Il ponte del Diavolo

Serie: Vladimiro



Un po’ di spazio tra gli incisivi sarebbe stato meglio o, in alternativa, un premolare mancante –  se avessi evitato di ridere in pubblico, chi mai se ne sarebbe accorto? – e invece, causa una pesante eredità genetica, mi ritrovai questi cosi in bocca, appuntiti e ingombranti, roba da vergognarsi e non uscire più di casa. Forse è per questo che i vampiri di giorno spariscono. Sono certo che esistono menomazioni più invalidanti, ma non si sottovaluti, quando si hanno dei canini come i miei, che non puoi, per nessuna ragione al mondo, permetterti di morderti la lingua; è per questo che ho imparato a parlare molto lentamente. L-e-n-t-a-m-e-n-t-e. La punta della lingua divelta sì che sarebbe un handicap, specie se già di tuo hai materiale per logopedisti tipo erre moscia, esse sorda o altre lettere con disabilità.

E allora: avere i canini appuntiti, di per sé, non sarebbe neanche un grosso problema ma queste zanne in bocca costituirono, fin dalle elementari, un’occasione ghiottissima per i bulli della scuola a cui non sembrava vero di poter aggiungere al loro già fornito vocabolario di insulti – ciccione! quattrocchi! tappo! comunista! – l’appellativo di mostro! e Dracula!

Quando mi rifugiavo in bagno per un pianto consolatorio, Giusy mi raggiungeva– entrava nel bagno dei maschi senza troppe cerimonie, aveva dato ai piselli dei maschi dei soprannomi.

Una volta disse: “Dracula non è male. Mio cugino si è beccato un rospo! E da ieri mi chiamano culona! Hanno fatto anche girare un whatsapp con il mio culo deformato”.

“Tu non sei una culona. Riguardo quel rospo di tuo cugino, beh onestamente…”

“Ignorali. Sembra che sia la migliore forma di disprezzo.”

“Non sembra a me. Vorrei che gli esplodesse la testa a quei…a quei… A proposito, ho un mal di testa pazzesco.”

Le mie emicranie si erano fatte troppo frequenti e dolorose e delle bolle simili a scottature mi erano spuntate sul viso. Da tre mesi pellegrinavo nelle sale d’attesa di costosissimi studi di specialisti, con l’unico grosso vantaggio di tenermi aggiornato sul gossip nazionale. Poi arrivò il giorno della sentenza  e il dottore non usò perifrasi:

“Fotosensibilità.”

Feci un lungo sospiro. “Vero. Adoro la fotografia, faccio foto da quando sono piccolo e ho anche partecipato a numerosi concorsi. Ma non vedo il nesso con questi mal di testa e queste pustole che mi spuntano sul viso. Voglio dire, sono anche disposto a smettere di fare foto ma non è che siamo stati un po’ troppo precipitosi? Non possiamo fare altre analisi?”

“No, no, no. Non mi sono spiegato. Qui la fotografia non c’entra nulla. È la luce il suo problema. Più precisamente la luce naturale, cioè quella del sole.”

“Cosa? Come sarebbe a dire la luce del sole? Le sembro un tipo da spiaggia? Non ho nemmeno il costume.”

“Assolutamente no, mi sembra più uno di quei cosi, come si dice di quelli tutti vestiti di nero e i capelli a spiovente…IMU?”

“Emo. Ad ogni modo è fuori pista: sono un dark.”

“Immagino ci sia un’enorme differenza.”

“Uff…”

Sul momento la presi con filosofia, ma seguirono giornate di ricerche matte e disperatissime: secondo autorevoli forum – pare che i più attendibili siano quelli frequentati prevalentemente da donne, tipo alfemminile.com – non c’era rimedio se non quello di bendarsi come una mummia. Altri suggerivano pesanti impacchi a base di creta; alcuni una specie di crema solare protezione 200 in grado di respingere completamente i raggi ultravioletti; altri ancora -devo dire, i più stronzi – suggerivano di trovarmi un lavoro notturno: per quelli come me non esisteva una cura.

Piansi per una settimana, poi cominciai a scrivere lunghe lettere di commiato in cui mi scusavo con tutti, con la mia famiglia, con Giusy, ma non riuscivo più a vivere a quelle condizioni. Fu un caso, ma la sera che decisi di farla finita pioveva a dirotto il che avrebbe certamente rovinato le mie scarpe. Poteva essere un buon motivo per rimandare ma ormai avevo datato la lettera di addio e chiunque abbia confidenza con le nevrosi sa bene quanto sia insopportabile l’idea di apportare cancellature o correzioni su un testo. Mi feci coraggio e andai sul Ponte del Diavolo: con un po’ di fortuna e la sensibilità di mio cugino Michele – ultima penna del giornale online “L’eco del Po” – mi sarei guadagnato un trafiletto nella cronaca locale del giorno dopo. Stavo per lanciarmi di sotto quando, con un noioso tempismo cinematografico, accadde qualcosa: scoprii di non essere solo.

Lei mi guardò, esattamente come si potrebbe guardare una multa o un bicchiere di vino che sa di tappo. “Scusa, ma c’ero prima io.”

Tecnicamente aveva ragione, poi misi a frutto quei tre mesi di palestra frequentati l’estate prima, nel vano tentativo di contrastare il mio rachitismo.  “Ti dispiace se ci alterniamo?”

“Si, mi dispiace. Vorrei che domani si parlasse solo di me, se non è chiedere troppo.”

“Ok ok. Torno un’altra volta.” Pioveva sempre più forte. “Sei venuta con un ombrello, per caso?”

Mi guardò bene, mi guardò la bocca e fece una smorfia. “Cosa credi di fare, lanciandoti? Tu non puoi morire. Non lo vedi che sei un vampiro?”

“No aspetta! Che vuoi dire? Aspetta!” e si lanciò nel vuoto, lasciandomi solo, sotto la pioggia, con le scarpe completamente inzuppate. 



Vladimiro
  • Episodio 1: Il ponte del Diavolo
  • Episodio 2: Zio Nosferatu
  • Pubblicato in Horror

    Commenti

    1. Ivana Mauro

      No, mi rifiuto di dare qualunque commento… VOGLIO LEGGERE TUTTA LA STORIA, andiamo non puoi lasciare i tuoi lettori a inzupparsi sotto la pioggia col Conte Dracula in “sospensione”…

    2. Kia Ra

      In questo racconto si scopre una scrittura dallo spiccato talento umoristico, un’altalena tra divertimento e suspence.D’altronde dei vampiri si può ridere o si può tremare….mi aspetto dello splatter puro nei prossimi episodi.Bravo Tiziano!😉