Il segmento dei bungalow

Serie: Battaglia invernale


«Cosa ne dici, ARMIR?».

«Ti interessa sul serio sapere cosa penso?». Massimo era scettico.

«Te l’ho chiesto apposta». Vitaly era gelido come il paesaggio intorno.

«Mah, penso che i tedeschi e i loro alleati non si arrenderanno tanto facilmente».

Vitaly storse la bocca. «Ma siamo in tantissimi. Solo noi russi siamo cinquanta squadre, poi ci sono i polacchi».

Massimo si irritò. «Mi hai chiesto un parere, non quello che vuoi sentirti dire».

Lo scrutò freddo, poi si scrollò nelle spalle. «Hai ragione. C’è Putin, non Stalin. Se non la pensi come me mica ti faccio fucilare».

Massimo era abbastanza informato da non considerare la Russia di Putin migliore da quella di quel georgiano, il “piccolo padre dei popoli”. Diversa sì, ma non migliore.

Vitaly agitò le braccia. «Avanti, ragazzi della steppa, avanti!». Li chiamava in quel modo, “ragazzi della steppa”.

Le macchie verdi sciamavano verso i bungalow del campeggio dei tedeschi e iniziarono a prendere le prime casette.

Massimo vide che già adesso stavano scoppiando i primi scambi di palle di neve. I russi provavano a entrare nei bungalow, ma erano respinti da fitti lanci di palle di neve. Massimo non sapeva cosa avrebbero potuto fare i “ragazzi della steppa”, i bungalow erano in legno, nessuna acqua avrebbe potuto scioglierli. Si augurò con tutto se stesso che a nessuno venisse in mente di incendiarli. Forse i russi no, ma i polacchi erano così spregiudicati e pure bari che un qualche ragazzaccio di quella nazionalità avrebbe avuto la tentazione di fare un gesto tanto scorretto e pericoloso.

«ARMIR, i tuoi amici si arrenderanno presto». Vitaly lo chiamava così, “ARMIR”.

Massimo non era sicuro che fosse una promozione essere soprannominato da “spaghetti” ad “ARMIR”. «Ma tu ti senti più come Stalin o come Zukov?».

«Come tutti e due».

«Modesto» commentò.

Vitaly non gli diede retta. Dall’alto di quella collina assisteva ai combattimenti. Quel campeggio non era la scuola di Brienne e non c’era nessun Bonaparte, era solo un cumulo di bungalow dentro i quali tedeschi, svedesi, danesi e baltici resistevano.

I russi conquistarono alcuni cumuli di neve. Erano dei buoni rifornimenti di neve, ma non appena iniziarono a fare delle nuove palle di neve questi cumuli furono scoperchiati. Si rivelarono avere all’interno delle casse in legno da cui delle macchie nere tirarono palle di neve contro russi e polacchi.

«Astuti» soffiò Vitaly. «Ma non possono fare nulla contro i nostri numeri».

Presso la collina arrivavano le staffette che trasmettevano notizie dalla prima linea. Massimo non comprese nulla, se non che i Ragazzi della steppa andavano incontro a molti rallentamenti. Ciononostante l’avanzata era costante e a poco a poco macchie verdi e multicolori chiusero il campeggio in un anello, in una morsa.

Dal campeggio si innalzavano delle voci. Era un canto, ma non l’inno della Federazione Russa o dell’Unione Sovietica, bensì parlava di “Berlino”.

Ma quel campeggio non era Berlino.

Massimo era stato catturato il giorno prima, aveva visto le macchie nemiche avanzare e quegli impostori con le tute nere dismetterle e indossare quelle verdi. Massimo aveva imparato a rispettare i russi, la loro mentalità tutta asiatica di badare ai grossi numeri e non alla qualità. I russi erano complementari ai tedeschi, e se questi ultimi trionfavano dal punto di vista tattico, dal punto di vista strategico erano i russi a farla da padroni.

Anche se Massimo era un prigioniero, poté continuare a prendere appunti. Era un prigioniero differente, godeva di molto più rispetto a confronto degli altri che poco ci mancava venivano deportati in Siberia. Mentre prendeva nota di quel che vedeva, di pari passo i russi avanzavano in quella lotta urbana. Altri cumuli di neve si rivelarono trappole, ma altri no. Per scrupolo, i russi rinunciavano a quei serbatoi di rifornimento e li scioglievano con secchi e tinozze d’acqua calda e alle volte rivelavano senza subire danni delle casse in legno. Le macchie nere che erano sorprese lì dentro erano portate via dopo qualche schiaffo.

Vitaly considerò: «Devono mettersi lì dentro poco prima che arrivino i ragazzi della steppa, sennò restando per troppo tempo si congelerebbero».

Arrivò l’ennesima staffetta, la quale disse qualcosa in russo e Vitaly gli rispose. Parlarono di Dieter, forse si voleva arrendere ipotizzò Massimo, ma poi la staffetta scosse il capo.

Massimo era concentrato nel prendere appunti, però si sentì chiamare per nome. Non “spaghetti” o “ARMIR”, ma “Massimo”. Non era Rudolph né Mati, era… «Papà?».

«Ma che stai facendo?».

«Sto… sto…». Allora prese il coraggio a due mani. «Sto prendendo appunti su una guerra epica. Barbarossa due punto zero, la nuova Grande Guerra del Nord. Guarda quanti ragazzi, papà. Sarai orgoglioso di me».

«No che non lo sono». Lo aggirò e gli diede un calcio al posteriore. «Adesso vieni con me che ero in pensiero». Si mise a imprecare.

A Massimo veniva da piangere, ma obbedì. Vitaly non disse nulla, anzi, gioì perché la bandiera russa aveva iniziato a svettare sul centro del campeggio “Berlino”. Le macchie verdi e quelle multicolori urlavano: «Urrà, urrà!», mentre colonne di macchie color carbone uscivano dal campeggio, gli sguardi tutti a terra.

Massimo salì sul fuoristrada di suo padre. «Addio divertimento». Aveva visto di tutto, era stato trattato male, ma in fondo si era trattata di un’esperienza fuori dal comune, indimenticabile.

Se non fosse stato per suo padre…

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Discussioni

  1. “Massimo salì sul fuoristrada di suo padre. «Addio divertimento». Aveva visto di tutto, era stato trattato male, ma in fondo si era trattata di un’esperienza fuori dal comune, indimenticabile.Se non fosse stato per suo padre…”
    Questa cosa mi ha sorpresa di brutto. Voglio dire, sono abituata ad aspettare il colpo di scena finale, ma l’arrivo del padre proprio non me lo aspettavo 👏 👏 👏

    1. Ciao Alessandro! Grazie per aver letto tutta la serie. Eh, sì, l’ho ideata nel dicembre del 2019 dopo aver letto un post su Facebook che trattava della Grande Guerra del Nord del XVIII secolo e poi ho scritto tutto nell’estate scorsa… così eccola qui. Di nuovo grazie!