
La notte di Ognissanti
Le culture e le credenze popolari sono come colori di una tavolozza dalle sfumature oscure che, mescolandosi sulla tela della vita, creano un grande dipinto di racconti, miti e leggende.
La notte di Ognissanti ne è forse una delle rappresentazioni più perfette.
È la notte in cui si onora la memoria dei propri cari defunti, in cui tutto si conclude e tutto ricomincia. La vita e la morte si tendono la mano, il tempo viene soggiogato da forze sconosciute e poco importa quali siano le leggi arcaiche che regolano quest’avvenimento.
Per cui, mentre i bambini di tutto il mondo si divertono ad inneggiare con veemenza “dolcetto o scherzetto!”, scorrazzando fra le viuzze dei quartieri residenziali, accadono anche altre cose…
Cose strane e apparentemente inspiegabili, di cui se ne parla a malapena fra bisbigli e sussurri.
Come quello che accadde tanto tempo fa, ad una giovane fornaia di Pescina, un antico paesino dell’Abruzzo, attraversato dal fiume Giovenco, custode di remoti segreti sedimentati sulle sue sponde limacciose.
Si chiamava Maria e nel suo piccolo forno creava gustose pagnotte, apprezzate da tutto il popolo. Vi fu un anno in cui, dal castello, ricevette un grande ordine di pane sia salato che dolce, in previsione delle festività dell’Ognissanti. La cosa la preoccupò molto, dato che ‘o Capetiempe, come lo chiamano da quelle parti, durava solitamente fino all’undici di Novembre e non avendo alcun aiutante, avrebbe dovuto lavorare notte e giorno per soddisfare una simile richiesta.
Durante la notte del trentuno Ottobre, dopo giorni di lavoro senza tregua, la fatica ebbe la meglio sulle sue membra e Maria si sedette a riposare sulla sedia davanti alla finestra, illuminata dalla luce bluastra della luna.
Improvvisamente, venne destata dalle campane che risuonavano per le vie.
Fuori era ancora buio ma non sapendo bene che ora fosse si alzò di corsa, gettandosi il suo mantello di lana sulle spalle, ed uscì per recarsi alla funzione del mattino, a cui non mancava mai.
Percorse le stradine del paese affannandosi e rischiando di inciampare ad ogni passo, per l’impeto di arrivare il prima possibile e quando raggiunse ansimante la chiesa, col cuore in gola, udì una strana litania provenire dall’interno. Entrò e vide che le persone erano già tutte sedute ai banchi, in attesa dell’inizio della Messa. Mentre cercava un posto però, si accorse che i presenti non erano quelli che lei solitamente incontrava.
In effetti, non riconosceva proprio nessuno, neanche la signora Rita che sedeva sempre allo stesso banco, il primo sulla sinistra.
Che non sia la funzione mattutina, questa? Si domandò.
Un cattivo odore inoltre aleggiava nella chiesa, che assomigliava molto a quello che Maria avvertiva a volte quando passava davanti al cimitero. Ad uno sguardo più attento, si accorse che quasi tutti gli accoliti, illuminati dalle lugubri luci delle candele affisse alle mura, avevano dei volti pallidi e smunti.
Erano ricoperti di stracci sporchi di terra.
Ma l’orrore la colse in pieno quando notò che alcuni di loro erano mutilati e ridotti a brandelli:
un uomo teneva in mano una mandibola e la sua lingua fuoriusciva dal collo penzolando verso il basso; una donna senza gambe era aggrappata con fatica al suo banco mentre una coppia di anziani stringevano al petto i loro organi aiutandosi a vicenda, stretti in un abbraccio insanguinato.
A quella vista, il disgusto le si affacciò alla bocca dello stomaco ma al tempo stesso, voleva capire cosa stesse accadendo.
Tremante e in preda alla confusione, si avvicinò ad uno dei fedeli, seduto ricurvo con la testa ciondolante e chiese: “v-vogliate scusarmi, cosa sta succedendo?”
Una mano calò sulla sua spalla e la fornaia lanciò un grido di paura.
Si voltò di scatto trovandosi davanti ad un viso dagli occhi vitrei e la pelle violacea.
“Fernanda…” Maria riconobbe la sua comare, morta di una grave malattia l’estate prima.
“Maria, devi andartene!” Le intimò con voce sibilante la comare, agitando una mano dalle unghie annerite. La fornaia si sentì spingere via da un tocco gelido che le procurò una scarica di panico. “Questa funzione non è per te e se le candele si spengono, rimarrai in mezzo ai morti. Scappa subito!”
Tanto bastò a Maria per sprofondare negli abissi del terrore.
Si voltò e corse a perdifiato fra le file di banchi pieni di cadaveri barcollanti che ora si erano voltati a guardarla. Li sentiva, sentiva i loro sguardi bramosi che volevano scavarle dentro, avidi di una vita oramai perduta.
