Il numismatico (nano e cannibale)

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Dal momento che nessuno lo aveva mai avvistato fuori dal suo negozio, si era diffusa la voce che in quell’angusto posto per vendere monete, dalle pareti più scure di una tintura per capelli, lui, il nano numismatico (e malefico), ci vivesse; magari nutrendosi di cibo in scatola. Magari. Ma secondo alcune autorevolissime male lingue di paese non disdegnava la carne umana.

Prima di entrare in quel negozietto segnalato dall’insegna NUMISMATICA feci il giro di tre bar: chiedevo acqua, poi andavo in bagno a lavarmi la faccia; ma a farmi sudare non erano solo le temperature soffocanti di quel pomeriggio di luglio – anche se la grafica della t-shirt mi si era letteralmente tatuata sulla schiena. Il fatto è che si narrava che alcuni clienti, entrati per scambiare monete rare, non avevano più fatto ritorno a casa. Altri, non meno sfortunati, erano tornati dalle loro mogli. 

Spinsi la porta, prima timidamente, poi con forza, ma sembrava bloccata. Controllai l’orario d’apertura ed era tutto in regola. Spinsi con maggiore vigore facendo vibrare un’intera vetrina, ma non accadde nulla, dannazione. Perché non funzionava!

-Tirare!- urlò una voce nana dall’interno.

Merda, pensai. E un alone di sudore si espanse dalle ascelle.

– C’è scritto tirare. Non sai leggere?-

-No. Cioè si, ma non avevo letto. Ero troppo…-

-Troppo cosa?-

-Ero troppo…-

-Troppo…– mi incalzó.

-Caldo. Ero troppo caldo. Cioè, non che io sia caldo, ma fa oggettivamente caldo fuori e sto sudando e allora non ho letto. Bene. Non ho letto bene.-.

La mia balbuzie doveva averlo ingolosito perchè si leccò le labbra. Poi valutò con una rapida occhiata la mia percentuale di massa grassa.

-Entra.-

Merda, merda, merda. Siamo partiti male. Entrai.

Forse sarei morto li dentro, ma se non altro il condizionatore era un gran sollievo e a quella temperatura si poteva accettare qualsiasi tipo di dipartita; ma confesso che avrei preferito non essere fagogitato dal Nano, se non altro per l’inutilità del sacrificio, visti gli scarsi esiti di quell’alimentazione sulla sua statura.

A guardarlo bene non era proprio un nano. Era semplicemente molto basso, a occhio e croce un metro e trenta. Calato in una comunità di nani gli avrebbero certamente dato del gigante.

-Devi comprare qualcosa?- disse.

-No.-

-Allora devi vendere?-

-Non proprio.-

Chiuse un ricettario in cui giurerei di aver letto “Biondino alla crema di carciofi”. -Sei entrato per il condizionatore?-

-Ho una moneta, volevo sapere se poteva valutarmela.-

Prima di andare dal numismatico avevo consultato almeno una decina di personaggi autorevoli estratti dal mondo del poker, della truffa, dell’estorsione, dell’alcolismo e della mitomania più bieca. Tutti si erano trovati d’accordo nel consigliarmi di recarmi dal Nano per una valutazione e non necessariamente avrei rischiato la vita – ammesso che la patetica esistenza di un’adolescente flaccido e dalla pelle del viso lustra e acneica potesse definirsi tale. Con un po’ di fortuna me la sarei cavata con la semplice amputazione di un dito o con l’asportazione di un inutile lobo.

Ma veniamo alla valutazione perchè era arrivato il momento di mettere la mercanzia sul tavolo. Quella che ad una prima rapida occhiata poteva sembrare un coperchio di rame rigato su entrambi i lati o, tutt’al più, un sofisticato pezzo di cioccolato, era in realtà la mia preziosa pepita: i dieci tornesi del 1862 di Ferdinando II.

