
In mezzo alla folla
Serie: Il vagabondo della notte
- Episodio 1: La necropoli di Gristor
- Episodio 2: Sotto terra
- Episodio 3: In mezzo alla folla
- Episodio 4: Il vagabondo della notte
- Episodio 5: Il baratro
STAGIONE 1
Fu qualche tempo dopo quella notte che lui apparve in città. Quando lo vidi mi trovavo comodamente adagiato vicino al molo meridionale, situato ai piedi di una lunga discesa che andava affacciandosi al mare, aprendosi ad un panorama a cui le navi mercantili, le pescherie, le locande, e le folle di gente di ogni tipo, che si agitavano in un viavai certamente caotico, urtandosi di quando in quando fra loro, facevano da protagoniste. Il sole aveva da poco iniziato a tramontare, e come di consueto, ero sul punto di alzarmi dalla panca sulla quale sedevo per poi dirigermi verso l’alto colle e, una volta calato il buio, accedere alle catacombe, luogo di appuntamento fisso dove trascorrere la notte; questa era difatti divenuta un’abitudine quotidiana alla quale non mancavo mai di adempiere. Quel giorno, però, qualcosa mi trattenne seduto per più tempo del previsto: quel qualcosa era la folla.
Prima di allora il mio sguardo non si era mai posto con troppa attenzione sulla folla, nonostante ogni giorno, non appena varcata la soglia di casa, venissi gettato in una profusione di persone tutte prese dagli affari più variegati. Così mi resi conto che sin dai tempi in cui la mia dimora era agli albori della sua ristrutturazione, e io ancora conoscevo ben poco del porto di Gristor, non avevo mai veramente osservato qualcuno negli occhi – e con ciò non mi riferisco al mero contatto visivo che di norma si adotta quando ci si relaziona a vicenda, bensì parlo di quel sincero, naturale, genuino interesse che un individuo può suscitare nell’animo altrui. Presi coscienza di come in quegli anni di permanenza lì, non avessi mai davvero legato con nessuno; ma di questo non ci fu realmente qualcosa di cui sorprendersi, se considerato come stavano le cose. Degno d’attenzione era piuttosto il fatto che io non ci avessi neppur mai provato: a lungo avevo ammirato le visioni che la città, le strade, i viottoli, i negozi, il mare azzurro a meridione e le colline boscose a settentrione, avevano da offrire, le quali però destavano in me sensazioni tutt’altro che d’incanto; ma mai mi ero soffermato a scrutare, mosso da reale passione, la folla. «Cosa mai mi sono perso, in questo tempo?», mi domandai sollevando un po’ il capo.
Il quadro a cui assistetti – o a cui mi parve di assistere – in seguito, mi sconcertò non poco – per non dire che mi angosciò completamente; giacché ogni qualvolta dirigessi il mio sguardo verso le pupille di un uomo o una donna che fosse, per la prima volta davvero incuriosito tanto quanto lo è un bambino nello scoprire il mondo, i suoi occhi mi apparivano come grottescamente incastonati nel medesimo volto inespressivo.
Dapprincipio credetti ad una serie di allucinosi che non accennavano a estinguersi. Ovunque c’erano persone che camminavano sul litorale: alte, basse, magre, robuste, con spalle larghe o fianchi stretti, con capelli folti o la testa rasata, con vestiti raffinati o stracciati; ma erano tutte accomunate dagli stessi, paurosamente identici connotati facciali. Osservare quelle anonime forme del naso, della bocca, degli occhi così come il loro colore bruno, stamparsi ripetutamente su ogni individuo, per poco non mi fece sobbalzare e urlare in preda al delirio.
Il raziocinio fu l’unica cosa che mi trattenne, dal momento che in fondo sapevo bene che quello era soltanto uno spettacolo illusorio, irreale, che la mia mente aveva architettato con estrema abilità per chissà quale ragione della psicologia. E a riprova di ciò, l’orrida visione s’annichilì poco a poco, fino a che i volti umani non riassunsero la loro normale fisionomia.
Vi era però qualcosa di strano in quelle facce, che pur nella loro diversità conservavano ancora dei tratti espressivi la cui somiglianza reciproca risultava innegabile. Pareva che dietro quegli occhi si celasse sempre lo stesso animo incerto e tormentato. «Che ci faccio qui?», si domandava. «Dove devo andare? Cosa devo fare?». Ero circondato da espressioni sicure di sé all’apparenza ma fragili e dubbiose in profondità, dove la coscienza non sempre giunge; e io potevo leggere dentro quelle persone come libri aperti le cui pagine non raccontavano altro se non una vita straziata, priva di scopo, e non degna di alcun interessamento. Ma scrutare la folla per me era come guardarmi allo specchio, fisso in due occhi vacui.
