne rotazione tra le dita, si ferma di colpo sul tavolino, intimorito dalla vista di quello che sembra il più temibile degli avversari.
Qualcosa mi turba dentro: sento il bisogno di fumare. Guardo fuori, l’Alzaia sarà presto un viavai di passanti… poco importa il freddo pungente di questo rigido inverno.
E pensare che qualche giorno fa ho incrociato proprio lui, non distante da qui. L’aver scoperto che, come me, è un imperterrito abitudinario non mi ha sorpreso: un’affinità che ho percepito sin dal primo istante. Non mi ci è voluto molto a individuare, vicino alla Questura, il ristorante dove pranza ogni giorno. Da quel momento, la tentazione d’incontrarlo è stata irresistibile.
Era un pomeriggio coperto, freddo come pochi… indossavo un soprabito, il berretto e la sciarpa fin sul naso, quella a quadri colorati. Quando l’ho visto uscire dal locale gli sono sfilato davanti, urtandolo volutamente; mi sono scusato e lui, senza preoccuparsi di rispondere, ha incrociato il mio sguardo per qualche secondo.
Fatti pochi metri, ho sentito alle mie spalle:
«Lei… aspetti un attimo.»
Non mi sono voltato.
«Fermo! Polizia!»
Ho iniziato a correre all’impazzata, imboccando il dedalo di vicoli che conosco a menadito. Sono riuscito a seminarlo; eppure, devo ammetterlo, ho temuto il peggio. Quell’uomo ha un istinto animale, il fiuto di un predatore: tra simili ci si riconosce anche se il destino ha scelto delle strade diverse, a volte perfino opposte. Se il segreto di un grande detective si nasconde nel pensare, sentire, muoversi come il colpevole, allora lui è il numero uno. Quando lo hanno convocato da Roma per affidargli il caso, ho passato giorni interi a cercare ogni informazione che mi parlasse di lui. Tra gli articoli che tappezzano la mia stanza c’è una miriade d’immagini dell’infallibile commissario, salito agli onori della cronaca dopo i tanti arresti portati a termine nella Capitale. Da subito ho capito che avrei avuto di fronte l’unico uomo capace di stanarmi.
Sento un vociare fuori… ecco passare le mamme con i ragazzi. Lascio i soldi sul tavolino ed esco nella via, seguendo a distanza il gruppo. Nel mezzo c’è lei… riconoscerei il suo volto spensierato tra mille.
Ha ragione il commissario, ho commesso un passo falso. Il perché non lo saprei spiegare: a volte, la mente gioca brutti scherzi. A volte, mi vengono strani pensieri.
Quel diavolo d’un poliziotto mi sta col fiato sul collo, so di avere i giorni contati. Ma domani metterò in borsa la macchina fotografica e, prima che riesca ad acciuffarmi, porterò via un altro sorriso.
Avete messo Mi Piace7 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Bellissima scrittura! Hai una nitidezza che fa felici gli occhi e non solo. Pensi di dare seguito a questo racconto? Non sarebbe male seguirne gli sviluppi. 👏👏👏
Grazie Giuseppe, un complimento il tuo che mi fa felice… inutile nasconderlo.
No questo è un one shot, sai volevo anche cimentarmi in questa sfida delle mille parole, che poi è l’intendimento della redazione per il prossimo futuro.
A presto.
Peccato! Ma intanto mi leggerò ciò che hai scritto, sperando che, magari, chissà… cambi idea. Comunque sia, a presto!
Un racconto coinvolgente, che lascia il lettore con quella voglia incolmabile di volerne sapere di più. Ci starebbe benissimo come episodio pilota di una serie. 😎
Sono felice che tu sia tornato, Robért. Il tuo stile inconfondibile è davvero un piacere da leggere.
Grazie Giuseppe. Sono contento di averti tra i lettori di questo mio piccolo testo, conoscendoti reputo il tuo un apprezzamento di alto livello.
Un saluto, a presto.
Che penna, ragazzi! O dovrei dire tastiera?! *Sorriso. Complimenti, forse come altri immagino un continuo e a volte è anche bello solo immaginarselo, seppur dovesse comunque diventare realtà sarò sicuramente qui a leggerlo!
