Il vino triste seconda parte

Serie: Cinquanta Racconti


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: .

Il bicchiere di vino mi chiama, ma io resto fermo.

Guardo fuori dalla finestra. Una coppia cammina sul marciapiede, tenendosi per mano. Lei ride, lui gesticola, come a volerla convincere di qualcosa. Sento una fitta, ma è diversa da quella di ieri. Non c’è rabbia, né invidia. Solo una malinconia dolce, come una melodia lontana.

«Non beve?» chiede il barista, indicando il bicchiere ancora pieno.

Scuoto la testa. «Non ancora.»

Lui alza le sopracciglia, sorpreso, ma non dice nulla.

La porta del bar si apre. Un uomo entra. Alto, andatura sicura, si guarda intorno. Si avvicina al bancone, ordina un caffè. Poi si gira e mi fissa.

«Scusa» dice, «ma ci conosciamo?»

Lo fisso. Qualcosa in lui mi sembra familiare.

«Non credo» rispondo.

Lui annuisce, ma non sembra convinto. «Sei sicuro? Magari tanti anni fa, un lavoro o una città diversa»

Lavoro. Il pensiero mi colpisce come un pugno. Gli sguardi, i turni in fabbrica, i volti consunti dalla fatica.

«Marco?» chiedo, con la voce incrinata.

Un sorriso lento gli illumina il volto. «Sì! Dio, quanto tempo è passato.»

Marco. Lavorava con me nei primi anni. Io ero giovane, pieno di energie, e lui faceva ridere tutti, anche nei turni più duri. Poi sparì, senza dire una parola.

«Pensavo fossi morto» dico.

Lui ride, scuotendo la testa. «Ci sono andato vicino, credimi.»

Si siede senza chiedere. Parliamo. All’inizio è tutto superficiale: il lavoro, i vecchi colleghi, i ricordi. Poi le parole diventano più profonde. Marco mi racconta del suo crollo, dei demoni che ha combattuto.

«E tu?» chiede. «Che fine hai fatto?»

Resto in silenzio. Poi penso alla lettera, al bicchiere ancora pieno.

«Sto cercando di capire.»

Marco sorride. «Allora siamo in due.»

Ci scambiamo i numeri prima che se ne vada. Quando il barista si avvicina di nuovo, spingo il bicchiere verso di lui.

«Portalo via.»

Il barista mi guarda e non dice nulla.

Esco. Il sole mi colpisce in pieno volto. Mi fermo, inspiro profondamente.

Per la prima volta, non ho fretta di tornare a casa.

Cammino a lungo lasciando che i miei piedi scelgano la direzione. Le strade della città sono vive: risate di bambini, il rombo di un autobus, il suono che fanno le porte dei negozi quando i clienti entrano ed escono. È tutto come sempre. Uguale. Eppure, mi sembra diverso. Forse sono io a guardarlo con occhi nuovi.

Arrivo al parco senza nemmeno rendermene conto. La panchina sotto i tigli è ancora lì, ad aspettarmi. Mi siedo, ma stavolta non per rimuginare. Chiudo gli occhi e lascio che il vento mi avvolga. L’aria ha un odore fresco, familiare, come quello che Carla amava.

E allora penso a lei. Non con il solito senso di colpa, ma con dolcezza. La vedo ridere, sento la sua voce che mi prende in giro per le cose più stupide. Mi manca ancora, e forse mi mancherà sempre, ma per la prima volta riesco a immaginarla felice, anche senza di me.

Resto lì finché il sole inizia a calare, tingendo il cielo di arancione. Poi mi alzo e torno verso casa. Passo davanti al bar, ma non entro. Non ne sento il bisogno.

A casa trovo tutto come l’ho lasciato: il tavolo ingombro di tazze, uno spazio vuoto poco prima occupato dalla lettera, la polvere sullo specchio. Mi siedo e accendo la radio. Una vecchia canzone di Battisti riempie il silenzio. Mi viene da sorridere.

Spengo la radio. La stanza è silenziosa, ma non mi sento più solo.

Durante la notte dormo davvero. Sprofondo in un sonno che non conoscevo da anni, senza sogni, senza pensieri.

La mattina mi sveglio con una strana sensazione: non il vuoto di sempre, ma una lieve spinta, come un soffio di vento che mi solletica il petto. Guardo fuori dalla finestra: il sole brilla, i rumori della città mi riempiono le orecchie.

Mi vesto con calma, mi faccio il caffè, e questa volta lo bevo tutto. Poi prendo un foglio di carta. Non scrivo da anni, ma oggi sento che è il momento di ricominciare.

Le parole arrivano lentamente, come acqua che sgorga da una fonte dimenticata. Scrivo di Carla, del parco, del vino. Scrivo di Marco, del suo sorriso stanco e delle sue storie spezzate. Scrivo di me, del silenzio che ho combattuto, e di quello che sto imparando ad accettare.

Non so dove mi porterà tutto questo, ma per la prima volta non importa.

Esco di casa con il foglio piegato in tasca. Oggi voglio tornare su quella panchina sotto i tigli, forse incontrare Marco. Voglio vedere il mondo non per quello che mi ha tolto, ma per quello che è ancora lì, in attesa.

Cammino, respiro, vivo.

E per la prima volta dopo tanto tempo, sento che potrebbe bastare.

FINE

Serie: Cinquanta Racconti


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. A me è sempre piaciuto come scrivi, anche in quelle pagine troppo crude che un po’ mi disturbavano ma in questo finale mi ci ritrovo. Scritto benissimo, ma questa non è una sorpresa, è il nuovo giorno che mi stupisce: l’accettazione, la consapevolezza che non tutto è da buttare. Bello, bello caro Rocco!

  2. Quante persone ho conosciuto così, soprattutto uomini. A volte basta una speranza, e nell’attesa di una risposta, il nostro umore cambia, ci accorgiamo di tutto quello che stiamo perdendo e forse, poi, la risposta non ha più tanta importanza. Bravo.