Il salto della ghianda 

Serie: Storie per bambini


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Può una stella diventare un fiore? Può un fiore volare come una stella? Chiediamolo alla luna.
Illustrazione di Emiliano Grancagnolo

C’era una volta, sulla terra che tutti noi calpestiamo, un bosco speciale. Lì viveva una quercia altrettanto speciale, chiamata cerro dai sapienti intenditori. Questo cerro in particolare, dopo una lunga gestazione, aveva dato alla luce tante, tantissime piccole ghiande. Tra queste però, vi era una che si distingueva tra tutte per la sua abilità nel pensare. Avete letto bene! La piccola ghianda pensava e ragionava, spesso a voce alta. Tant’è che divenne presto famosa e la sua fama fu tale da attirare molti curiosi, abitanti del bosco.

Arrivò tuttavia il momento, per tutte le ghiande del grande cerro, di staccarsi e cadere dal loro ramo, per poter così affrontare una nuova vita. Ma la ghianda pensatrice non voleva cadere, perché aveva paura. Questo fatto era noto a tutti, visto che lei lo diceva apertamente e spesso si lamentava della cosa per ore e ore. Diceva pressappoco questo: – Perché bisogna per forza staccarsi dal cerro? Rimarrebbe solo, poverino! E cosa aspetta le ghiande lì in basso? Che tipo di vita vivremmo? –

Queste e molte altre domande erano, per la ghianda pensatrice, davvero terrificanti.

Un giorno, una delle sorelle le disse:

– Salta con me, così avremo meno paura e affronteremo insieme l’ignoto.

Alla ghianda pensatrice sembrò un invito interessante.

– Va bene, però tu salterai per prima e io ti raggiungerò subito dopo – disse, dopo un’attenta riflessione.

Allora la sorella saltò, compiendo un tuffo di quasi trenta metri, per poi sparire tra la vegetazione del sottobosco. La ghianda pensatrice osservò che era stato un salto lunghissimo. Erano davvero troppo in alto! Così ebbe di nuovo paura e si tenne ancora più stretta al suo ramo.

Passarono i giorni, le settimane, i mesi e la ghianda era ancora là, a penzolare. L’ultima ghianda rimasta sull’albero. La paura era diventata l’unica cosa a cui pensava, l’unico suo argomento di conversazione. Sembrò a tutti che non ci fosse rimedio: la ghianda sarebbe rimasta lì per sempre e per sempre il bosco avrebbe dovuto sopportare il suo lamento.

Arrivò la primavera e il cerro decise di ospitare nel suo tronco una famiglia di uccelli dalla cresta arancione.

L’ aria di cambiamento fu un piacevole diversivo per la ghianda pensatrice, che per lo meno, poteva passare il tempo ad osservare i bellissimi uccelli andare e venire dal nido. Dal baccano che sentiva, era chiaro che una banda di pulcini affamati lo riempiva. Furono di compagnia e alla fine la ghianda si affezionò al loro gioioso pigolare.

Dopo qualche tempo, uno di questi piccoli, mise fuori dal nido la testolina.

-Dove credi di andare?! – sbraitò la ghianda, spaventata – Se ti sporgerai ancora un poco, cadrai! Non vedi come siamo in alto?!

L’uccellino saltellò sulle sue zampette. L’ avvertimento gli aveva messo addosso una certa eccitazione.

– Io vedo che siamo in alto, ma non in alto quanto vorrei. Non sto nelle piume dalla voglia di spiccare il volo e toccare quelle nuvole lassù! – disse.

– Non dire sciocchezze! – replicò la ghianda – Sei troppo piccolo per volare. Dai retta a me, torna dentro dai tuoi fratelli e dalle tue sorelle.

Il giovane uccellino non volle ascoltare e preso da una forte impazienza, si lanciò fuori dal nido. La ghianda pensatrice lo vide precipitare, sbattere le ali e continuare a cadere, nonostante tutto. L’ uccellino non raggiunse il suolo però, poiché si impigliò tra i rami più bassi del cerro e lì rimase, ferito.

– Oh! E adesso?! – si chiese la ghianda.

Era così terrorizzata che si sentiva rigida come un sassolino. Il suo cappuccio dalle protuberanze ricciolute, tremava. Il suo penducolo più sopra, sudava.

– Presto di certo arriveranno i genitori – pensò ad alta voce – loro lo trarranno in salvo.

Certo, i genitori del piccolo erano di ritorno, ma non avrebbero mai fatto in tempo a salvarlo dal grande falco che tutto ad un tratto sfrecciò giù in picchiata. Con un vigoroso sbatter d’ali, superò la ghianda pensatrice e atterrò pesantemente sul ramo dove l’uccellino era rimasto svenuto. Allora la ghianda riccioluta fece una cosa che non aveva mai fatto prima: smise di pensare. Prese la mira e saltó.

TOC! Fece, quando finì dritta dritta sulla testa del rapace. Questo, confuso e dolorante filò via più veloce di come era arrivato. L’uccellino fu trovato pochi istanti dopo dai suoi genitori; venne abbracciato, consolato e subito riportarono al nido.

E la ghianda pensatrice? Che fine fece? Ecco, la ghianda sapete, scoprì di essere un seme proprio grazie a quel salto. Si schiuse e mise le sue radici nel terreno. Presto divenne un alberello, con una storia molto interessante da raccontare.