“Hai anche monete di valore?” disse il Nano. Pensai immediatamente ad una strategia da mercante consumato per spuntarla in trattativa – la sua bassezza, dunque, non era soltanto una questione di centimetri. Poi, però, mi mostrò il catalogo: a voler essere di manica larga il valore di quella moneta mi avrebbe aperto, al massimo, le porte di una pizzeria. Per una margherita, bibita esclusa. Nel tentativo di emettere un ghigno malefico, il Nano fu colto da un violento colpo di tosse: evidentemente non era più il cannibale di un tempo e forse avrei dovuto approfittare del suo semi soffocamento per dileguarmi e salvare pelle, dito e orecchio; ma per un inspiegabile impulso autolesionista aspettai che si ricomponesse e con la certezza che quelle sarebbero state le mie ultime parole dissi: “ha intenzione di mangiarmi?” Avrei potuto scegliere qualcosa di più intelligente da dire, non che avessi la pretesa di consegnare le mie ultime parole ai posteri, ma potevo dire qualcos’altro. Avevo però la mente totalmente annebbiata dall’immagine della masticazione abominevole del Nano – la cui dentatura, peraltro, sembrava carente di un’intera arcata. Pensai: chissà quanti, prima di me, ridotti ad un misero bolo impastato di saliva, erano stati sminuzzati da quei piccoli denti cariati e anneriti. Era forse arrivato il mio turno di essere pre digerito come un misero boccone? All’idea di dover affrontare un viaggio nell’apparato digerente di quel coso fui sopraffatto da un moto di indignazione, dunque decisi di prendere il nano per le corna.

“Se ha davvero intenzione di mangiarmi devo avvertirla: non solo sono indigesto, ma ho anche una gravissima malattia contagiosa al colon. Le conviene lasciarmi andare.”

Il Nano mi fissò. “Tu non stai bene, vero?”

Uscii da quel negozio senza dire una parola e mi rifugiai per tre giorni da mio cugino Berardo, a Ravenna, pur sapendo che in quel periodo ricorreva la tradizionale e idiota rievocazione storica della battaglia dei 500 giorni. Tra i miei migliori propositi c’era il non dire assolutamente niente a proposito del Nano.

“Davvero gli hai chiesto se aveva intenzione di mangiarti?”

“Si”

Berardo diede un altro tiro di Paul Mall. “Domanda più che legittima, hai fatto bene. E lui cosa ha risposto”.

“Lasciamo perdere. Non mi sono sentito cosí tanto in imbarazzo da quella volta che tua sorella mi ha visto nudo. A proposito, ho notato che le sono cresciute le tette”.

Di domenica, in piazza dei caduti, il mercato produceva un vociare insopportabile e tra una bancarella di intimo ed una di vettovaglie, anche se ben mimetizzato, notai il banco di un numismatico.

“Quanto possono valere dieci tornesi del 1862?” domandai.

“In ottime condizioni?”

“Più o meno.”

“Alla fine di questa strada c’è Tony, fa pizza al taglio. Se ti piace la margherita fai un affare. Ha sfornato alle 10:30, la trovi ancora calda.”

Cominciai a pensare che quella del numismatico fosse una professione ad esclusivo appannaggio di simpaticoni. “Grazie”.

La cosa curiosa è che adesso vedevo nani, tornesi e negozi di numismatica ovunque andassi: dietro l’angolo tra via  Marco Dente e via Tombesi dall’Ova, in piazza Enaudi perfino nella sala giochi di vicolo Plazzi,  da Fulvio – che non spiccava certamente in altezza. I gettoni mi sembravano tornesi, le persone mi guardavano in cagnesco e le cartolerie avrei giurato vendessero monete e francobolli d’epoca.

“Sto impazzendo, torno dai miei.”

Sul treno il controllore era talmente basso da confondersi con le valigie sistemate alla meglio nel vano bagagli e, voltando lo sguardo oltre il sedile, sorpresi un intero scompartimento di passeggeri a scambiarsi monete.

I giorni successivi furono un vero inferno con notiziari che non parlavano d’altro che di monete antiche, circhi e franchising di numismatica e quando mia madre mi diede due tornesi chiedendomi di andare a comprare il pane pensai di andarne a parlarne con un prete.

