Il segmento della ritirata

Serie: Battaglia invernale


«Chi ha ordinato la ritirata?». Il gemello – o quasi – di Dieter era arrabbiato.

«Io». Rudolph, almeno, non era così vigliacco da gettare la pietra e nascondere la mano.

Massimo stava dietro a Rudolph.

«E perché?» ringhiò l’ufficiale.

Rudolph non si sentì intimidito. «Stanno facendo smottare i bastioni. Se rimanevamo lì crollavamo con loro».

Intorno c’era il panico. L’intera piazzaforte si stava rendendo conto che le macchie verdi erano sul punto di arrivare.

«Se solo… se solo i polacchi…». Il gemello era speranzoso.

«No. Di quelli è meglio non fidarsi. Se gli diamo qualche responsabilità, si comporterebbero come dei bambini e rovinerebbero tutto, poi darebbero la colpa a noi. È meglio andarcene». Rudolph era sicuro di sè.

«No, ma…».

«Io sono responsabile della terza squadra. Se tu vuoi restare qua, affari tuoi».

Il gemello storse la bocca e andò via, verso il teatro dello scontro più violento. Da lì Massimo sentiva arrivare gli schiamazzi e vedeva le palle e gli schizzi di neve.

Rudolph fece un cenno di assenso. «Tanto peggio per lui. Torniamo a sud».

La terza squadra si avviò con slitte, sci e racchette da neve.

«Rudolph, Rudolph!».

«Cosa c’è? Chi è?».

«Sono io, Mati».

«Ah, tu». Rudolph non era interessato.

«Vengo con voi. Non ho voglia di cadere prigioniero dei russi… hanno fatto troppe cose brutte al mio paese».

«E sia». Era asciutto, il caposquadra tedesco.

Si allontanarono tutti da quel caos che era diventata la piazzaforte e si diressero verso sud. Nessuno aveva desiderio di essere l’ultimo della fila ed era tutto un rincorrersi per paura di cadere nelle mani delle macchie verdi; perciò il passo era veloce. L’unico che era in svantaggio era Massimo perché, in quanto “spaghetti”, non poteva essere abbastanza veloce e arrancava per colpa della coltre di neve profonda; ancora un po’ e sarebbe rimasto nettamente indietro… si sentiva una palla al piede, ma perché nessuno gli aveva dato uno strumento per essere più rapido. Ogni volta che la terza squadra conquistava degli attrezzi di locomozione, invece di dargliene anche uno solo i tedeschi lo cedevano ad altri. Massimo era offeso da quel disprezzo, e tutto perché nel secolo scorso l’Italia aveva voltato le spalle a Berlino.

«Stanno arrivando!».

La terza squadra e la quinta estone stavano passando per un caposaldo in mano a dei ragazzi danesi. Al momento questo era aggredito da un’ondata di marea di macchie verdi.

Massimo si allertò al sentire quel grido di allarme.

Tutti si velocizzarono, poi comparvero delle macchie nere che si fecero sempre più vicine, andarono incontro ai tedeschi e gli estoni.

Massimo sentì Rudolph imprecare. «Siamo troppo sfilacciati. Spostiamoci da quella parte».

Si mossero verso dei rilievi a ovest, ma Massimo era stanco. Era sudato, il corpo scottava più per il movimento intenso che per un’influenza e faceva fatica a stare dietro a quelle schegge.

Le macchie nere iniziarono a lanciare palle di neve su tedeschi ed estoni. Come degli avvoltoi, arrivarono i polacchi.

Massimo inciampò e cadde a faccia in giù sulla neve. Fu lesto nel provare a rialzarsi, ma la neve era come melassa ed era troppo lento, dannatamente troppo lento.

Quando Massimo tornò in piedi non aveva più intorno le macchie nere e multicolori con le bandiere amiche, ma quelle nere senza bandiera e le multicolori con gli stemmi bicolori.

I polacchi lanciarono palle di neve contro Massimo, che lanciò delle maledizioni in italiano.

Calò un silenzio stupito, poi una delle macchie nere chiese in un tedesco dall’accento slavo: «Non sei tedesco… cosa sei?».

«Sono italiano». Massimo lo disse con l’orgoglio del mendicante.

Tornò il silenzio. Il vento spirò mentre il caposaldo danese cadeva sotto la marea delle macchie verdi.

Serie: Battaglia invernale


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Discussioni

    1. Se mi faccio conoscere come scrittore i miei detrattori mi definiranno “anti-italiano” come fanno con Saviano!