
Il resto è mancia
Serie: The place
- Episodio 1: Fogli di carta
- Episodio 2: Identità
- Episodio 3: Il resto è mancia
- Episodio 4: Com’è la guerra?
- Episodio 5: Vera
- Episodio 6: Per l’ultima volta
- Episodio 7: Fine?
- Episodio 8: Sei giorni dopo
- Episodio 9: Marmellata di arance
STAGIONE 1
Mina uscì dal palazzo a un quarto alle sette. Camminò sul marciapiede costeggiando il parco fino alla fermata dell’autobus, voltandosi di tanto in tanto per controllare che nessuno la seguisse. Non aveva motivi per crederlo, ma nel silenzio di quel crepuscolo incipiente lo schiocco dei tacchi sulla pietra del marciapiede risaltava tanto da sembrare non suo.
Se guardava davanti a sé, udiva i passi di un’altra persona. Qualcuno che nascondeva i suoi passi sincronizzandoli con quelli di Mina. Allora lei accelerava, quindi si voltava di scatto, con il cuore in gola solo per scoprire che il marciapiede alle sue spalle era deserto.
Alle sei e cinquanta Mina aspettava in piedi alla fermata. Alle sette in punto – ovvero quando il bus sarebbe dovuto passare – lungo la lunga via della circonvallazione non si vedevano né si udivano arrivare mezzi al di fuori di qualche automobile. Alle sette e cinque minuti, Mina estrasse lo specchietto dalla borsa. Si vide riflessa in quel minuscolo cerchio; i capelli erano ancora in ordine.
Alle sette e trentacinque minuti – cinque minuti dopo l’ora della corsa successiva a quella che aveva perso per il ritorno a casa – Mina iniziava ad avere freddo.
“Non posso tornare a piedi. Ci vorrebbe un’ora esatta” mormorò guardandosi attorno. Sapeva la durata esatta del tragitto a piedi perché un giorno si era trovata a scegliere se comprare il biglietto o mangiare carne, e quel giorno aveva fame. Allora però si era in giugno, non al ventuno di settembre.
Si incamminò proseguendo verso il centro, per poi svoltare a destra nella strada che costeggiava il lato lungo del rettangolo del parco. Poco più avanti, di fronte a un caffè c’era una cabina telefonica. Chiederò un passaggio a Vera pensò.
Camminò per qualche minuto fino al telefono. Mentre inseriva le monete nella fessura si chiese se non avesse camminato troppo velocemente. Aveva percorso tutta quella strada camminando veloce, come se dovesse fare quella telefonata il prima possibile. Che fretta c’è, il mondo è sempre qui dov’è sempre stato pensò. Una brezza frizzante le accarezzò il collo, facendola rabbrividire. Compose il numero e rimase ad ascoltare la linea.
“Pronto?” disse una voce maschile.
Mina indugiò un istante, colta di sorpresa. “Signor Donovan?”
“Chi parla?”
“Oh, mi scusi. Sono Mina Parker, Vera è in casa?”
“No. Dovrebbe tornare a momenti.”
“Capisco… il fatto è ch-” si interruppe bruscamente quando un boato squarciò il cielo, al passaggio di un aereo militare. Mina alzò gli occhi al cielo, ma il caccia era già solo un puntino sullo sfondo del cielo plumbeo, e il rombo dei motori andava spegnendosi nell’orizzonte.
“Signorina Parker, è ancora lì?” chiese Donovan.
“Sì, ci sono. Ci sono” mormorò Mina disorientata.
“Dicevo, ho perso l’autobus e non ci sono più corse che possano portarmi a casa… mi chiedevo se Vera non potesse darmi un passaggio. Ovviamente vi ripago la benzina.”
“Vera è fuori casa, al momento” ripeté Donovan.
Mina si guardò attorno, come se sotto a una panchina o in un cestino dell’immondizia potesse esserci la soluzione al suo problema. Il suo sguardo ricadde sulla scritta Gracy’s café, illuminata dalle lampade al neon rosse e blu.
“Conosce il numero del Gracy’s?” chiese Mina.
“Il bar sulla quinta?” chiese Donovan.
“Davanti ai giardini, sì. Aspetterò dentro, può dire a Vera-”
“Va bene” disse Donovan.
“Grazie tante. Arrivederci.”
Mina udì lo scatto del ricevitore che veniva posato, poi il ronzio della linea infinita.
Quando spinse il battente della porta, suonò una campanella.
“Buonasera” mormorò un barman dai baffi curati.
“Salve” disse Mina.
“Cosa ordina?”
“Io…” Mina si bloccò, rendendosi conto di non ricordarsi l’ultima volta che era stata in un bar. Non sapeva cosa ordinare; disse la prima cosa che le venne in mente.
“Un Martini?”
“Va bene” rispose meccanicamente Mina. E cosa sarebbe un Martini? si chiese. Sapeva solo che lo bevevano i personaggi eleganti nei film di Hollywood. Io non sono elegante, sembro una strega vestita così pensò toccandosi le pieghe della gonna. Meno male che il bar è vuoto.
A un angolo del bancone squillò il telefono.
Il barman sollevò il ricevitore e restò ad ascoltare. Infine si voltò in direzione di Mina.
“È Lei la Signorina Parker?” chiese, una mano a coprire il microfono del ricevitore.
“Sono io, sì” rispose lei annuendo con un cenno del capo.
“È la Signora Donovan. Sarà qui tra un’ora.”
“Grazie mille” disse Mina. Il barman riagganciò, poi sparì nel retro bar.