Ma in mezzo a così tanta miseria, fra le grigie onde di quel mare intriso di mediocrità assoluta, lui apparve in città. Si trattava di un uomo il cui viso pareva affranto ma rassegnato, come consapevole di un inevitabile destino al quale presto sarebbe andato incontro. L’impressione che ebbi fu che non c’era tormento nel suo spirito, ma solo triste accettazione: niente domande, niente quesiti, niente dubbi; niente di quanto avesse mai potuto impensierire fino alla paranoia un homo sapiens. La sua espressione equilibrata ed imperturbabile si contraddistingueva in maniera eccelsa in mezzo alla folla, a dispetto di quei suoi lineamenti facciali privi di alcun dettaglio particolare. Sembrava alto poco meno di due metri, e dalle spalle strette gli cadeva un lungo e largo abito nero che giungeva fin poco sopra alle ginocchia, il quale celava più o meno efficacemente la sua costituzione, che tuttavia era probabilmente alquanto scarna. I capelli erano radi e di un colore ormai spento, tendente al grigio, segno indicante un’età ormai inoltrata.
Nel vederlo addentrarsi in una delle vie adiacenti al molo – la principale fra quelle più vicine al mare – quasi non mi accorsi di essermi drizzato in piedi di scatto; giacché qualcosa, in quella persona, destò il mio più elevato interesse. Subito mi interrogai sul suo conto, su cosa potessero riguardare i suoi affari, su quale potesse essere la sua destinazione, e su quale potesse essere la sua storia: insomma, lui suscitò in me uno stimolo di curiosità persino più forte di quello che mi rievocava la vista delle tombe; ma perché ero pervaso da tanta inspiegabile attrazione?
Lo osservai sparire dopo che ebbe svoltato a un angolo; quindi decisi di andargli dietro. Ancora una volta l’esaltazione permeò in me. Tuttavia, mentre gli stavo appresso, ben accorto a non dare eccessivamente nell’occhio, non potei fare a meno di avvertire un insolito seppur lieve senso di ripugnanza ogni qualvolta mi capitasse di abbreviare troppo la distanza fra i miei passi e i suoi. Era strano, poiché non vi erano dubbi su quanto quell’uomo fosse capace di attirarmi come una calamita attira il metallo a sé: ciononostante, in contrasto con questo fatto, percepivo di essermi imbattuto in una presenza a me del tutto sconosciuta e dunque, potenzialmente temibile.
Ma non solo: prima ho accennato a Edgar Allan Poe e all’idea di «fascino del proibito»; ebbene, ora ero piuttosto certo che quest’ultimo lo stessi sperimentando di prima persona. Non mi spiegavo le ragioni; però l’enigmaticità che emanavano quegli occhi mi intrigava, e sebbene ne potessi carpire abbastanza significato da ritenerlo di gran lunga più interessante di tutta la marmaglia da cui le strade di Gristor erano invase, questo non mi bastava. Volevo sapere di più sui suoi riguardi, desideroso di oltrepassare quella soglia d’impressioni e congetture che avevo delineato nel mio immaginario, al fine di giungere a constatazioni più solide e concrete. Tutto questo perché lui per me era come il frutto del giardino dell’Eden vietato da Dio, e come tale, unicamente per il fatto che vi avvertivo qualcosa di tanto proibito quanto ignoto – soltanto per questo unico fatto – esercitava su di me un’influenza che mi tormentava febbrilmente, la quale sarebbe ben presto tramutata in una tremenda ossessione dominata da un impulso di perversità irresistibile.
Serie: Il vagabondo della notte
- Episodio 1: La necropoli di Gristor
- Episodio 2: Sotto terra
- Episodio 3: In mezzo alla folla
- Episodio 4: Il vagabondo della notte
- Episodio 5: Il baratro
Ciao Gabriele! Qui hai toccato uno dei miei temi più cari, quella specie di prosopagnosia esistenziale che spesso mi impedisce di distinguere gli altri, proprio perché mi mostra qualcosa di troppo comune a noi tutti: la condizione umana. Anche stavolta il buon vecchio Poe è nell’aria, rielaborato e piegato all’esigenza della tua penna. Ottimo lavoro👏🏻
Grazie Nicholas, leggere i tuoi commenti mi riporta alla mente tutti i dettagli di questo racconto che nella mia memoria è ora un po’ sfocato. Ma mi ricordo che questa parte è stata una di quelle che mi è piaciuto di più scrivere. E sì, qui Poe è praticamente la ragion d’essere di tutto il testo.
Splendido racconto, scritto davvero bene, come sempre la tua scelta di termini, la tua costruzione dei periodi è un’alchimia splendida. Mi ha affascinato osservare la folla dagli occhi del narratore, vederla come la vede lui, tutta uguale, persone impersonali (passami l’ossimoro). E poi questo misterioso “lui”, che attira il nostro come una calamita. O, direi, come una fiamma attira una falena, mi sembra di capire (cito anche io un gruppo musicale, i Cure e la loro Jupiter Crash: “or maybe it’s more like a moth to a flame”), un’attrazione distruttiva. Attendo con ansia il seguito, intanto grazie per questi bellissimi episodi!