Alcuni di loro si allungarono nel tentativo di afferrarla. Lei li schivò, nonostante non poté evitare di venire sfiorata da quelle mani cadaveriche.
Raggiunse il portale e lo spinse con tutta la forza che aveva, anche se ora sembrava estremamente pesante.
Riuscì ad aprirlo appena e cercò di passare attraverso la stretta fessura che si era creata, combattendo contro la galoppante disperazione che sembrava volutamente agire contro di lei, togliendole le energie.
Si graffiò le guance, sfregando il viso contro il vecchio legno rugoso e con un ultimo slancio si gettò fuori.
Un vento freddo la investì, facendo svolazzare il suo mantello proprio mentre la porta si richiudeva. Il velo di lana rimase incastrato, lei perse l’equilibrio e cadde a terra, battendo violentemente la testa sul selciato. Tentò invano di rialzarsi ma tutt’intorno iniziò a girare, le flebili luci provenienti dalle finestrelle delle case si offuscarono, divenendo dei tenui aloni e l’oblio si chiuse su di lei…
Si risvegliò di colpo, seduta sulla sua sedia.
Il sole era già alto fuori e filtrava dalla finestra.
Che sogno tremendo!, si disse, guardandosi attorno e toccandosi il corpo. Non si era resa conto di essersi addormentata, eppure avvertiva ancora quelle dita morte che la saggiavano.
Ad ogni modo, terminò il suo lavoro e si preparò per la consegna. Ma quando andò a prendere il suo mantello di lana, notò uno strappo nel punto in cui l’indumento toccava il pavimento e vide che un pezzo di tessuto era mancante.
L’orrore le avvinghiò le viscere.
In preda alla totale isteria, corse subito da Don Cetto, il parroco della chiesa.
Lui le disse di calmarsi e che non c’era stata alcuna messa notturna né tantomeno piena di gente morta, “Ma chi sti dì Marì, ‘cia la miserij!” Le aveva detto con una risatina, guardandosi nervosamente attorno alla ricerca di occhi indiscreti. Quando lei gli aveva mostrato il mantello strappato, lui chiuse la porta con la scusa di avere molteplici impegni che lo attendevano.
A nulla valsero i suoi tentativi di capire cosa fosse successo quella notte e soprattutto se quello a cui aveva assistito fosse stato reale.
Aveva parlato con altri compaesani ma non ne cavò un ragno dal buco:
“Va a parla’ chi lu campsantir, si nin m’acrid.” Gli aveva risposto Nello il macellaio, tra uno sputo e una risata, esortandola a chiedere al custode del cimitero: “Cullù seppellisc’ li murt e li sa si c’amang cacchidun’!” E giù, un altro spiritoso sputacchio.
Lei lo aveva fatto eccome, ma Tonino, il custode, seppe solo scuotere energicamente la testa mentre era impegnato a scavare una fossa per un nuovo inquilino. Era bravissimo nel suo lavoro, ma gli mancava più di un mercoledì, come si soleva dire per quelli che non brillavano d’intelletto.
Si era fatta coraggio e aveva chiesto persino alla signora Marisa, la Cuntess’, come la chiamavano tutti, per aver ereditato le fortune dal marito, morto anzitempo. “Sti cos nin pu’ addummanná, la fija me’, nin va bon…” Le rispose, mentre con fatica le porgeva una tazzina di caffè e, quando la fornaia le raccontò della sua comare Fernanda che l’aveva esortata ad andarsene dalla chiesa, lei aggiunse: “Ecc’ la notte statt a la cas’ a tu, si capìt?”
Col tempo si rassegnò, indaffarata col suo forno e i suoi clienti.
Per nessun motivo al mondo aveva più messo piede in quella chiesa se non alla piena luce del giorno. La notte, specialmente nel periodo di Ognissanti, come consigliato dalla Cuntess’, chiudeva bene le porte e le finestre e se ne stava ben nascosta in casa. Se avesse udito le campane risuonare nell’oscurità, si sarebbe fatta il segno della croce, tappandosi le orecchie.
Non poteva di certo sapere la verità su Don Cetto, che quella regola l’aveva capita suo malgrado tanti anni prima, quando, durante le festività, aveva udito dei rumori striscianti provenienti dalla chiesa. Sceso dabbasso si era trovato circondato di morti disperati, in cerca di una benedizione.
Il vecchio parroco invero, aveva trovato quel lembo del mantello di Maria e lo custodiva in un’alcova segreta nell’alto campanile. Preferiva tacere che dare adito alle voci. Quelle voci che avrebbero viaggiato leste da un orecchio all’altro e magari sarebbero arrivate a quello sbagliato, come ad esempio la Curia romana, che probabilmente lo avrebbe tacciato di stregoneria o di fornicazione col demonio, gettando nella follia quel paesino che amava tanto.