Mina bevve un sorso del suo Martini, e il suo viso si contrasse nella smorfia tipica di chi non è abituato a prendere alcolici. Provò ancora, poi ancora e a ogni sorso la smorfia si attenuava, mentre i contorni scintillanti delle bottiglie si dipanavano nell’aria circostante. I colori dei vetri si riflettevano nello specchio retrostante come un’aurora boreale.
Afferrò lo stelo della coppa e la sentì leggera. Dentro al bicchiere restava solo l’oliva, infilzata dallo stuzzicadenti come l’ultimo caduto di una battaglia. Le scappò un risolino; si sentì sciocca e arrossì guardandosi attorno. Il bar era ancora vuoto e il barman nel retro. Rise di nuovo. Scrutò le pareti in cerca di un orologio, ma non ce n’erano. Le sembrava che fosse già passata un’ora, forse anche due.
Controllò ancora che non ci fosse nessuno a guardare, poi afferrò la borsetta dallo sgabello a fianco e si alzò. Si guardò attorno, ancora una volta, sentendosi come un bambino che ruba dal vaso delle caramelle. Era spaventata, ma anche eccitata. Sto violando una regola pensò, e sulla bocca le spuntò un sorrisetto. Infine, vinse la paura avviandosi in direzione della porta.
Fuori faceva un po’ più freddo rispetto a quando aveva parlato con Donovan al telefono. Si sentì girare la testa e dovette reggersi al muro esterno del bar. È la punizione per aver fatto la furba pensò. La testa le girava sempre di più.
Decise di tornare nel bar, dove il barman ancora non si vedeva. Si diresse al bancone ed estrasse il portafoglio.
“Non ho idea di quanto posso costare un Martini” mormorò. Prese un piattino da caffè dalla pila posta sul piano di lavoro e la appoggiò sopra due banconote da un dollaro. Le girava ancora la testa.
Il resto è mancia pensò prima di uscire.
Serie: The place
- Episodio 1: Fogli di carta
- Episodio 2: Identità
- Episodio 3: Il resto è mancia
- Episodio 4: Com’è la guerra?
- Episodio 5: Vera
- Episodio 6: Per l’ultima volta
- Episodio 7: Fine?
- Episodio 8: Sei giorni dopo
- Episodio 9: Marmellata di arance
Tutto contribuisce a creare tensione e aspettativa in questa storia, dalla telefonata, al bus che non passa, fino al barista sfuggente. Bravo Nicola!
Stai caricando per i prossimi episodi… Bravo 👏
Ciao Nicola! Credo che tu sia uno dei migliori, qui su EO, a costruire la tensione partendo dalla quotidianità. Tre episodi tutti incentrati su un’aspettativa (ok, semini indizi, e i titoli dei capitoli successivi lasciano intuire qualcosa, però che stile!) e la tensione non si rompe mai. Felice di averti scoperto!👏🏻
Grazie Nicholas, anche se forse sei stato troppo gentile! L’intenzione era proprio quella di creare un clima teso e instabile, in cui Mina si muove in tutte le sue insicurezze per arrivare a…
Come avevo già detto in un’altra occasione, faccio un po’ schifo a scrivere commenti; in ogni caso, questa serie mi sta proprio prendendo: i dialoghi, le descrizioni, lo stile… è tutto estremamente scorrevole e fluido
Parto dal tuo commento a Cristiana, “la quiete prima della tempesta”…leggendo avevo proprio questa sensazione. I passi che la seguono, ma poi nulla. Le ore con i minuti scanditi e il tram perso, il senso di colpa per non aver pagato, la confusione data dall’alcol…come se Mina si stesse preparando insieme a noi al colpo di scena…
Ciao! Mi fa piacere leggere nei vostri commenti che i piccoli elementi che ho sparso qua e là stanno funzionando 🙂
Vediamo che succede ora 😉
Sempre bravissimo Nicola! Ma perché mi sto inquietando?
Ammetto di essermi divertito a mettere qualche dettaglio qua e là, forse per anticipare qualcosa…
Interessante Nicola, complimenti
Mi piace molto come hai deciso di focalizzare tutta l’attenzione del lettore su un unico personaggio. Mina è al centro di tutto, dei propri pensieri e di ciò che le sta attorno che, invece, sembra ruotare confusamente. Potrebbe quasi essere un sogno quell’andirivieni dai corridoi per raggiungere l’ufficio acquisti o quello del Direttore tanto quanto sono sognanti le considerazioni sulla polvere o su ciò che sta fuori dalla finestra. Adesso lei ha perso il senso del tempo e la lucidità, rendendosi così particolarmente vulnerabile. Vediamo…
Ciao Cristiana! Mina è una persona “comune” eppure vive la sua esistenza quasi combattendo. Hai notato come tutto sia “sospeso” (per citare il termine – azzeccatissimo – usato da @Dea ), quasi in un sogno, ed è proprio così; forse la quiete prima della tempesta 😉
A poco a poco viene fuori che qualcosa non va, già dalla puntata precedente, ma ora è più evidente. I bus che non passano e forse anche l’aereo c’entra qualcosa. Ha sorpreso anche me che il racconto sia ambientato nel passato.
Ciao Francesco, mi sono divertito nel mettere qualche dettaglio inquietante… presto non saranno solo i dettagli a far paura!
Veramente scorrevole nella lettura e poi quel passo “Camminò per qualche minuto fino al telefono. Mentre inseriva le monete nella fessura”…che ricordi dei bei vecchi telefoni da strada 😁. Attendo nel prossimo un bel colpo di scena…horror 💪
Ciao, omonimo !
Il racconto effettivamente è ambientato nel passato, e mi fa piacere di aver suscitato questo ricordo!
Credo che ormai si capisca che qualcosa sta per succedere 😉
Ottimo! Aspetto di leggere il proseguimento per farti altri complimenti 😉