… e che complimento! Grazie: preferisco “penna”. Sono sicuro che se qui c’è una passione che ci accomuna è quella per la penna giusta. Io adoro il tratto spesso da fare paura: non se ne trovano troppe in giro.
No, il racconto è one shot… il genere che mi dicono tutti più congeniale, un bullet che, se ben tirato, trapassa da parte a parte. Il nuovo limite delle mille parole mi trova, in questo, preparato.
Mi ha fatto piacere incrociarti qui.
Mi è piaciuto moltissimo Robért, sei riuscito a creare quel livello di empatia che avvicina all’inavvicinabile.
Grazie Roberto. Devo dire che non attendevo un grande riscontro: mi sbagliavo.
Le immagini dei barconi, che puoi trovare in rete, valgono da sole la lettura del racconto. Allo stesso tempo, ci riportano indietro in un passato lontano. I nostri genitori, allora dei giganti, oggi molto più umani nel riflesso delle nostre debolezze.
Durissimo e fragile, carico di rabbia e di dolente umanità….un criminale dotato di un’etica ben precisa.
Un’analisi psicologica profonda che sonda il male dalla parte del male…..il delitto che diventa strumento per parlare dell’animo umano…..con una trama che non lascia scampo…….
Meravigliosamente perfetto…..
Probabilmente il più bel commento ricevuto da quando propongo i miei testi. Non solo perché positivo, il che fa sempre piacere, ma in considerazione del contenuto così ampio espresso in pochissime righe.
Questa è una recensione che fa il proprio mestiere: sviscera la storia con le sue raffiche brevi, fatte di parole affilate come lame. Smooth Operator di Sade, se dovessi abbinarlo a un pezzo musicale, senza particolare riferimento ai versi ma molto più all’eleganza e a qualcosa, qualcosa di evanescente nel titolo.
Trovarmi di fronte a lettrici, a lettori di tale livello mi regala una grande soddisfazione, inchiodandomi allo stesso tempo alla responsabilità insita nello scrivere. Un breve momento di gloria che prepara alla nuova, più difficile scalata.
Permettimi di esprimere un complimento per il nome pubblico, davvero di classe.
Grazie di cuore.
Melts all yours memories and change into gold….
His eyes are like angels but his heart is cold…..
Grazie a te Robèrt.
Grande racconto di uno scrittore che è sicuramente anche un grande lettore. Il freddo, il bisogno di fumare, le mamme con i ragazzi. E la raccomandazione che sorge spontanea riflettendo su questo plot di classica efficacia: non perdere la memoria, non sparire😍
Ti sono grato per queste belle parole.
Everybody’s Changing: lo cantavano i Keane.
Tra i tanti viaggi che possiamo fare, quello nella musica ci porterà sempre più vicini alla metà finale.
Un abbraccio.
…meta finale.
Chapeau. Ben tornato, e in grande stile. Un noir vero, che secondo me va bene com’è. Non cambierei una virgola. Incisivo e potente, con un’anima umana e non soltanto un plot complesso.
Grazie davvero. Sono convinto che un vero noir, come fai acutamente intuire tu, non possa che sgorgare dall’anima.
Mamma mia che stile! Non ho capito se ci sarà un seguito o l’hai chiuso lì, ma in ogni caso il racconto si regge in piedi anche con questo finale.
Adoro queste storie impregnate di sofferenza.
Come sempre, Francesco, il tuo commento è benvenuto. In particolare oggi, per questa storia che mi sta a cuore… il genere che più preferisco è il noir, soprattutto se a tinte poliziesche.
Il piccolo racconto è a sè stante, e nonostante la brevità l’ambientazione l’ho dovuta studiare per bene, reperendo immagini del Naviglio all’epoca in cui passavano ancora i barconi: bellissimo.
Scritto in uno stile che adoro!
Spero che ci sia un seguito: il risvolto finale – in riveli che il protagonista è l’assassino – mi ha particolarmente interessato alla storia 🙂
I polizieschi sono un genere che adoro e non se ne vedono troppi in giro. Per questo mi fa ancora più piacere ricevere il tuo apprezzamento.
Condivido a pieno. Sicuramente è tra i generi più appassionanti.
Rispondo all’invito della redazione, orientato verso il limite 1000 parole.
Uno scorcio di Naviglio anni ’70…