
La necropoli di Gristor
Serie: Il vagabondo della notte
- Episodio 1: La necropoli di Gristor
- Episodio 2: Sotto terra
- Episodio 3: In mezzo alla folla
- Episodio 4: Il vagabondo della notte
- Episodio 5: Il baratro
STAGIONE 1
Il luogo dal quale riporto questo racconto trascende lo spazio ed il tempo, e per quanto mi possa sforzare di dare un’idea sia pur minima del sogno cui sono testimone, sento che le parole non sono fatte per descrivere appieno dimensioni come queste. Perciò mi appresto ad elencare i fatti riguardanti la mia storia per come li rammento, con la debole speranza che questi possano trasmettersi, in un modo o in un altro, nel mondo che prima abitavo. La mia premura nella narrazione si rivolgerà in particolar modo ai miei sentimenti ma ancor più alle mie riflessioni di natura filosofica, affinché l’ascoltatore o lettore che sia, possa comprendere al meglio le ragioni – se tali si possono definire – che mi hanno condotto in questo reame ineffabile.
Da qualche tempo mi pervadeva un noioso senso d’indifferenza nell’osservare la realtà circostante, che mi appariva grigia, spenta e monotona. Mi trovavo sul punto di dimenticare qualsiasi fonte di soddisfazione di cui avessi goduto in passato, scrutando anche nelle più ottimiste opportunità future null’altro che un’insensata perdita di tempo. Grazie alla valorosa discendenza famigliare cui appartenevo, condussi una gioventù all’insegna dello studio ma anche della spensieratezza, la quale conservai fintanto che non divenni adulto quando, in un periodo della mia vita alquanto prematuro, disponevo già della facoltà di congedarmi da ogni attività lavorativa senza dovermene più preoccupare. Contrariamente a quanto l’immaginazione possa suggerire, avvalersi di tale facoltà non fece altro che dare inizio ad una lenta discesa verso uno stato di perenne irrealizzazione. È curioso accorgersi di come certi individui siano più soggetti di altri a fare un cattivo uso del proprio tempo libero, sebbene questo si presenti in quantità decisamente maggiore.
Comunque, dal momento che non m’interessava affatto sperperare denaro in lussi privi di effettiva utilità, di lì in poi gestii il mio patrimonio con grande parsimonia, destinando solo una parte di quanto avevo da impiegare per acquistare e restaurare un’antica dimora posta nei pressi del centro abitato della città portuale di Gristor, situata a parecchie miglia di distanza dal paese nel quale trascorsi la prima parte della mia vita.
L’abitazione, seppur ristrutturata, appariva da fuori come un pezzo di storia secolare incastrato fra le mura moderne degli altri edifici cittadini; infatti, nel piano di restauro avevo espresso specificatamente la richiesta che lo stile gotico adottato in origine, il quale risaltava anche agli occhi meno esperti in materia d’architettura, venisse fedelmente conservato. Il risultato fu a dir poco sorprendente, e mi ripagò in fretta dell’attesa prolungatasi per più di diciotto mesi, durante i quali continuai ad alloggiare presso la mia residenza d’origine. Ammirai con stupore gli incantevoli soffitti a volta che sovrastavano numerose stanze interne della casa, le cui forme erano delineate da un’armonia che assecondavano pienamente i miei personalissimi quanto raffinati gusti in proposito. Questi ultimi vennero poi ulteriormente soddisfatti dall’opera di arredamento interno: attività che mi intrattenne fino ad occupare un lasso di tempo di non più di qualche settimana.
Alla fine l’opera fu completa, ed ero pronto a trascorrere lì il resto dei miei giorni. Non incaricai alcuna servitù per badare alla casa poiché, sebbene a primo impatto potesse presentarsi come un edificio ampio e spazioso – specie se osservato dall’esterno –, le apparenze venivano presto smentite ad una più attenta analisi di quella che, in fondo, non era nulla più di una modesta villetta di due piani in centro città sprovvista persino di giardino; la qual cosa non mi dispiaceva affatto, considerando che mi sentivo ugualmente gratificato a sufficienza.