Il prelato più indicato a cui raccontare ossessioni e allucinazioni doveva essere Don Alberto perchè era appassionato di messe in latino e nani da giardino. Peraltro era fresco di un seminario sugli esorcismi organizzato dalla diocesi di Frosinone. Delle ossessioni avevo un ricordo drammatico, un cugino di mia madre che, dopo anni in cui credeva che tutti ridessero della sua stempiatura – in effetti aveva una fronte equina – si tolse la vita; non prima, peró, di aver scritto una lunga lettera piena di strafalcioni grammaticali – alcuni cosí grossolani da giustificare un suicidio. Forse era arrivato il mio turno di consultare uno psicologo ma dentro me sentivo di poter accettare qualunque opzione, tranne quella antieconomica di rimpinguare le tasche già gonfie di qualche post freudiano.

Per due sere consecutive aspettai la fine della messa pomeridiana, bramando nell’ombra come un ladro. Poi , finalmente, mi feci avanti e vuotai il sacco.

Don Alberto non battè ciglio. “E allora? Anch’io vedo nani dappertutto. Ho il giardino pieno. Cos’hai contro i nani? Sono creature del signore con un alto peso specifico d’amore. Un concentrato di bontà.”

“Si ma è da quando sono andato dal numismatico che tutto è cambiato, mi sembra tutto amplificato. Anche questa storia delle monete…Tutti attorno a me sembrano voler scambiare monete.”

“Questo non credo sia vero. Anche se ho saputo che hai dieci tornesi. Ti andrebbe di scambiarli con 500 lire d’argento del 1945?”

Alzai lo sguardo verso di lui e aveva la faccia di un nano.

Essere perseguitati dai nani non è certo una condizione auspicabile, ma per un po’ mi autoconvinsi che in fondo c’era di peggio – pensavo, ad esempio, a quelli che credono di essere Padre Pio e che, non si capisce bene come, hanno dei buchi nelle mai. Verrebbe da chiedersi: come fa una persona con le mani bucate a lavarsi la faccia? È una manovra scientificamente impossibile. Dev’essere per questo che li fanno santi o, comunque, gli attribuiscono poteri paranormali.

In attesa di parlare con la madre di Poldo – famosa per essere in grado di togliere il malocchio – divorai due confezioni di crackers – uno, sbriciolato, l’ho praticamente bevuto – una confezione di kitkat, un tegolino, una coca cola in vetro e due brooklin. Per poco non esordii con un rutto.

“Raccontami: qual’è il problema?” disse.

Con uno sforzo sovrumano trattenni un conato. “Il numismatico, quello nano. Da quando sono andato nel suo negozio la sua presenza mi perseguita. Puó aiutarmi a mandarlo via? Non sopporto più quel suo ghigno idiota. Lo mandi via la prego!”

“Quel pezzo di merda una volta mi ha rifilato una patacca.” Poi si dedicó al noto rito anti malocchio a base di gocce d’olio in un piatto, preghiere e segni della croce. 

A casa mi aspettavano per la cena e dovevo ancora prendere del pane prima che il forno chiudesse. “Le dispiace accellerare la pratica?”

“Se vuoi fare uscire il malefico dal tuo mondo, prima devi farlo entrare. Sono 30 euro.”

“Cazz…grazie. Tenga pure il resto.”

“Mancano cinque euro.”

“Ah si. Ecco, scusi.”

Proprio come temevo, cominciò un debilitante ciclo di notti insonni. Pane, prosciutto, maionese e doppio strato di formaggio, poi lunghe maratone televisive aperte dal cervellotico monologo in asincrono di Ghezzi. In poco tempo diventai esperto di cinema francese anni cinquanta e di pubblicità erotiche. Durante uno dei miei rocamboleschi e frustranti giri di canale mi soffermai accidentalmente – mi era caduto un pezzo di prosciutto – sull’ultima delle emittenti locali; vorrei poterla citare e farle un po’ di pubblicità ma non ne ricordo il nome. Tele e qualcosa. Era messa così male che il palinsesto non andava oltre il notiziario condotto alla meglio da uno studente di ingegneria e una serie grottesca di spot di imprese locali, inclusa la trattoria ”Da Carmine”. Quella notte, però, a sorpresa, la programmazione prese un’altra piega offrendo niente meno che un film: Sharon’s Baby, horror di serie b del 1975 di Peter Sasdy. Nei due anni successivi lo avrebbero riprogrammato quasi tutti i giorni, fino alla nausea, anche tre volte al giorno, mattina inclusa, diluendone così il micidiale potenziale orrorifico. Chiaramente il protagonista era un nano, era malvagio e contravvenendo all’abc del cinema, ogni tanto guardava nella telecamera, proprio verso di me. Io sgranavo gli occhi e aprivo una busta di patate. Il caso volle che in casa circolasse un flacone di EN – a farne uso doveva essere probabilmente mio padre – e a furia di ansiolitici, almeno per un paio di settimane, ritrovai il conforto del riposo. Poi le gocce finirono e le notti diventarono lunghe, interminabili e infestate da lui.