Poiché certe cose devono rimanere come sono o si sconvolgerebbe l’equilibrio delicato che tiene in piedi l’universo.
Proprio per questo, si mormora che quel piccolo frammento di lana sia ancora ben nascosto al suo posto.
E nessuno si azzarda a cercarlo…
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Mi sono venuti i brividi, hai trasposto in maniera ottima questa leggenda, davvero un bellissimo racconto
Supersonico! Scusa la curiosità ma cosa ti ha spinto a scriverlo. Proprio ben strutturato. Che bravo!
Ciao Giulio! Grazie mille! Sono stato in un paesino dell’Abruzzo per trascorrere il Capodanno un paio di anni fa e mi sono documentato sulle leggende di una terra piena di mistero, fascino e castelli degni della più pura tradizione gotica. inoltre una delle mie più care amiche @ilariad viene da quella terra fantastica 🙂 a presto!
Molto bello! Mi ricorda quei racconti che si facevano la sera davanti al caminetto, per spaventare i bambini e gli animi più sensibili. Storie che hanno radici antiche nei tempi in cui i paesi erano bui e un rumore inconsueto o un’ombra furtiva creavano suggestioni che, passando di bocca in bocca, divenivano leggende. Bravo Daniele!
Ciao Giuseppe, sono le atmosfere che adoro di più! Grazie mille! 🙂
Ciao Dani, un bel testo come tuo solito 🙂 Credo che il punto forte stia nel trasformare una vicenda dopotutto semplice in una sorta di storia/leggenda popolare di un vecchio paesino, animato e arricchito dalle voci dei vari abitanti, con il loro accento locale. Anche qui si riconferma che a risaltare, molte volte, sono i dettagli, senza i quali si avrebbero racconti meno efficaci.
Ciao Gabri, grazie mille! Sono contento che ti sia piaciuto 🙂
Bravissimo Daniele. Mi piacciono molto leggende e miti e devo dire che ho per essi una vera passione. Questo è particolarmente interessante perché adattato a una specifica località e scritto con uno specifico linguaggio peculiare di quel luogo stesso. Ci sono molti particolari che arricchiscono la vicenda e con i quali potresti esserti divertito a giocare. Nel senso che, le leggende sono naturalmente trasmesse per via orale e quindi, ciascun narratore si accaparra il diritto di metterci qualcosa di suo e questo, a mio avviso, è sempre un valore aggiunto e arricchente. Molto bravo.
Grazie mille Cristiana! Sono davvero felice ti sia piaciuto. Ho la fortuna di avere una delle mie più care amiche che viene da quella terra piena di storie e tanto altro, @ilariad e che ringrazio per avermi fornito consigli e suggerimenti per questa storia. È stato molto divertente poter dare vita alla storia in questo paesino pieno di tradizioni e sfumature. Sto pensando di continuare in tal senso perché c’è davvero tanto da studiare e scrivere! 🙂
Chiaro che devi continuare☺️ tu ti occupi di miti e Leggende italiane e io vado un po’ più a ovest. Buona scrittura
Bel racconto. Un giorno magari si potrebbe collezionare una raccolta di racconti “oscuri” di carattere regionale e storico, e vedere di pubblicarlo. Potrebbe essere un’idea per muovere un po’ le acque. Il materiale, direi non manca certo!
ciao Giancarlo! Grazie 🙂 si sono d’accordo con te, darebbe davvero un bel progetto! Ne parlavo anche con @gabriel-e_02 qualche tempo fa. Io sto facendo un po’ di ricerca 🙂
Un bel racconto horror con elementi cari al genere, che hai usato in maniera originale e molto avvincente.
Ha, in parte, il sapore de “La notte dei morti viventi”, quello originale del ’68, non le sgualcite pantomime degli anni successivi.
L’unico e il solo, hai assolutamente ragione Giuseppe! Grazie mille del passaggio 🙂
Ngulo Tecchissimo!
Grazie Hugo! 🙂
Qua ‘nsi scherz! (grazie @ilariad per il suggerimento)
bello, Daniele, soprattutto per lo stile e l’ordine della narrazione, che ha un andamento assai coerente e solido. In breve spazio evochi e presenti vari personaggi, tra vivi e morti, ognuno con un carattere ben delineato in poche battute. Bel lavoro davvero.
Grazie mille Francesca! Ho avuto modo di scoprire tante storie intriganti sull’Abruzzo, una regione stupenda, grazie anche alla mia cara amica @ilariad. Felice che ti sia piaciuto 🙂
Complimenti Daniele! Un racconto bellissimo, che mi ricorda tanti di quelli tramandati dalle nonne e dagli anziani, nel mio amato Abruzzo.
Grazie Ila! Grazie per esserti registrata sulla nostra piattaforma e soprattutto GRAZIE per la consulenza sulla tua terra meravigliosa 🙂 grazie grazie 🙂