Tuttavia la sensazione d’appagamento che i miei sforzi mi avevano procurato ebbe vita breve, cosicché – come ho dianzi menzionato – divenni sempre più apatico, e la monotonia cominciò ad influenzare le mie giornate tanto da appiattirle per poi renderle pressappoco tutte identiche fra loro. A tratti smarrivo la cognizione del tempo giacché questo, in base al mio umore, pareva accelerare o rallentare in maniera fin troppo esagerata: vi erano giorni che volavano via come in un battito di ciglia, così come altri in cui il sole sembrava intenzionato a non tramontare mai. Anche il mio sonno si fece presto irregolare, come le violacee occhiaie che mi solcavano il viso lasciavano intendere. Non di rado capitava che mi svegliassi nel cuore della notte, trovandomi puntualmente privo del benché minimo desiderio di dormire; allora mi alzavo e, quando non avevo voglia di leggere o meditare, prendevo a gironzolare per le camere come un fantasma inquieto, immerso in mille pensieri inutili fino all’alba.
Non avevo compiti o incarichi particolarmente pressanti da svolgere durante la giornata, le cui attività erano in gran parte costituite da interminabili passeggiate in ogni via della città, soprattutto lungo tutto il litorale che avvolgeva la parte meridionale di Gristor, dove l’oceano riversava sulle spiagge la sua acqua pulita e cristallina. Di tanto in tanto mi intrattenevo in qualche distratto dialogo con le persone che incrociavo per le strade; ma, benché la gente fosse abituata e ben disposta agli stranieri, non ne rimasi mai coinvolto a tal punto da stringere un rapporto duraturo, nemmeno di semplice amicizia. I miei contatti sociali erano perlopiù offerti dalle saltuarie visite che ricevevo da alcuni parenti risiedenti ancora nel mio paese d’origine, durante le quali mi venivano spesso rivolte domande alquanto insistenti circa il mio trasferimento. A tali domande rispondevo sempre di essere in cerca di una vita serena e priva di afflizioni, e più di una volta finsi, davanti ai miei ospiti, di averla trovata.
E così trascorsero all’incirca tre anni, al termine dei quali mi voltai indietro ed ebbi l’impressione di essermi lasciato alle spalle soltanto una manciata di mesi striminziti, vuoti ed insignificanti.
Fu all’incirca in quel periodo che cominciai a frequentare, dapprima sporadicamente per poi in modo assiduo, la grande necropoli di Gristor.
Presi quest’abitudine mosso da uno scopo concretamente insensato, che forse risulta di difficile comprensione ai più materialisti. Le ragioni che mi spingevano a vagare in mezzo a quello sterminato camposanto, situato sull’altopiano dal quale si potevano scrutare i quartieri più bassi della città cui l’oceano faceva da sfondo, e composto da un incalcolabile numero di lapidi, cappelle, sepolcri e qualsiasi altro sito funebre immaginabile, erano perlopiù di natura spirituale. Non appena ne varcavo la soglia, era come se l’apatia permeata in me fuoriuscisse attraverso i pori della pelle per poi disperdersi come polvere al vento. La sola vista di quei prati estremamente curati e dipinti di un verde acceso che ridestava la luce nei miei occhi, i quali rimanevano estasiati nell’osservare quel mare di collinette punteggiate qua e là da bianche lastre rigorosamente ordinate, che si presentavano finanche nelle più fantasiose ed originali forme, mi placava l’animo e tramutava l’indifferenza esistenziale in un sentimento legittimo nonché, oserei dire, gradevole.
Le mie giornate, gradualmente, cambiarono. Sempre più spesso mi ritrovai a calpestare i ciuffi d’erba che crescevano fra una lapide e l’altra, contemplando i nomi, le date e gli epitaffi incisi sulla ruvida roccia così come sulla liscia pietra marmorea, immerso in profonde meditazioni che accompagnavano il mio vagabondare. Arrivai poi ad esplorare gran parte del cimitero, fino ad addentrarmi nei claustrofobici cunicoli sotterranei che costituivano le catacombe, alcune delle quali risalivano ad età più remote di quanto avessi dapprima immaginato.
Appresi, interloquendo con uno dei custodi, che il nucleo più antico della necropoli era costituito proprio dalle catacombe; e che queste erano vecchie di secoli, tanto da ospitare salme di popoli cui le memorie si erano ormai perse nel tempo. In seguito gli scavi vennero ampliati, e molteplici tunnel gradualmente nacquero diramandosi nel sottosuolo; fin quando non venne stabilito lo sgombero dell’intera zona sovrastante, alfine di dare vita ad uno dei camposanti più vasti che il mondo avesse mai conosciuto, che avrebbe poi accolto, sotto la sua terra e all’interno delle sue urne, i corpi e le ceneri di gente di tutte le etnie, dedicando a ciascuna di queste aree apposite dove riposare in eterno. Il luogo divenne così importante da indurre perfino visitatori provenienti da città e paesi lontani a seppellirvi i loro cari.
