La mosca.

I romani sprecano duecentocinquantaquattro ore l’anno nel traffico, circa dieci giorni.

Uno di loro ci ha perso il resto dei suoi giorni.

Il suo nome è Antonio ma pure Marco. Professione: consulente di commercio e pilota di aerei part time. Una famiglia a Monterotondo, l’altra a Casal Morena. Una moglie piange la sua scomparsa, l’altra non versa una lacrima. Antonio e Marco sono due persone che abitano lo stesso corpo, ritrovato morto di vecchiaia in Via dei Sette Metri, un buco nero dal quale non si esce. Con la testa poggiata sul volante, le rughe sulla fronte, agli angoli della bocca e degli occhi; irriconoscibile a detta delle mogli. Antonio e Marco lasciano rispettivamente anche due figli. L’auto funebre che deve prendere il corpo è bloccata nel traffico.

«Ciao amò.»

Queste le ultime parole di Antonio recitate dalla moglie ai carabinieri.

«Tesò, te chiamo quando arrivo a New York.»

Queste le ultime parole di Marco recitate dalla moglie ai carabinieri.

Le due mogli ascoltandosi, si annusano come cani che marcano il proprio territorio a difesa del padrone. Antonio e Marco non hanno mai parlato di entrambe, ed entrambe guardano quel novantenne che prima di quella mattina ne aveva quarantasei.

Via dei Sette Metri è un buco nero, fatto di asfalto grigio. Entrarci significa una cosa: non sapere quando uscire. Le auto percorrono chilometri e chilometri, un centimetro per volta mentre la vita scorre alla velocità della luce. Le strisce bianche della carreggiata sono un paraocchi: hanno il compito di delimitare la direzione del conducente e non farlo guardare a soluzioni alternative. I semafori dormienti, inutili, colorano quello spazio di rosso, giallo e verde una volta ogni sette anni. Un lavavetri sotto di essi ha le sembianze di una mosca che vola di finestrino in finestrino, cacciata dai conducenti con gestacci. Percorre la lunga coda di auto con lo sguardo stanco, incontrando gli stessi occhi, delle stesse persone più volte al giorno, sempre più vecchie, come i passi trascinati della mosca.

Antonio e Marco avevano 46 anni. Brizzolati, bugiardi e abitudinari. Conducevano una vita avventurosa nelle parole e sedentaria nei fatti. Quando Marco non era a New York era sulla poltrona davanti alla televisione e quando Antonio non partecipava a una riunione aziendale era al bar sotto casa. Antonio era un buon padre, Marco non c’era mai per i figli. Il primo li accompagnava a scuola, leggeva loro le favole della buonanotte, preparava la colazione. Il secondo era una figura astratta, solitaria e viaggiatrice, che volava da una città all’altra e spacciava le calamite comprate su Amazon come testimonianza dei luoghi che visitava per via del suo lavoro di pilota. Antonio era deluso dalla vita, Marco ne era entusiasta. Antonio scopava la moglie, Marco faceva l’amore, ma entrambi chiudevano gli occhi quando arrivavano. Antonio era sciatto, Marco un narcisista. Il primo casual, jeans e maglietta, il secondo abiti ricercati, eleganti, fatti su misura. Antonio leggeva, Marco scriveva. Entrambi tradivano la moglie, tradivano la verità.

La moglie di Marco guarda impassibile quella fila di auto. Le sembra un serpente senza né capo, né coda. Le persone al volante sono luridi topi ingoiati nel corpo del rettile, che invecchiano, instupidiscono, muoiono. Riesce a contenere la rabbia dentro il suo stomaco, brulicante di succhi gastrici, rimpianti e incomprensione, mentre nella sua testa si fa sempre più insistente la parola vedova. Sola, con due figli e la commiserazione negli occhi degli altri per chi subisce un lutto. Ma soprattutto il raggiro subito da quello che a quanto pare non si chiamava Marco, ma anche Antonio. Novantenne per di più.

La moglie di Antonio guarda la moglie di Marco. La trova bella e stronza, proprio il tipo di donna che piaceva a suo marito. A lei non interessa né del traffico, né della vecchiaia prematura del defunto, ma solo del tradimento subito. Un tradimento subito anche dai suoi figli, adesso diventati fratellastri di due bambini che non le appartenevano. Il controllo che la moglie di Antonio aveva sulla propria famiglia era scivolato via come la giovinezza della pelle decadente del marito. Non lo perdonerà mai per questo e non perdonerà mai la moglie di Marco, messasi in mezzo a una famiglia felice e controllata.