Per qualche ragione, d’estate, con la chiusura delle scuole, le ragazze diventavano più disponibili. Quell’estate diedi il mio primo bacio, non riuscivo neanche a crederci e non vedevo l’ora di  staccarmi da lei per andarlo a raccontare a qualcuno, ma eravamo troppo appartati, dunque, non avendo altra scelta, fui costretto ad intrattenere una conversazione e i miei fantasmi non esitarono ad emergere.

“In che senso questo nano ti perseguita?”

“Beh, tecnicamente non è proprio un nano. Nel senso: non è affetto da nanismo. Ma tutti lo chiamano cosí. E comunque abbassa la voce, potrebbe sentirci”

Lei si guardò intorno. “Ho appena baciato un paranoico?”

“Si. Cioè, no. Non sono paranoico, lui è veramente qui, da qualche parte.”

“Sei molto strano, lo sai?”

“Ascolta, lo so che è una storia assurda, se io fossi al posto tuo non mi crederei, perciò se non hai più intenzione di vedermi lo capisco. Ma ti assicuro che è cosí. È come in quel film, Sharon’s Baby. Hai presente?”

“Mai sentito.”

“Beh, in questo film c’è un bambino, tu lo guardi ed ha un visetto angelico, poi ti giri, lo guardi di nuovo e ti accorgi che al posto suo c’è un nano malefico.”

“Se stai cercando una scusa per troncare non c’è bisogno di inventarsi questa storia. Io tra una settimana torno a Roma e fine dei giochi.”

Quella settimana volò, risalimmo un fiume in secca, guardammo un concerto dei Camaleonti organizzato dalla pro-loco e facemmo un’escursione in bici. Vidi il nano solo in un paio di occasioni: la prima, tra la folla del concerto e la seconda nel bosco. Lei si accorse del mio turbamento ma fece finta di niente. Poi accadde un evento che cambiò il corso delle cose. Prima di salutarci mi disse che dovevo affrontare i miei demoni, altrimenti si sarebbero impossessati di me dunque si avvicinò per darmi un bacio e accadde quello che più temevo: aveva la faccia da nano. Mi allontanai con aria disgustata, lei fraintese – come darle torto – e andò via, in lacrime. Pensai che non ci saremmo più rivisti.

Colmo di rabbia presi un autobus e andai dritto dal numismatico. Non mi importava se mi avrebbe staccato un orecchio, un dito o asportato la lingua. Se esisteva un limite entro il quale apparire rompendo le palle al prossimo  lui l’aveva oltrepassato. Spinsi la porta, poi mi ricordai che bisognava tirala. Entrai e urlai con quanto fiato avevo in gola:

“Adesso basta, sono qui! Dimmi che cosa vuoi da me! Che cosa vuoi che faccia!”

“Intanto abbassare la voce.”

Dal magazzino affiorò una sagoma ben più grande di quella che ricordavo. 

“Sto cercando…coso…il titolare.”

“Alfredo?”

“Suppongo di si.” Dunque anche il Nano aveva un nome di battesimo.

“Non è più fra noi. I funerali si terranno domani pomeriggio, alle quindici e trenta.”

“I funerali di cosa? Cioè, di chi?”

“Di Alfredo.”

“Ah, mi dispiace. Condoglianze.”

“Non sono un parente, sono solo il proprietario del locale. Alfredo praticamente non aveva parenti in vita. Non in zona, almeno.”

