Il tredicesimo centenario (parte seconda)

Serie: Il segreto dei dodici centenari


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Gennarino, dopo aver subito traumi, abusi e soprusi di vario genere, sentendosi sopraffatto anche dalla forza fisica del fratello maggiore, lo aggredisce, ferendolo con un coltello.

«Aiuto! Aiuto!»

«Che c’è?»

«Voglio il caffellatte.»

«Io già dato.»

«Ma quando?»

«Poco fa.»

Sguardo dubbioso.

***

Lui non chiedeva mai, lui comandava. Non ringraziava, pretendeva soltanto. Non si scusava: erano gli altri ad avere torto. Aveva sempre ragione su tutto e guai a contraddirlo. Non ammetteva discussioni. In casa sua nessuna libertà di opinione.

«Questa è casa mia e qui comando io.» E chi osava opporsi veniva zittito in malo modo, mortificato, umiliato, che fossero i figli o la moglie, non faceva alcuna differenza. Nessuna parola di conforto, di comprensione o di incoraggiamento; soltanto espressioni ombrose o di rabbia. Lui non era propenso al dialogo in famiglia, aperto e sincero. Bisognava acconsentire col capo, seguendo l’antica tradizione del popolo di Gavino Ledda; oppure muti e impassibili. Il suo sguardo minaccioso, quando veniva contrariato, incuteva terrore. Una parola o una postura sbagliata ed era come se un fluido velenoso lanciato dai suoi occhi paralizzasse la vittima.

***

«Aiuto! Aiuto!»

«Signor Gennaro che c’è?»

«Dammi il fazzoletto.»

«È qui, vicino lei.»

Lui non scherzava quasi mai: la sua espressione dura si scioglieva raramente, solo nei giorni di festa, quando il pasto abbondante, a base di carne arrosto e vino rosso corposo, riuscivano ancora a rallegrarlo e ad appagarlo.

Poche ore di blanda euforia che rischiavano di finire in tragedia, se qualcuno osava allontanare la bottiglia del vino che teneva gelosamente accanto, tutta per sé. L’unico a bere, a tavola, con i tre familiari accanto che temevano la sua indole irascibile, soprattutto se accentuata dai postumi dell’alcool. Iniziava a urlare e fine della festa per tutti.

Dopo pranzo un sonno prolungato e profondo che si protraeva spesso fino alle ore notturne, nel più assoluto silenzio, a parte il suo russare. Tutti zitti e in punta di piedi, per paura di destare l’orco. La moglie, per non fare rumore, entrava in camera da letto scalza e già spoglia. Si metteva sotto le lenzuola piano, senza accendere la luce, per poi restare distesa, immobile come una mummia.

Il giorno dopo, passata la sbornia, soltanto acqua e una compressa di qualcosa che gli facesse passare il mal di testa.

E poi, di nuovo, la solita routine: casa-lavoro, lavoro-casa. Lavoro duro: tante ore e pochi soldi, sottomesso ai soliti padroni.

Le sue mani callose, con la pelle indurita dai tanti mestieri, non avevano mai dato uno schiaffo ai figli e tanto meno alla moglie ─ genuflessa ad ogni suo ordine e desiderio ─ ma neppure una carezza o un bacio. Le sue braccia ormai prive di forza, che non riuscivano a sollevare neppure il cucchiaio, avevano retto sacchi di cemento, di letame, di patate; grossi tronchi, lunghe traverse di legno, verghe di ferro, massi enormi di pietra. Un uomo che, a forza di braccia, imprecazioni e sudore, era riuscito a costruirsi la casa, da solo. E mai quelle braccia possenti avevano avvolto i figli in un abbraccio, neanche da piccoli. I suoi sentimenti erano rimasti congelati nel lontano inverno di un’infanzia colpita da un lutto mai elaborato. Un risentimento alimentato dagli anni del riformatorio, tra privazioni, molestie e vessazioni. Indurito dall’odio covato verso il fratello maggiore che l’aveva fatto rinchiudere, dopo che Gennarino, reagendo come un animale braccato, l’aveva ferito sul fianco. Giorno per giorno restituiva, da adulto, ciò che aveva incassato da piccolo.

