Il ritorno alla strada

Serie: Cinquanta Racconti


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Torno sulla strada

Sono seduto alla mia scrivania, circondato dai miei racconti. Li ho messi in fila, uno dietro l’altro. Li guardo e vedo la mia vita lì, stampata su fogli stropicciati, come cicatrici che non si rimarginano mai. Ogni storia è una scheggia conficcata sotto la pelle. Li ho scritti tutti quando la mia vita era un casino totale, e ora sembrano appartenere a qualcun altro. Ogni racconto puzza di marciapiede, di bar a buon mercato, di rabbia e disperazione. Tutto ciò che ero. Ora, invece, sono un cazzo di fantasma.

Mi sono trasferito da Loredana mesi fa. È una casa troppo grande, troppo pulita. Ho una stanza tutta mia, con bagno e vista sul Duomo. Ma chi se ne frega? Non la uso mai quella stanza, perché dormo sempre con lei. Ma la cosa che dovrebbe fregarmi è lo studio. Una scrivania vera, un computer di ultima generazione, tutto per me. Il fottuto sogno di ogni scrittore. Almeno, è quello che ti raccontano.
Eppure, mi sento come un ratto in gabbia.
Mi sveglio ogni mattina, scrivo dalle otto a mezzogiorno. Mangio come un borghese, scrivo ancora, poi arriva Loredana, e ci scappa una scopata. Una cosa veloce, giusto per sfiancarci un po’. Poi si cena. Un’altra scopata, questa volta più lenta, più profonda, come se cercassimo di afferrare qualcosa che ci sfugge ogni giorno di più. Guardiamo la TV, o almeno ci proviamo, ma di solito crolliamo prima.
Sì, è una bella vita, per come la vedono gli  altri. Ma la verità? Mi fa vomitare.
Sono diventato un cazzo di impiegato. Non riesco più a scrivere una fottuta frase che non sembri uscita dal culo di uno di quei tipi che leggi su riviste patinate.
Eugenia me lo dice una mattina, dopo avermi baciato sulla guancia. Mi guarda negli occhi, e la verità esce dritta come un pugno.
“Sei cambiato” dice. “I tuoi racconti sono vuoti. Non senti più la vita vera.”
Lo dice con calma, ma è come se mi avesse sputato addosso. E sai una cosa? Ha ragione. Quei racconti di merda non hanno più odore di sudore, di birra versata sul pavimento di qualche bar lurido. Non c’è più la rabbia della strada. Non c’è più il marciapiede.
Ne parlo con Loredana quella sera, dopo l’ennesima scopata. Lei mi guarda, triste, con quegli occhi che ti fanno quasi sentire colpevole. Sa che ho ragione, ma odia sentirlo dire.
“Devi tornare alla tua vita” dice, con la voce che trema. “Anche se significa perderti.”
E così me ne vado.
Lascio tutto e torno al mio vecchio appartamento. Sì, quella topaia che puzza di muffa. Le pareti sono ancora scrostate, il pavimento è sempre il solito schifo. Non è cambiato un cazzo, e questo mi fa sentire vivo. Lo schifo mi fa sentire reale.
Esco di casa, senza pensarci troppo, e mi tuffo nella merda. Cammino per le strade che mi hanno cresciuto. Le conosco tutte. L’odore di piscio, i barboni che dormono sui cartoni, le puttane che battono anche col freddo che ti ghiaccia il respiro. È tutto qui, ancora vivo. È sporco, è viscido, ma cazzo se mi mancava.
Mi fermo in un bar di quelli che dovrebbero essere chiusi per legge. Entro, ordino un caffè che sa di terra e una grappa che scende giù come vetro. Mi siedo lì, guardo la gente intorno a me. Sono loro che mi danno la vita, queste facce stanche, rovinate, con occhi che non hanno più sogni ma solo la voglia di tirare avanti un altro giorno. Questa è la vera fottuta realtà.
Le loro vite sono rotte, e la mia non è da meno. Ma almeno qui ci capiamo. Bevo, fumo, respiro. Esco dal bar e mi sento rinato. Cammino tra i tossici, le puttane, i piccoli spacciatori. Li guardo, mi guardano, e so che sono tornato dove appartengo. Qui è dove nascono le storie. Qui è dove trovo la mia voce.
Torno a casa con una nuova energia. Apro il portatile, quello stesso cazzo di computer che mi guardava con sufficienza qualche giorno fa, e inizio a scrivere. Stavolta le parole scorrono, maledette e grezze, come un fiume di fango. La strada mi ha restituito quello che mi mancava.
Poi qualcuno bussa alla porta. Alzo lo sguardo, irritato. Non mi serve nessuno adesso. Sto scrivendo. Ma la testa mi dice già chi è.
Apro la porta, e lì, davanti a me, c’è Loredana. Sta lì, in piedi, con un sorriso triste. È bellissima, fuori posto in questo fottuto buco di appartamento. Ma eccola lì. Non dice nulla. Non ha bisogno di farlo. Mi fissa, e io non so cosa cazzo fare. Forse è venuta a riprendersi quello che le spetta. O forse è venuta solo a vedere se il vecchio Malaparte esiste ancora. Sorride, si avvicina, e la lascio entrare.

 

Serie: Cinquanta Racconti


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Discussioni

  1. Che triste conclusione! Molte sono le cose che rimprovero alle donne, me inclusa: non capire che gli uomini sono diversi e assomigliano alle farfalle. Se gli dai una ripulita non volano più, noi invece voliamo meglio. Bellissimo racconto, io di solito non amo l’ utilizzo di ” parolacce” (l’ età!) ma qui ci stanno, eccome!