Intanto, in lontananza, simile a un miraggio, si vedeva la mosca. Alta più di un metro e senza ali: era il lavavetri. Si avvicinava a tutte le auto con i suoi arnesi, senza successo. Incuriosita dalle auto dei carabinieri e gli agenti che prendevano appunti su un taccuino si avvicinò e guardò oltre il finestrino il vecchio con la testa poggiata sul volante.

«Ehi ma io questo lo conosco!» esclamò la mosca attirando l’attenzione di tutti.

«Si, si, qualche anno fa, sempre in questo punto, mi ha dato qualche centesimo. Come passa il tempo.» E si grattò la testa a cui mancavano le antenne.

Poi si rivolse ai carabinieri chiedendogli se volessero pulire il parabrezza. Fu scacciata con gesti della mano e continuò il suo tragitto alla ricerca di stronzi su cui poggiare le sue speranze.

“Da quant’è che sei qui?” gli chiese la mosca.

“Anni, ho perso il conto” rispose Antonio, Marco.

La mosca gli fece un cenno con la testa e con i due occhi, che sembravano averne mille al loro interno, scrutavano l’uomo con i capelli bianchi e la gobba. Poi prese il suo attrezzo e pulì il parabrezza al vecchio.

Quest’ultimo gli urlò di fermarsi ma con scarsi risultati, ormai il lavoro era avviato. Rovistò nel cruscotto alla ricerca di qualche monetina dimenticata e vi trovò solo qualche spicciolo. La mosca accettò quell’elemosina e gli confidò un segreto.

“Lo sai vecchio, c’è un modo per uscire da qui.” Affermò la mosca leccandosi le labbra.

“però ti costerà un po’” aggiunse.

Gli occhi di Antonio-Marco ringiovanirono all’istante e un sorriso gli ricoprì il viso.

“Quanto?” e aprì il portafogli.

“No, no, mica soldi. Anni.” Disse la mosca senza andare troppo per il sottile.

“Anni?”

“Si anni. Tanti anni. Allora ti interessa?”

Alcune domande si fanno largo nei pensieri di Antonio. Marco voleva accettare subito. Se conosce un modo per uscire da qui, perché non se n’è andato? Rivedrò la mia famiglia? Morirò qui di vecchiaia?

“Accetto” disse Marco, Antonio cercava ancora risposte.

“Bene.”

La mosca disse al vecchio di guardarsi nello specchietto retrovisore. Mentre lui recitava alcune parole la pelle del vecchio si raggrinziva, gli angoli degli occhi cadevano in basso, le orecchie si ingrandivano, i denti ingiallivano e la fronte diventò un pentagramma dove le goccioline di sudore insinuandosi tra gli spazi e le righe scrivevano uno spartito fatto di rimpianti e commiserazione. Quando la mosca ebbe finito, Antonio e Marco si resero conto che ella era ringiovanita di tanti anni; si era presa i loro.

Chiuse per un momento gli occhi e quando li riaprì la mosca era sparita. Il parabrezza era sporco, le monetine ancora nel cruscotto e il traffico inerme. Si rese conto che la mosca era volata via, senza essere mai passata dalla sua auto. Era solo un’estensione del traffico che gli rubava la vita, legando la sua al sedile dell’auto. Nell’esatto momento in cui i rimpianti si confondevano con i ricordi, le bugie con la verità, le allucinazioni con la realtà, Antonio e Marco percorsero un centimetro con l’auto e subito dopo il cuore si fermò, e poi la testa si accasciò sul volante.

«Allora signore, chi di voi si occupa della salma? Il carro funebre è per strada, ma per via del traffico ci vorranno anni, probabilmente tutta la vita.» Disse uno dei carabinieri.

Le donne, a braccia conserte, rimasero per un tempo infinito a guardarsi, incapaci di prendere una decisione. L’amore che provavano per il loro marito si era trasformato in delusione e la rabbia. Una vita non sarebbe bastata a dimenticarsi di una vita rubata, ma sarebbe bastata a costruirne una nuova. Si voltarono e si diressero in direzioni opposte lasciando quel vecchio all’ultima persona che l’aveva visto: la mosca.

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Discussioni

  1. Bel racconto con parecchi spunti di riflessione. Scritto molto bene e in maniera fluida, sono arrivato alla fine senza accorgermene. L’epilogo mi ha fatto pensare a Seneca e a come sprechiamo il tempo senza accorgercene, quando invece è la cosa più preziosa che abbiamo. Bravo!