***

«Aiuto! Aiuto!»

«Signor Gennaro, che c’è?»

«Dammi una coperta, ho freddo.»

«Ma… stufa accesa, io messo maglia, maglione, gillè… Se suda fa male, quando spostare per andare fino a bagno.»

«Aiuto! Aiuto!»

«Che c’è?»

«Ho freddo, dammi la coperta!»

«Va be’, ecco coperta.»

«Aiuto! Aiuto!»

«Che c’è?»

«Devo andare al… rubinetto… al caminetto… al giardinetto…»

« Andare bagno?»

«Sì, al gabinetto.»

«Su, forza.»

«Tirami su, non ce la faccio.»

« Scivolare avanti, su.»

« Ti ho detto che non ce la faccio. Sollevami!»

«Coraggio, aiutare io.»

«Venite qui solo per prendere i miei soldi. Che brutta fine.»

E intanto, con le sue gambe un po’ rattrappite dall’immobilità prolungata, si regge, cerca di raddrizzarsi e cammina un po’ curvo. Fino all’età di novant’anni pedalava ancora, poi più niente. Solo qualche passo dentro casa, da una stanza all’altra, col deambulatore. Neppure in giardino, tra le sue piante, le sue rose e i gatti. Il nido di tortore o i merli e i passeri svolazzanti da un ramo all’altro non lo attraggono più, per nessun motivo. Neppure le quagliette selvatiche riuscirebbero a stuzzicarlo, ormai, neanche spennate e arrostite allo spiedo. Insieme all’udito, anche l’olfatto e il senso del gusto è quasi inesistente. Masticazione scarsa e deglutizione complicata da tosse e disfagia.

Non gli importa più di niente e se qualcuno tenta ancora di portarlo fuori, a prendere una boccata d’aria e un po’ di sole, si impunta, rifiutandosi di andare oltre la soglia dell’ingresso. Troppo faticoso per uno che ha faticato fin troppo, per se stesso e per i figli, per sfamarli ed essere studiati, come diceva quando voleva insultarli, a turno, rinfacciando i suoi sacrifici.

«Deficiente! Ti ho mandato a scuola, ti ho studiato, ma sei rimasto un asino, non capisci niente.»

***

Qualcuno bussa alla porta: i primi ospiti. Qualche nipote, un figlioccio e – subito dopo ─ anche qualche vicino di casa mai più visto da un decennio. Lui li guarda perplesso, con l’unico occhio che vede ancora qualcosa. Gli porgono la mano, gli chiedono come sta, gli dicono tanti auguri. Lui non capisce, soprattutto perché non sente.

Gli ospiti si siedono intorno, sul divano e sulle sedie.

«Caffè?» chiede Luana, la badante, mentre lui ha già chiuso gli occhi. Non gli importa più di nessuno: è stanco, vorrebbe andare a letto subito. Dormire e poi ancora dormire, un sonno ininterrotto, senza risveglio; ma è troppo presto, gli dicono. Deve aspettare che sia giunta l’ora.

E mentre gli altri parlano, lui inclina la testa sulla poltrona e si addormenta. Non c’è nessun’aria di festa, nessuna allegria. Si respira un’atmosfera densa di compassione per quel vecchio accasciato sulla poltrona, che c’è e non c’è, capace di farsi sentire solo con le sue invocazioni di aiuto, le sue lamentele, il suo vittimismo. Come un uomo solo, abbandonato al suo destino, senza figli, nipoti e badanti intorno, costretto a mangiare rucola e soia. Alimenti che non aveva mai gradito. Amareggiato più di un senza tetto che invece di dormire nel suo letto su due guanciali, con il corpo rannicchiato e avvolto nel caldo piumino doppio, in piume d’oca, dovesse trascorrere la notte sopra una panchina, coperto di stracci e di cartone. O come uno scarto vecchio, fra tanti vecchi, scaricato e dimenticato in una struttura fredda e distante dalle solite cose e dalla sua casa.

