Il silenzio eloquente

Non ci sono riuscito. In mezzo ai miei colleghi mi sono sentito stupido. Perché mi manca la spregiudicatezza che hanno loro? Perché devo vergognarmi di fare smorfie, o di chiudere gli occhi davanti a chi conosco?

L’ultima stravaganza del nostro capo: un corso di yoga. Dopo i team-building organizzati coi cavalli, o nelle aule intenti a costruire città immaginarie, o impelagati con corde e lanci a occhi chiusi negli outdoor training, oggi ci ha fatto fare il primo incontro di yoga.

In questo appuntamento d’esordio, dovevamo semplicemente chiudere gli occhi e meditare. Accompagnati dalla voce – suadente, devo ammetterlo – dell’insegnante, saremmo dovuti entrare in noi stessi e raggiungere non so cosa. Il nirvana, forse.

Il nirvana, in realtà, è lei, Lucia: bionda, flessuosa, occhi azzurri, sorriso luminoso… serena, serafica. Archetipica, in effetti. Una vera maestra zen. C’entra qualcosa lo zen con lo yoga? Non ne ho idea, ammetto di essermi distratto spesso nell’ammirazione di Lucia mentre spiegava qualcosa sull’eloquenza del silenzio.

Il silenzio eloquente. Non certo quello che mi arriva alle orecchie su questa carrozza. La stessa di ieri: l’ho riconosciuta da un disegno osceno sotto la scritta Marconi. Altro che silenzio: c’è chiacchiericcio costante, oggi sommesso, ieri era più rimbombante. Meno male.

Lucia ha detto che possiamo meditare ovunque e in qualsiasi situazione ambientale.

Ha detto che gli Yogi meditano anche tra la confusione più estrema.

Ha detto che raggiunto il silenzio interiore, la sua eloquenza esprimerà concetti privi di parole, una specie di luce che illuminerà i nostri dubbi. Io ne ho tanti di dubbi, mi ci vorrebbero i fari dello stadio Olimpico durante una partita notturna per illuminarli tutti

Mah… io non credo a queste cose, però devo esercitarmi. Il capo stava lì, con gli occhi chiusi e un’espressione beata sul viso. E così anche i miei colleghi, a parte i soliti buontemponi che li avevano soltanto socchiusi e si lanciavano smorfie divertite. Io nemmeno quello: li chiudevo e li riaprivo subito, impaurito dalla vulnerabilità che mi suscitava l’oscurità forzata e il non vedere le espressioni degli altri: mi avrebbero preso in giro? A volte lo fanno. Lo fanno perché mi faccio i fatti miei. Perché non mi va di chiacchierare con loro.

In verità non mi va di chiacchierare con chicchessia.

Però con Lucia chiacchiererei. Lei non mi prenderebbe in giro. Si è accorta che non sono riuscito a meditare, e mi ha detto che dato il nostro capo presume che lo yoga e la meditazione ci aiuteranno ad aumentare la redditività – e io che speravo che lui ambisse alla nostra pace interiore… – è opportuno che io mi eserciti da solo. Per mostrarmi collaborativo.

Io non ho bisogno di meditare, la mia redditività è la più alta in azienda. Non perdo tempo in banalità e puntate sui social.

Ma devo esercitarmi, per l’inevitabile servilismo verso chi ci dà uno stipendio, e allora li chiudo qui gli occhi, totalmente indifferente agli estranei. Cosa mi importa di loro? Mi vedono oggi e non mi vedranno più. E forse non mi vedono nemmeno ora, mentre gli sono davanti. Tanti coi cellulari in mano o, tra quelli seduti, con le teste poggiate indietro, sonnecchianti, o con le cuffie alle orecchie, o con lo sguardo perso in una vita che vedono corrergli via, come gli alberi dal finestrino di un treno. Di questo treno.

Chiudo gli occhi. Penso all’incarico aziendale che sto svolgendo; penso alla mia scrivania, e mi rendo conto che è troppo ordinata e che ogni sera esco cinque minuti più tardi per sistemarla; penso a Lucia e al mio penoso silenzio mentre mi parlava; penso che a casa non ho niente da mangiare. E penso che a casa non ho manco un cane ad aspettarmi. Penso che, dicendomi la verità per la prima volta, non mi piace stare da solo. Penso che dovrei davvero imparare a essere più socievole. Penso che… Penso che non sono uno Yogi, e uno scossone mi riporta al qui e ora.

Riapro gli occhi, e sono alla fermata Bologna, quella prima della mia. Venti minuti fa guardavo disegni osceni e poi più niente.

Per venti minuti il mondo esterno ha smesso di far rumore. Ha smesso di odorare. Ha smesso di condizionare il mio pensiero.

Il silenzio eloquente. Forse non l’ho raggiunto, ma ho capito dove può condurre.

Lo dirò a Lucia e domani accetterò il caffè dai colleghi.

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Discussioni

  1. Ciao Fabio, questo racconto mi ha trasmesso una grande tristezza. Proprio perché vero: siamo noi a stabilire i nostri confini, noi a doverne uscire. La solitudine auto imposto dal protagonista si manifesta in tutta la sua forza. Incapacità relazionali o, sotto la scorza, insicurezza? Una questione che accende mille prospettive.

    1. Micol,
      ti ringrazio.
      Fabio è stato molto carino a suggerirmi un prosieguo.
      Il protagonista, nella mia testa, è un insicuro strutturale. Difficile da guarire, ma non impossibile.
      Un incontro, una frase di un libro, l’osservazione di una scena… tutto può diventare il motore del cambiamento interiore.
      In questo caso la forzatura della meditazione, che non gli riesce, beninteso (infatti, invece del silenzio interiore lui sviluppa pensieri. Ma finalmente pensieri rivolti all’esterno e non solo a sé stesso), scardina delle abitudini concettuali.
      Speriamo bene per lui… 😉
      Grazie di cuore, Micol

  2. Ciao Loredana. Il tuo racconto mi è piaciuto molto, perché sei riuscita ad attrarre l’attenzione semplicemente mediante le elucubrazioni e le descrizioni del personaggio. Senza fargli fare cose eclatanti, non so se mi sono spiegata.
    Ritengo che sia scritto davvero bene. Complimenti!

  3. Ciao, Fabiio.
    L’ho scritto a mo’ di incipit, in effetti.
    È sai cosa mi hai fatto pensare? Che perfino il romanzo più lungo, sempre che non sia fantascientifico e descriva nella scena finale la definitiva fine del mondo, abbia in sé gli elementi per un prosieguo.
    Grazie mille!

  4. Ciao. Secondo me la storia lascia spunti aperti per una continuazione. Ci avevi pensato? L’evoluzione del personaggio, potrebbe portare a risvolti fuori dall’ordinario (che lui non vorrebbe).
    Bel racconto, soprattutto la descrizione della metro…dove ognuno si fa i fatti propri (una benedizione quando hai sonno e non vuoi parlare con nessuno!)

    1. Ciao, Fabio.
      Riscrivo qui la risposta che ti avevo dedicato (è finita più su).

      L’ho scritto a mo’ di incipit, in effetti.
      E sai cosa mi hai fatto pensare? Che perfino il romanzo più lungo, sempre che non sia fantascientifico e descriva nella scena finale la definitiva fine del mondo, abbia in sé gli elementi per un prosieguo.
      Grazie mille!