
La Fila
Non so quanto tempo sia passato da quando ho incontrato la Fila. Ricordo che quel mattino mi ero svegliato e davanti a me, in lontananza, avevo scorto questa specie di striscia che si muoveva, lunga come tutto l’orizzonte, non si vedeva né l’inizio né la fine.
Avvicinandomi, mi ero accorto che si trattava di una colonna composta da uomini e donne come me, che camminavano a passo sostenuto e regolare, stretti l’uno dietro l’altro, così vicini che non ci si poteva passare in mezzo e per me fu come incontrare un muro, perché neanche volendo avrei potuto passare dall’altra parte.
Ho cercato di rivolgere loro la parola, ma nessuno mi dava retta, neanche mi guardavano, continuavano ad andare avanti come se io non esistessi o comunque non avessi nessuna importanza per loro. Provai allora ad andare avanti anch’io, stando di fianco e mettendomi al passo, così da poter parlare con la stessa persona, ma anche in questo caso nessuno mi diede retta: io chiedevo loro chi fossero, dove stavano andando, a fare che cosa, ma questi non mi badavano, al massimo qualcuno si girava per un attimo a guardarmi ma poi tornava a fissare davanti a sé la nuca di quello che lo precedeva, con l’aria di chi è stato infastidito da una mosca.
Allora mi sedetti e restai a guardare la fila che andava avanti. Rimasi là un bel pezzo, fino al tramonto del sole e poi quando la sera divenne notte io presi sonno, accompagnato dall’ipnotico ritmo dello scalpiccio della fila che non si fermava, e quando poi mi svegliai, fu quello stesso suono a dirmi che la fila stava continuando la sua marcia, non avevo neanche bisogno di aprire gli occhi per saperlo. Mi alzai deciso a raggiungere la fine o l’inizio di quella lunga colonna, se non altro per poter passare dall’altra parte. Dopo averci pensato un po’ sopra, mi risolsi ad incamminarmi in direzione della fine, perché avevo supposto che, non potendo sapere quale era il punto più vicino, andando in senso contrario avevo comunque la possibilità di guadagnare tempo, sommando al passo mio quello dell’avanzare della fila. Però non ho mai saputo se avessi avuto ragione o no, era solo un calcolo come un’altro.
Dunque, mi incamminai a fianco della fila, andando nel senso inverso al suo procedere, e questo mi permetteva di guardare i volti delle donne e degli uomini che ne facevano parte: volti di persone normali, forse qualche espressione un po più allegra o un po più triste, in genere però senza alcuna espressione, proprio, e per lo più in silenzio, anche se ogni tanto vedevo qualcuno che parlottava con quello davanti o con quello dietro, e allora i volti talvolta si distendevano in un sorriso, altre volte in una smorfia, vidi anche qualche lacrima, e sentii anche delle risate.
Venne notte, ma stavolta non mi fermai per dormire, avevo paura che la fila terminasse e che io nel sonno ne perdessi la fine. Andavo avanti, proprio come tutti gli altri, solo in senso opposto, senza sentire né fatica né fame né sonno.
Fu a metà del terzo giorno del mio cammino in senso contrario che mi accorsi con un balzo al cuore di essere arrivato al termine della colonna. Mi fermai e mi lasciai passare a fianco gli ultimi uomini, le ultime donne, e quando passò l’ultimo, non sapendo bene cosa fare, mi accodai dietro di lui. Era un uomo di mezza età, un po’ stempiato, e quando si girò verso di me, mi accorsi che aveva gli occhi chiari e fu con un sorriso che mi disse: «Benvenuto. Ero stanco di essere l’ultimo.»
Da allora, faccio parte anch’io della Fila e vado avanti assieme a tutti gli altri. Ho provato a fare domande a quello che mi precede, Ermanno, mi ha detto che questo è il suo nome, per sapere dove stiamo andando, a fare che cosa, quanti siamo, chi o cosa c’è all’inizio della Fila, ma mi ha risposto che non lo sa neanche lui, e anche lui quando è arrivato ha chiesto le stesse cose a quello che gli sta davanti ma anche quello che gli sta davanti aveva chiesto a quello che lo precedeva e così via, insomma è come un passaparola lungo tutta la Fila, non si sa neanche se le domande sono arrivate all’inizio della Fila e le risposte stanno tornando indietro, oppure se le domande non sono ancora arrivate e continuano ad andare avanti.
E così vado avanti anch’io, non so dove, non so perché, non so con chi, ma va bene così, so che è la cosa giusta da fare. L’altra notte, ho sentito una presenza dietro di me e mi sono girato, ma di poco, per non rallentare il ritmo dei miei passi. Era una ragazzina, quasi una bambina anche se era piuttosto alta. Aveva lo sguardo spaurito, incerto. Io le sorrisi e dissi: «Benvenuta. Ero stanco di essere l’ultimo.»
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa
Racconto molto originale e ispirato. Ho avvertito risonanze di Buzzati, in parte anche di Kafka. L’atmosfera si apre su più fronti e dimensioni parallele. Le immagini della fila continuano a fluire, anche dopo la lettura, come formiche bianche sul muro soleggiato della storia.
grazie mille, sono contento che il racconto sia piaciuto, e complimenti per l’immagine delle formiche!.
Il racconto fila che è una bellezza. Mi metto anch’io subito in fila, spero di non essere troppo distante dal tizio con lo scolapasta in testa perché vorrei complimentarmi con lui per la sua bell’idea, assurda quanto geniale. Avanti marsc’! La fila si sta muovendo celere, accelera che forse è la volta buona che vediamo dove arriva. Ma è una toilette chimica! Giusto bene che mi scappava. Arrivato il mio turno la fila cessò (WC) di esistere. Bravo Remo. Comunque la fila era più lunga di quei 4 gatti in fila, vero?
mooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooolto più lunga