Peggio di un funerale in agosto può esserci solo un matrimonio. Praticamente si sudava a stare fermi e all’ombra; ma non per questo entrai in chiesa -anche se li c’erano, a occhio e croce, dieci gradi in meno. Mentre aspettavo che il corteo si avvicinasse al cimitero diedi la corda al mio orologio da polso bulgaro ma saltò una molla o un ingranaggio.

“Tanto non valeva niente, roba venuta dai balcani chissà come” dissi a un netturbino. “Non che in europa facciano di meglio, ma almeno ti risparmi certe stampe sovietiche sul quadrante.”

Con mio enorme stupore il corteo funebre era qualcosa di imponente: persone di ogni estrazione sociale, notai, rom, medici, mercanti, indiani, cardinali, domatori di leoni. C’erano almeno quattrocento persone e tutte si avvicinarono per lasciare un ricordo nella fossa. Mi avvicinai e vidi che la bara era stata letteralmente sommersa di monete cosí anch’io estrassi i miei dieci tornesi dalla tasca e li lasciai cadere verso il basso.

Un uomo panciuto, con il triplo mento e una barba fittissima notò il mio gesto. “Hai fatto bene a dargliela” disse. “Da questo momento ti lascerà in pace.”

“Era per questo che mi dava il tormento?”

“L’unico modo per farlo smettere è dargli una moneta. Le persone che vedi qua, incluso il sottoscritto, sono state tutte tormentate da lui. Ma non era un cattivo. Solo un po’ dispettoso. E poi aveva questa ossessione per le monete…”

Meno male, non ero matto. O almeno non ero il solo. “E riguardo al cannibalismo? Ha mai mangiato nessuno?”

“Dalla testa ai piedi? Che io sappia no. Solo piccoli pezzi” disse mostrandomi la mano a cui mancava una falange. “Ho opposto troppa resistenza, avrei dovuto darglieli subito quei venti baiocchi di Pio IX e non farlo attendere sei anni. Colpa mia.”

Colpa mia un cazzo, pensai. Allora era proprio uno stronzo!

I mesi che seguirono peró furono molto spensierati e il Nano, cioè Alfredo, non fece più alcun tipo di incursione nella mia vita. Anzi, fui io, di tanto in tanto, a fargli visita al cimitero. Dopo tutto quell’uomo, tolte le sue monete, non aveva nessuno. Non una lacrima fu versata a quello che potrebbe passare alla storia come il funerale più asciutto di sempre.

“Qui sotto c’è una maledetta fortuna” pensai. “Ma stai tranquillo, a nessuno verrebbe mai in mente di frugare.

 

Immagine tratta dal Film “Sharon’s Baby”

 

Pubblicato in Horror

Commenti

  1. Foto del profilo di Pincherle Moravia
    Pincherle Moravia

    Fluido e piacevole, si inserisce appieno nel filone del grottesco; la divertita inquietudine dei primi paragrafi lascia spazio, nella seconda parte, a una sensazione di oppressione che non trova sfogo nel finale, che quindi ha un sapore angosciante. Un climax degno di un romanzo, da non relegare al racconto! Complimenti!

  2. Foto del profilo di Ivana Mauro
    Ivana Mauro

    Ma il tuo è un racconto serio, che con talento e maestria lo hai rivestito di un’ironia sottile quasi english. In quanto a me proverò con le mie piccole cose… presto… ☺

    Valutazione 4
  3. Foto del profilo di Ivana Mauro
    Ivana Mauro

    Il ritmo serrato non consente interruzione: si legge d’un fiato, esilarante. Ci vedrei anche la metafora di un viaggio psicologico dentro quelle che, apparentemente, sono (o sembrano) “blande” psicosi, in grado di condizionare l’esistenza dell’individuo, ma, così narrato, il risultato è leggero e fruibile, sottraendolo alla mannaia della banalità e consegnandolo agli onori di un ottima narrazione. Senso di spirito e ironia, dosati con maestria, senza cadute di tensione. Ottimo Tiziano, adesso so cosa sognare stanotte: Il nano… brrrrrrr