La scena della folla è stata un tentativo di trasmettere lo stato d’animo di questo anonimo protagonista: le sue emozioni, rappresentate dagli altri abitanti di Gristor, gli appaiono tutte uguali e tutte egualmente noiose, ma fra queste ve n’è una che lo attira ossessivamente, e come tutte le cose ossessive, non si tratta di un’attrazione normale, sana. Questo è il mistero del vagabondo della notte.
Ti ringrazio come sempre di aver letto e commentato! 😀
“luogo di appuntamento fisso dove trascorrere la notte; questa era difatti divenuta un’abitudine quotidiana alla quale non mancavo mai di adempiere”
Un abitudine strana, quasi folle (tale sarebbe giudicata dai “normali”), eppure che viene portata avanti e narrata con naturalezza dal protagonista. Anche questa cosa mi ricorda i racconti di Poe e Lovecraft, o Stoker (il povero Reinfield ed il suo vizio di mangiar insetti) dove i protagonosti a volte scivolano in una lucida follia, acquisiscono abitudini che sanno essere malate, eppure per loro sono normalità
Carissimo Amico, scrivo qui per tutti e tre gli episodi. Si tratta di un lavoro di una grande capacità tecnica e narrativa a mio avviso. Un respiro che inizia dalle viscere di carne e sangue e, risalendo negli stati sottili del pensiero e della parola scritta, trasporta tutto il suo sapore rugginoso. Il caro Solitario di Providence scriveva così e quel sangue si nasconde nell’elaborato lessico di Freud che colse i riti sacrificali della psiche. Aggiungo Jung, il quale disse come il sangue incarnasse lo spirito nel suo seminario su Nietzsche. Il parlare dell’Io Narrante si svolge in un dialogo fra sé e le sue memoria, nel tentativo di orientarsi in una realtà onirica e carnea allo stesso tempo. Aggrappandosi ai vecchi maestri, lupi di mare dell’inconscio, cerca di trovare il giusto assetto del suo timone interiore; ma il mare si gonfia di flutti neri che celano indicibili abissi. La navigazione in simili acque è per coraggiosi. Grazie per aver scritto questi racconti. <3
Grazie a te dello splendido commento 😀
Questa tranches de viè, questo capitolo di passaggio, mette in luce un tema già caro a molti poeti maledetti nell’800, quello dell'(apparente) passività della folla. L’uomo dei tempi moderni Parigini era detto blaisè, qui rivedo lo stesso sguardo, la stessa osservazione partecipante ai margini di una realtà in fermento, come può esserlo quella del suggestivo teatro marittimo nell’intro che ben hai narrato. “Il volto nella folla” è come un click che fa sparire il senso di accerchiamento dell’uomo blaisè. Ricordo che ho fatto un pensiero simile a Berlino, in un caffè di lusso di fronte alle porte di Brandeburgo. Vedevo una folla indistinta, fu un caffè che mi rimase impresso (anchè perchè lo pagai 16 euro)
Il paradosso di essere circondato da una moltitudine di persone accrescendo così il proprio senso di solitudine e smarrimento, in mezzo ad una folla (come da te descritta) passiva. Ma fra questa marea di volti tutti uguali emerge quello di un uomo, che per qualche ragione inspiegabile appare degno dell’attenzione del protagonista.
Grazie per aver letto e condiviso il tuo pensiero, David! 😀
Complimenti, Gabriele. Innanzitutto per aver mantenuto la promessa. Lo stile è cambiato, a dimostrazione anche di una notevole padronanza sul nostro veicolo per eccellenza: la scrittura.
E così, Gabriele lascia Poe. Ma è solo un trucco: lui è lì, tra una folla dagli occhi vacui. Gli stessi che possiamo scorgere nei personaggi dei clip di un noto gruppi, i Gorillaz.
Veramente un gran bel racconto, onirico, intimo.
Grazie mille Roberto! 😀
Eh già, questo episodio rappresenta un piccolo cambio di rotta per questa serie – o forse, il cimitero e la folla di gente sono collegati più di quanto non sembri, in una qualche maniera – ma non aggiungo altro.
Per il resto, come aveva fatto notare anche Sergio, se non erro, sotto il primo episodio della tua splendida serie, vedo che tendi a citare spesso la musica e ad associarla alla scrittura mediante analogie davvero azzeccate: anche per te sembra sia una fonte d’ispirazione, dunque. Per quanto mi riguarda, non potrei fare a meno di tenere a mente le emozioni che essa mi fa provare mentre scrivo (per esempio, il titolo di uno dei miei racconti qua su Edizioni Open non è altro che la traduzione del nome di una canzone: Under the weeping moon). Insomma, se è vero che per forma e contenuto è facile ispirarsi ai libri e agli autori che si ha cari, è altrettanto vero che (per chi ama la musica) quando si scelgono di trattare certi temi, dietro a questi – in un modo o in un altro – ci sono spesso le sensazioni musicali, nel senso più ampio del termine.