Serie: Storie per bambini


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Discussioni

  1. Le tue favole esprimono una grande sensibilita` verso la natura: animali, piante e fiori. Lo stile e` sempre molto equilibrato e piacevole. Impossibile non apprezzare le tue doti umane e autoriali.

    1. Il tempo che mi hai dedicato è un regalo meraviglioso, come le tue parole. Risulterò scontata nel ringraziarti nuovamente? Ma sì, essere banale può diventare di moda! Per cui, grazie!

    1. Ragazzi, io mi sciolgo qua dentro! Siete persone davvero fantastiche. Grazie Giancarlo! La colpa, comunque, è tutta di Rita che descrive cose che non posso fare a meno di disegnare! Pubblica la lista della spesa? E io mi ritrovo con la penna in mano che traccia sul foglio la bottiglia dell’olio di semi di girasole. E niente… Ora avevo appena iniziato a tratteggiare il tubetto della crema per le mani.

    1. Robért ogni volta i tuoi complimenti mi mettono una gioia che perdura per tutta la giornata! Grazie!
      E, ovviamente, ringrazio anche Rita che ha apprezzato il mio disegnetto ispirato dalla sua meravigliosa fiaba. Mi sento di aver trovato un posto pieno di amci che mi coccolano con racconti fantastici e storie che entusiasmano.

    2. Il talento può migliorare solo se sostenuto dalla pratica e dalla costanza. Oltre che essere un banco di prova, credo che questo contesto ispiri ad instaurare buone conoscenze e ottime collaborazioni.

  2. Molto bella, questa favola. Verissimo, la paura ci impedisce di saltare: di vivere. Le storie sono importanti, soprattutto per i bambini: sono lo specchio del mondo con cui si confrontano ogni giorno.

    1. Grazie Micol. A tutti noi è stato dato un insegnamento da piccoli: reagire o preservarsi, scappare. In che modo, siamo noi a stabilirlo, crescendo. È vero, le favole sono uno specchio per i bambini. Ma il primo esempio che loro guardano, sono ciò che facciamo noi adulti.

  3. Cara Rita ci regali un altro piccolo scrigno pieno di perle di bellezza e saggezza. C’è un ché di dolce che traspare dalle tue parole come se non ti fossi limitata a metterle sulla carta, ma piuttosto uscissero dalla bocca di chi le racconta, seduta fra i cuscini a una platea incantata.

  4. Io rimango, ogni singola volta, incantanto a guardare lo schermo godendomi ogni piccola sfaccettatura delle tue fiabe. Dalle orecchie parlanti infreddolite, all’amore di un orsa per il piccolo, con le stelline discole che non sanno rispettare gli orari e i draghi di cioccolato osservati da pigiami amorevoli.
    Torno a dire che ti seguo con fervore..

  5. Delle tue fiabe ho già detto e non posso che ripetermi. Sono bellissime e non solo sono degne di pubblicazione, ma necessitano di pubblicazione. Sono felice di averle trovate, anzi, di esserne stato trovato. Grazie.

    1. Giancarlo, forse un giorno vivrò la gioia di vedere una mia storia pubblicata (ma prima di tutto, illustrata, che sarebbe gioia ancor più grande). Ma per il momento mi godo l’emozione che mi date voi, con i vostri commenti da scrittori. Non da persone qualunque dunque. Che è la parte migliore.

  6. C’è in questa nostra fine autrice una magia. Molti sono capaci di raccontare una favola: pochi la sanno creare. E trasmettere così.

    Dico spesso e mai a caso, nei miei commenti, che siamo qui per raccontare storie: credo che nulla possa superare, in termini concettuali, una fiaba.

    Ho già fatto i complimenti per la scrittura davvero perfetta. Una cura particolare, che tanto somiglia a quella costruttiva, positiva, portatrice di bene che appartiene alla figura materna.

    Focalizzando l’attenzione poi sui contenuti, resto puntualmente sorpreso dall’insegnamento che vi trovo di fondo. Sì: come la ghianda, a un certo punto bisogna smettere di pensare e lanciare il cuore oltre l’ostacolo. Scriveva Mogol con Battisti: “ma non ti accorgi che è solo la paura che uccide e inquina i sentimenti”.

    Una saggezza antica in queste storie, che definire solo “adulta” sarebbe riduttivo. C’è la quercia, e il falco, e il bosco: e allora, collegandomi alla figura richiamata prima, la si potrebbe pensare come la sapienza senza tempo di Madre Natura.

    Un vero dono, Rita. Che ci offri generosa.

    Questa serie, per il mio umile punto di vista, si appresta a piazzarsi tra le più belle creazioni presenti sulla piattaforma EO in termini di contenuto, stile e forma. E, ultimi ma primi, per sentimento e umanità.

    1. I tuoi commenti Robért mi rinfrancano. Per la loro audacia si distinguono e diventano cibo speciale, che nutre quella creatura che tutti gli scrittori in sé ospitano.
      È vero, come hai accennato, che l’esperienza della maternità mi ha regalato tanto. Mi rendo conto che ciò che scrivo lo trasuda. Nella privazione tuttavia, ho potuto imparare molto di più, da prima di diventare madre.
      Ancora grazie per la tua così alta e forse immeritata considerazione.