Irina

Serie: Cinquanta Racconti


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Il libro è finalmente pubblicato. Eugenia ha fatto un lavoro eccellente, devo ammetterlo. Mi ha assegnato un’editor con le palle, una che non si scandalizza di nulla, che non tocca nemmeno una frase delle mie storie più spinte. Quelle che fanno storcere il naso ai moralisti e a tutti quelli che si offendono facilmente. Non le importa del “politicamente corretto”, del movimento Me Too o di tutte quelle stronzate. Vuole la verità. Eugenia sa che è questo che i lettori cercano. Non vogliono fuffa, non vogliono menzogne addolcite. Vogliono la realtà, cruda e spietata. Quella che conoscono, ma che non osano mai guardare troppo da vicino.

Il libro è un successo. Le vendite volano e, per la prima volta in vita mia, la gente parla di me come se fossi qualcuno. Ma tutto questo ha un prezzo: devo fare la mia parte. Apparire in pubblico, fare promozione, sorridere alla stampa.

Mi ritrovo a Roma, in una di quelle librerie eleganti, curate fino all’eccesso. Troppo lucide, troppo perfette per uno come me.

La sala è piena. Ovunque guardi c’è gente. Donne, soprattutto. Casalinghe annoiate, con quegli occhi che cercano disperazione, qualcosa che non troveranno mai nei loro quartieri benestanti. E poi le donne in carriera. Eleganti, pettinate, curate fino all’ultimo dettaglio. Si aggrappano ai miei racconti, leggono avidamente ogni parola, ma so benissimo che non vorrebbero mai finire dentro una delle mie storie. Le mie pagine le eccitano, le spaventano, ma restano un intrattenimento sicuro. Loro sono protette. Le loro vite sono anni luce lontane da quella merda di cui scrivo.

E poi, in fondo alla sala, la vedo. Una barbona. Un’immagine fuori posto in quel quadro perfetto. Sta lì, come una macchia che nessuno riesce a cancellare. Ha un portamento elegante, nonostante i vestiti luridi che indossa. È come se la strada non fosse riuscita a piegarla del tutto. Mi incuriosisce.

La sicurezza la nota subito. Si muovono per mandarla via. La tipica reazione del borghese che si sente minacciato da qualcosa che non può comprendere. Ma li fermo.

“Accompagnatela in prima fila,” dico.

La portano avanti, la faccio sedere. La gente mormora, l’imbarazzo si fa strada nella sala. Non importa. Questa è la mia serata e faccio quello che voglio.

Mi avvicino al microfono e la presento. “Ecco,” dico, indicando la donna seduta lì, “uno dei miei personaggi. È uno di quei personaggi che amate leggere, ma che non invitereste mai a prendere un caffè. Tantomeno a casa vostra. Ma nella mia casa, persone come lei sono venute. Hanno mangiato con me, hanno riso, hanno pianto. E sì, ci siamo anche scopati. Perché la nostra disperazione si è mescolata. Siamo fatti della stessa pasta.”

Un silenzio cala nella sala. Sento il peso delle loro paure, dei loro giudizi. Le loro vite sono fatte di muri e maschere. Io parlo di tutto quello che cercano di evitare. Ed è per questo che sono qui. Per questo leggono quello che scrivo. Perché li porto in quei posti da cui normalmente si tengono alla larga.

A fine serata invito la barbona, Irina, a cena. La porto in un posto dove so che sarà accettata. Il ristorante non è uno di quelli chic dove si va per apparire. Qui vengono i disperati, quelli che la società preferirebbe dimenticare.

Irina è ucraina, ha quarant’anni, ma ne dimostra almeno dieci di più. Ha vissuto l’inferno. Ha fatto la prostituta prima che il suo pappone le sfregiasse il viso. Solo ora, seduti al tavolo, mi accorgo della cicatrice che le taglia il volto da un lato all’altro, quasi a spezzarla in due.

Non dice molto durante la cena. Mangia con calma, ma vedo nei suoi occhi qualcosa di rotto, qualcosa che non potrà mai essere riparato.

Dopo aver mangiato, mi saluta. Sta per tornare al rifugio per senzatetto dove dorme. Ma prima di andarsene mi porge un foglietto, piegato in due.

“Leggilo dopo,” mi dice. La sua voce è bassa, consumata da tutto quello che ha vissuto. Non faccio domande. Metto il foglio in tasca e la guardo allontanarsi nella notte.

Torno in albergo, esausto. Quando sono solo nella mia stanza, ricordo il foglio che Irina mi ha lasciato. Lo tiro fuori dalla tasca e lo apro.

È una poesia. Le parole sono scarne, dure. Parlano di dolore, di una vita passata a cercare di restare a galla. Parlano di solitudine, di una rabbia che non riesce più a trovare voce. La leggo e la rileggo, sento quel fottuto nodo allo stomaco che mi viene sempre quando tocco qualcosa di vero.

Perché questa poesia, come Irina, è vera. Ed è questo che la gente non capirà mai. Il dolore vero, quello che non si può nascondere dietro i bei vestiti o le belle parole.

Mi siedo sul letto, con il foglio ancora in mano, e penso che forse, dopo tutto, questo è il motivo per cui continuo a scrivere. Perché, per quanto ci provi, non riesco mai a staccarmi da quella parte di me che vive tra la sporcizia, tra la disperazione. È lì che nascono le mie storie. È lì che trovo la mia voce.

La poesia di Irina è la cosa più pura che abbia letto da tempo. E mi ricorda perché faccio quello che faccio.

Mi hanno preso la faccia,

l’hanno tagliata come si taglia la carne morta,

ma io ero viva,

e quel sangue era mio.

Ho venduto il corpo,

ho affittato la pelle a chi voleva sentirsi uomo

mentre io sprofondavo nella terra.

Ogni notte

le stelle non le vedo più,

sono coperte dalla nebbia,

da un fumo nero che mi avvolge,

mi strappa i sogni,

mi soffoca.

Eppure, non muoio.

Resto qui,

a camminare su un filo di lama,

a cercare la pace tra i cartoni bagnati di piscio

e le coperte che non scaldano mai abbastanza.

Non piango più,

non serve.

Le lacrime sono per chi ha ancora una speranza,

e la speranza l’ho seppellita,

insieme a quel volto che non mi appartiene più.

Ma ogni tanto,

quando nessuno guarda,

scrivo queste parole.

Le scrivo perché mi resti qualcosa,

qualcosa che non sia solo freddo e cicatrici,

qualcosa che mi ricordi che, un tempo,

ero viva anch’io.

Serie: Cinquanta Racconti


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Non c’è molto da aggiungere a questa storia bellissima (aggettivi da usare poco perché particolarmente scontato, ma che qui mi nadaba di usare). Bellissima, come i tuoi personaggi femminili che, nonostante tutto, non muoiono. Ancora complimenti.

  2. Molto coinvolgente, come tutti gli altri che hai proposto, ma chissà perché, in questo, scorgo un raggio di luce, quasi una speranza. Forse la poesia, che esprime la volontà di ricordare un’altra vita…