Ma ahimè, sebbene mantenni nel tempo la consuetudine serale di recarmi in quella che era stata per me una piccola oasi di benessere, il vacuo sentimento di fiacchezza che ormai ben conoscevo, e che si ripresentò ora in una forma più sofferente di prima, tornò in fretta a tormentarmi.
Tentai allora di trascorrere maggior tempo immerso nella silente desolazione che aleggiava su quel cimitero, nelle sale dei sepolcri e fra i corridoi catacombali, accompagnato dalla vana speranza che quei luoghi funebri potessero guarire il mio animo; e tardando sovente al punto di rischiare che i custodi si scordassero della mia presenza così da sigillare i cancelli d’ingresso. Inoltre la gente cominciò a scrutarmi stranita a causa del mio comportamento, ma di questo non ero né sorpreso né preoccupato.
Rammento una sera in cui il mio stato d’animo era particolarmente afflitto, tanto da far insorgere in me la grottesca idea di pernottare all’interno della necropoli: questo fu, probabilmente, l’inizio del mio lento tracollo verso l’oblio.
Serie: Il vagabondo della notte
- Episodio 1: La necropoli di Gristor
- Episodio 2: Sotto terra
- Episodio 3: In mezzo alla folla
- Episodio 4: Il vagabondo della notte
- Episodio 5: Il baratro
“disponevo già della facoltà di congedarmi da ogni attività lavorativa senza dovermene più preoccupare.”
Beatissimo lui🤣
Le mie fantasie e desideri più profondi che si manifestano in forma nascosta nella narrativa del me diciannovenne ahahaha
Funziona ancora meglio col me quarantenne🤣
Ciao Gabriele! Altro capolavoro di incipit👏🏻 Hai assimilato alla perfezione l’esempio di Poe. I suoi incipit erano qualcosa di monumentale. Tutto impeccabile in questo inizio di serie: tempo, ritmo, descrizioni. La tua scrittura non è affatto un genere di consumo: bisogna gustarla lentamente, perdersi nel paesaggio al passo degli uomini di inizio secolo (scorso). Viverla. Tra l’altro, ho recentemente letto un paio di vecchi scrittori Weird del panorama belga che potrebbero interessarti. Autori come Jean Ray, Thomas Owen e Gérard Prévot. Dacci un’occhiata quando hai tempo!😉
Ciao Nicholas, sei finito sulla primissima storia che ho scritto da quando ho iniziato a leggere questo genere (prima di Il faro e delle altre), nonostante l’abbia pubblicata dopo. Che dire, sei sempre gentilissimo e i tuoi commenti sono preziosi perché sanno cogliere il senso dietro a ciò che è stato letto. Una volta, non su questa piattaforma, mi è stato contestato di aver scritto un testo “antimoderno” o una cosa del genere. Al di là delle critiche di allora che tra l’altro ho trovato appropriate, perché in effetti il testo in questione non mi era uscito benissimo, non ho mai capito perché ci si aspetti che, se uno pubblica una storia ora, soprattutto su Internet quindi in forma del tutto disinteressata da punti di vista commerciali, l’autore si debba attenere per forza di cose alla forma moderna, alle “mode”, come le avevi definite tu. Della serie, a decidere il tuo stile dev’essere qualcosa su cui non hai potere, qualcosa che è stato deciso da gruppi di persone più o meno inconsapevolmente nel corso del tempo. Insomma, si ritorna un po’ all’argomento che era nato sotto un altro tuo commento.
Di Jean Ray conosco qualcosina ma solo di nome, non ho mai letto nulla. Gli altri due invece proverò ad approfondirli, grazie per i consigli! Prossimamente a Milano ci sarà un piccolo evento dedicato al panorama weird sia dell’attualità sia del passato, se ci vado potrei trovare qualcuno di questi nomi in uno stand 😀 Un caro saluto!
Credo che sia superfluo dirti che siamo sulla stessa lunghezza d’onda per quanto riguarda la convinzione dell’enorme potenziale espressivo ancora racchiuso in una narrativa più lenta e meno modaiola.
Purtroppo ormai anche l’editoria ragiona come Netflix.
