La fine del vagabondaggio

Serie: Idillio romano


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Abbiamo visto il nostro protagonista senza nome meditare sulla soglia di casa. Ora si sgranchisce le gambe...

È un fatto risaputo: camminare è l’atto che più di ogni altro mette in moto il pensiero. Della straordinarietà di questo fenomeno non smise di stupirsi nemmeno Rousseau: “La marcia ha qualcosa che anima e ravviva le mie idee: non posso quasi pensare quando resto fermo; bisogna che il mio corpo sia in moto perché io vi metta il mio spirito.

Fu camminando sotto la coltre di nuvole che seppe di essere alle prese con una creatura nuova ed enigmatica; fu allontanandosi da lei che desiderò rivederla, ma decise che avrebbe avuto tutto il tempo che gli rimaneva da vivere per stare con lei, e in qualche modo sgusciò fuori dal viluppo di pensieri e abbozzi di progetti di vita insieme.

Uscì dal reticolo di strade di campagna e imboccò la provinciale, diretto ovunque e da nessuna parte. Il cielo aveva di nuovo un aspetto minaccioso.

Era un metro e ottantacinque di pencolante cassa di risonanza; dopo quasi mezz’ora si ritrovò ad avanzare spedito sotto le luci di una stazione di servizio, proiettando un’ombra ingrandita, grottescamente falsata nella corrispondenza col corpo che la produceva, dai contorni stranamente frastagliati a mo’ di frattale; e pure tanto, ché la combinazione tra luci e sagome varie pareva la riproduzione di un olio su tela di un qualche brillante ma sconosciuto, secondario espressionista tedesco che, fatto momentaneamente il suo ritorno dall’aldilà e affacciatosi come un amorino da una nuvola cotonata e compatta come un’imbottitura, si era preso l’arduo compito di riprodurre, con l’aiuto di una quadrettatura, il panorama campestre che gli si presentava da lassù, con al centro di tutto proprio lui.

Sennonché un rivolo di grigio cenere fluì dalla tavolozza inclinata dall’ignoto e sbadato pittore, andando dapprima a sporcare un’appendice della nuvola, per poi saturarla dello stesso colore e provocando un illividimento delle nuvole vicine, che a poco a poco si caricarono di un’acqua opaca, densa e oleosa, finché non sopraggiunse la morte definitiva della luce.

Ricominciò a piovere, e la precoce atmosfera notturna immaginata fino a poco prima prese davvero il sopravvento.

Maledizione, pensò lui. E ora?

Come si accennava, arduo era il compito del pittore, il quale senza saperlo stava assistendo a una graduale metamorfosi che avveniva silente nel corpo di lui: il sangue prese a turbinargli in petto come rimescolato da un’invisibile se non inesistente centrifuga, generando una forza tale che parve abbattere i setti che separano gli atrî dai ventricoli, disintegrare le valvole e mandare in tilt sia la grande che la piccola circolazione. Le stesse già sottili pareti del miocardio parvero espandersi, prossime a scoppiare.

Solo a quel punto il pittore del mondo si accorse di un mutamento che stava avvenendo fuori del corpo del ragazzo: la sua ombra stava arretrando, faticava a mantenere la corrispondenza con quel corpo dapprima esitante, in costante oscillazione come il pendolo di un metronomo, che ora si muoveva sempre più rapido, senza meta, come conseguenza del tallonamento di un tempo in accelerazione, dai pochi BPM del grave fino a quelli del presto con fuoco.

A un tratto aveva fretta di tornare.

E un drago, emblematico del suo indolente e ombroso sottomondo, celato al pittore, iniziò lento a muovere le sue squamose pliche, nelle tenebre di una spelonca dove risuonava l’eco di un’armonia inadatta a un orecchio occidentale poco allenato, che non era farina del suo sacco, bensì tratta dal repertorio sterminato cui attingeva in momenti epifanici come questo: la musica era The Well Tuned Piano di La Monte Young, del 1964.

Come accompagnamento lo stesso respiro del drago, un soffio privo di fuoco come quello prodotto da un mantice, perentorio e intermittente, che faceva da bordone a quella musica riprodotta da un’altra regione della mente del ragazzo, la quale per qualche via tortuosa riusciva ad arrivare all’orecchio del drago ancora sonnolento, acquattato in qualche meandro della mente rabbuiata dell’uomo che era lui, e forse di tutti gli uomini.

E l’ombra alle calcagna di questo quasi-uomo cercava di recuperare il terreno perso, e lui, senza curarsi dell’acqua che adesso veniva giù impetuosa, come poteva agitava pensoso, sempre più pensoso, le mani in tasca, come a voler spiccare il volo imponendosi però un limite fisico.

E poi, stanco e infreddolito e zuppo, si risolse a tornare a casa. Non poté fare altro se non ripercorrere a ritroso tutta la strada che laggiù lo aveva portato.

Ebbe appena il tempo di svoltare l’angolo che la vide da lontano, a poca distanza dal cancello di casa. Nella lenta grazia dei movimenti e in contrasto col panorama malinconico, sembrava danzare gioiosa e innocente sotto la pioggia. Sembrava una bambina in attesa del ritorno del papà.

– Ciao… – gli scappò di dire con una voce flebile che non riconobbe come sua. Fu certo di non essere stato sentito (la distanza che li separava era troppa), eppure lei si voltò verso di lui, interruppe quella parvenza di danza e gli andò incontro. Questa volta non c’era lampada a disegnare enigmatici chiaroscuri sul suo volto: con pennellate sapienti la luce, invero poca, che penetrava dalle fessure tra le nuvole opache, dipingeva sulla sua persona un messaggio inequivocabile.

– Ciao, – ripeté lui, con una specie di pudore. E lei, in risposta, elargì un sorriso che rese il suo volto espressivo al limite della perfezione.

Infine lui tirò fuori le mani dalle tasche e per un attimo al pittore, a quello sbadato pittore appollaiato sulla nuvola, ignaro di quel che succedeva nella mente del ragazzo, sembrò che lui stesse iniziando a levitare: e quando l’ombra finalmente si arrestò con espressione sgomenta, se tale dato è possibile registrare in un’ombra, lui davvero si staccò da terra, con in viso una maschera di felicità.

Serie: Idillio romano


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