Si percepisce negli sguardi e in certe parole che sfuggono ai presenti, anche un senso di autocommiserazione da parte di qualche ospite avanti con gli anni, immaginando che, tra non molto, anche loro dovranno ridursi in quello stato; oppure peggio. Diventare un peso per i familiari o essere accuditi da un’estranea che sta lì per estrema necessità, mentre pensa ai suoi figli che ha dovuto lasciare in un paese lontano e chissà quando potrà rivederli.

La porta del soggiorno si spalanca: uno dei figli cede il passo al sindaco del paese, che si avvicina e si presenta col titolo, senza dire il suo nome.

Il vecchio lo osserva per un istante cercando di riconoscerlo.«Ma te sei figlio de s’ interramottusu?*»

«No. Mio padre era il direttore dell’ufficio postale.»

«Ah! Quello che guidava il postale.»

Il sindaco sorride, più imbarazzato che divertito, mentre prova a spiegare meglio chi fosse suo padre; intanto il vecchio ha già chiuso gli occhi: fine della conversazione.

Arriva qualcun altro. La porta si apre, tre persone avanzano, la terza è una ragazza che tiene in mano una scatola: dentro c’è la torta per il nonno che compie cento anni. Il vecchio si sveglia; quando vede sua nipote lo sguardo si ravviva. L’arrivo della ragazza è come un dono; forse l’unico regalo importante, ancora gradito, come un raggio di sole in un inverno grigio e infinito. Un barlume di gioia che riesce ancora ad accendere una parvenza di luce nel velo dei suoi occhi.

*interramottusu: il becchino.

Serie: Il segreto dei dodici centenari


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Discussioni

  1. Questa storia è molto bella, dico davvero. Si prova tanta pena per l’infanzia di Gennarino e credo che in mezzo alla rabbia per quello che è stato da adulto ci debba essere spazio anche per un po’ di comprensione. Leggo di un un uomo rude che non ha mai mollato un ceffone ai suoi figli. Forse è che davanti una vita intera di sacrifici non tutti reagiscono con il sorriso sulle labbra.

    1. Ci sono atteggiamenti e parole che possono ferire piú degli schiaffi. Ma credo che ognuno possa dare solo ció che ha ricevuto o conosciuto; peró qualcosa di buono e di importante deve averla fatta anche lui, altrimenti i suoi figli sarebbero tutti scappati, senza voltarsi indietro, lasciandolo solo. O forse no, chissà…
      Grazie Francesco.

  2. Mi sono molto impressionata quando, nella prima parte del racconto, chiami spesso il tuo protagonista ‘Lui’ che, dal mio punto di vista, non spersonalizza l’uomo, quanto piuttosto lo identifica agli occhi di chi lo teme. Nella seconda parte, Lui prende un nome, viene finalmente guardato da occhi impietosi che lo scrutano, lo etichettano: quello vecchio, da commiserare, da sistemare in un angolo e lasciare li. Buia la prima parte del racconto e anche la seconda. Poi, finalmente arriva una bellissima luce, quella della nipote e lui si accende, un piccolo, ma significativo barlume, il soffio di un ricordo. Non lo so il perché, ma lei me la sono immaginata con un abito rosso. Bravissima Maria Luisa, mi hai commossa.

    1. Nella prima parte lui é ancora un bambino che ho chiamato Gennarino. Nella seconda parte é un vecchio che la badante straniera chiama Signor Gennaro. Da vecchio é come se cercasse ancora, in modo ossessivo, quell’accudimento che gli é mancato sin da piccolo e quelle attenzioni affettuose che ha spesso rifiutato, da adulto, tenendo a distanza con un atteggiamento autoritario, anche i suoi famigliari. Ognuno di noi é artefice del suo destino ma quando le circostanze della vita sopprimono, sin da piccoli, la capacità di amare, forse hanno diritto, invecchiando, almeno alla compassione.
      Grazie Cristiana.

  3. Per un attimo ho confuso i dialoghi con la badante con un ritorno di questo uomo all’infanzia. Si sono come sovrapposti, ed ecco che la signora, assunta e pagata apposta, da all’anziano non più sufficiente quello che da bambino gli è stato negato.
    Non so da dove venga lo slancio di amore finale per la nipote. Ma so che è sempre stato lì. E so la fatica che costa. Perché quest’uomo per tutta la vita ha lasciato vincere l’odio e la rabbia, a scapito di chi gli stava intorno, certo, ma anche a scapito di sé stesso. Tu Luisa gli hai regalato l’atto d’amore finale, la cosa migliore che possa accadere nella vita di qualcuno. Durasse amche un secondo solo e ci volessero cent’anni per arrivarci. Bellissimo episodio.