E lo dico da amante sia del classicismo che dell’ultramoderno😊
Ora che ci penso, non sono tanto sicura che questo sia il primo episodio… Prima di andare avanti con la serie, volevo chiederti se potessi chiarificare, così nel caso so in che ordine leggere :))
Eh no però, non mi puoi mettere una citazione di Poe all’inizio, così, senza preavviso, che mi fai emozionare troppo in fretta! A parte questo, come hanno scritto anche altri nei commenti, lo stile ricorda proprio quello edgariano; l’atmosfera gotica si sente, e onestamente la adoro; vedo che riguardo a interessi siamo piuttosto affini… Che dire, sono prontissima a seguire il “lento tracollo verso l’oblio”.
Grazie per essere passata a leggere questa serie: è una di quelle a cui sono più affezionato, perché racchiude il primo racconto che abbia mai scritto con effettiva serietà e impegno dopo un periodo di vita non proprio facile. Mi fa un sacco piacere che l’atmosfera Poe, per così dire, sia di tuo gradimento, ed è anche bello imbattersi in qualcun altro dai gusti così raffinati 🙂
Lo stile è edgariano eccome, ricordo che era mia piena intenzione richiamare l’autore di Baltimora sotto ogni aspetto ai tempi della stesura, anche se ad oggi probabilmente non replicherei questo stile così arcaico (ma questa forma ottocentesca affascina sempre, comunque)
A questo punto è superfluo continuare a richiamare la sorprendente somiglianza con lo stile edgariano. Mi concentrerò sui contenuti, anch’essi affini alle tematiche care al grande scrittore americano.
La storia è molto bella, per chi ama, come me, questo genere. Il parallelismo con il “mondo dei morti” è un richiamo che fa breccia in molti. Gioca in questo aspetto una componente fondamentale: lo stanare la componente psicologica nascosta, quella che vive nelle catacombe della nostra anima. Non si può essere amanti di Poe se non si è come lui. Paracinemando, rinunciate a guardare un film di Kubrick se non siete lo spettatore giusto per Kubrick.
Voglio dire che di nuovo si percepisce un genuino, proprio talento di fondo, sorgente di storie accattivanti, il cui fascino si nasconde nel difficile equilibrio che esiste tra la vita e la morte. O, se volete, tra un declino inesorabile e una rinascita sperata.
Non saprei che altro aggiungere alla risposta che ho già dato a Sergio, se non che probabilmente non scriverò mai più una storia che s’ispiri a Poe più di quanto faccia questo racconto. Qua ho apertamente espresso tutta la mia passione per i suoi scritti (più avanti lo citerò anche).
Detto questo, ti ringrazio nuovamente per i commenti, sono sempre molto interessanti e gradevoli da leggere 😀
Il tuo stile mi sorprende e cattura ogni volta. C’è senza dubbio una ricercatezza meticolosa nella ricerca dei termini e nella costituzione dei periodi. Rievochi le pagine dei grandi padri fondatori dell’horror senza però scimmiottarli o sembrando una caricatura, ma piuttosto riprenderli in vita. Ed i correnti non sono da meno, un horror che è fatto di assegnazioni, allusioni, dove i “mostri” stanno in primis nella psiche umana.
Eh già, per me l’origine mentale/psichica della minaccia è fondamentale: tengo molto a evidenziare questo aspetto.
Ammetto inoltre che, mentre scrivo, a volte perdo una considerevole quantità di tempo soltanto per ricercare i termini più adatti, anche quando so già cosa intendo dire 😂 Forse mi piace l’idea di distaccarmi totalmente dalla realtà anche con la forma, oltre che col contenuto. Comunque ti ringrazio come al solito, alla prossima 😀
Questo racconto parla di me, passato, presente e futuro tranne la città di Gr…, io mi accontenterei della campagna laziale. Comunque, empatia a parte che è già tanto, trovo originale il binomio espressivo che usi in questo racconto: da una parte un linguaggio aulico, categorico descrive cmq la vita di un ragazzo di tutti i giorni – questo contrasto, per me, è stata la chiave del racconto
Hai colto una fra le principali caratteristiche del personaggio di questa serie, ossia il fatto che è reso praticamente anonimo (non si sa neanche il suo nome, appunto), per permettere al lettore di concentrarsi meglio sugli eventi e non tanto su un soggetto la cui identità sia ben definita. Inoltre sì, questo tipo di linguaggio è un po’ una mia fissa 😅😂
Grazie per aver letto e commentato 😀