    1. Grazie Dea, la tua grande sensibilitâ riesce sempre a cogliere e a percepire anche ció che é sommerso nell’animo umano. Forse, in fin dei conti, Gennaro ha inflitto piú sofferenza a se stesso di quanta ne abbiano subito gli altri, che in qualche modo sono riusciti – non tutti – a salvarsi dall’odio. Volevo chiudere questa serie e soprattutto questa storia del tredicesimo centenario con una nota positiva. Impegnandomi fi piú, avrei potuto trovare anche qualcos’altro, ma l’unica che potesse rappresentare un vero regalo per il vecchio, con un minimo di gradimento da parte sua, poteva essere soltanto la presenza della sua giovane nipote.

  4. Sicuramente, la vita è stata molto dura con lui, ma ciò non può essere una giustificazione per il comportamento che ha scelto di adottare da adulto.
    Il paragrafo finale lascia intravedere quel frammento della sua innocenza, della sua anima, ancora intatto, ancora non corrotto dal veleno della vita.
    Peccato non lo abbia usato come seme per far nascere qualcosa di più grande.

    1. Grazie Giuseppe, mi rendo conto che non c’é molta pisitività in questa storia. Credo che la rabbia accumulata per la perdita di un genitore, quando si é ancora piccoli e ingenui ma non incoscienti, se non supportati dalll’affetto necessario, ma feriti dalle cattiverie di tanti altri, possa trasformare quei bambini in adulti pieni di fiele. E possono accadere storie anche peggiori, molto piú terribili di questa.
      A Cagliari si racconta di un famoso personaggio “Donna Violante Carroz”, detta “la Sanguinaria”, che visse nel castello di San Michele, rimase orfana sin da piccola e crescendo diventó come una belva feroce. Si dice che avesse fatto impiccare anche il suo confessore, senza pietà.

  5. Vorrei tanto avere conferma di quello che penso sia il nome della nipote. Ma in fondo, forse non ha importanza, non per il lettore. Sicuramente ne ha per te, Maria Luisa. Questo racconto è a gran ragione il fulcro della serie, e l’intensità dei sentimenti si percepisce tutta. La tua umanità, nel senso migliore del termine, traspare dalle parole scritte. Molto, molto bello.

    1. Grazie Giancarlo, anche il tuo é un commento che ricevo come un dono, in questo giorno di viglia natalizia. So bene quanto sei impegnato; avermi dedicato tempo, attenzione e comprensione in questo giorno particolare, é quanto di meglio potessi sperare, per la conclusione di questa serie, anticipata rispetto alla data del compleanno. A gennaio scatterà la nuova regola delle mille parole: avrei dovuto tagliarne 300. Pezzi di una vita che sono “sangue del mio sangue”.
      Tanti auguri per tutto e buone feste.

  6. Se non ci fosse stato quel barlume di gioia finale alla vista della nipote sarei stato lapidario nel dire che aveva ciò che si era meritato. Ma quel piccolo spiraglio da la dimensione della vita sofferta e fatta soffrire agli altri. Diminuisce la colpa, alimenta la speranza. Sempre un gran piacere leggere le tue parole cara Maria Luisa. Ti abbraccio forte e ti mando l’augurio che queste festività, ma anche tutto il tempo a venire, siano ricche di serenità.

    1. Caro Giuseppe, ancora una volta mi rendi felice, per diversi motivi. Per la tua lettura attenta anche di quest’ultimo episodio della serie, a cui tengo in modo particolare. Per avermi dato una conferma su ció che speravo tanto di riuscire a trasmettere. E poi per la tua affettuosa benevolenza che manifesti con noi autori e autrici di Open, che fa tanti bene al cuore, evitando il “congelamento”, com’é accaduto al piccolo Gennarino.
      Buone feste anche a te. Un forte abbraccio.