La paura del futuro

Serie: Fino all'ultima paura


Dicembre 2016

Lucca

Il maresciallo sta addentando la terza brioche della mattina, la sua cinta scura stride sulla pancia pronunciata e i suoi baffi si macchiano di zucchero a velo, lui affamato e preoccupato insieme, mastica come una vecchia macchinetta per i timbri, automatico e preciso.

“Chi è il patologo?”

“La Caruso.”

“Una con le palle, farà un ottimo lavoro.”

“PM?”

“La Marcalli.”

“Tutte donne, un caso?”

“No, ma meglio così. Un uomo non lo vedrei bene.”

“In che stato era il cadavere quando lo avete trovato?”

“Abbiamo avuto fortuna.”

Mi pento subito di un’affermazione del genere, ma nel nostro lavoro, quando ormai la morte sopraggiunge, i corpi assumono un’importanza diversa, diventano la connessione con il crimine, più intatti sono e più informazioni possiamo avere.

“Fortuna perché in questi mesi il corpo si è mantenuto abbastanza bene, abbiamo una quantità altissima di tracce, dobbiamo isolarle una ad una. Caruso ha mesi di lavoro davanti a sé.”

Il maresciallo ordina un altro caffè e mi guarda perplesso.

“Tanto c’è solo da isolare un’altra volta il DNA di Batini e poi ormai i giochi sono fatti, purtroppo.”

“Non sarei così fiducioso di questo.”

Mi guarda nuovamente perplesso, poi toglie il giornale da sotto il suo braccio e me lo passa.

“Sta diventando un caso eclatante, commissario lei quello stronzo lo ha preso, è stato bravo, la sua morte non poteva certo evitarla, quello si è ucciso pur di non scontare la pena. Qui noi si è tutti preoccupati che Marika può aver fatto la stessa fine, visto che è riuscito a sapere che le due ragazzine si conoscevano. Se può, mi continui a dare una mano.”

Mi passa il giornale e lo alzo verso il soffitto mentre un raggio arancione di sole lo trafigge da dietro le vetrine, sullo sfondo dell’ultimo pezzo di locale, una donna bionda fa la stessa cosa.

Sorrido, perché sapevo che incontrarsi sarebbe stato inevitabile.

“Io posso fare ben poco ormai, ma la terrò aggiornato su qualsiasi sviluppo e sa ha bisogno, mi fermerò qui per qualche giorno.”

Adesso sorride anche lui, come se lo avessi realmente rassicurato.

Nei fondi delle tazzine chissà cosa ci leggerebbe ora una maga qualsiasi, mentre le proiezioni proprie si scontrano come bocce di una stessa traiettoria, con la costante e infallibile paura del futuro.

“Caffè?”

Ho perso il conto di quanti ne già bevuti, ma il mio prossimo lo rifiuto, c’è qualcuno che mi sta già aspettando per prenderlo insieme, sorride, bellissima e malinconica, forse anche lei, come il maresciallo, rassicurata dalla mia presenza.

———————————————————————————————————

Batini è morto nella propria cella e per sua stessa volontà, è questa la prima parte che leggo del giornale, lo porto in alto contro il sole per scrutare la foto scelta a rappresentarlo, era meglio in quella degli articoli online, adesso su questa pagina a colori saturi di carta sottile, non riesco più a far coincidere il suo volto al mio ricordo di lui.

La sua aria mesta, poi lo sparo e Fabrizio per terra, la mia paura di cosa sarebbe stato da lì a quel momento il futuro, Roberta tremante accanto a me, in ruoli opposti e insoliti rispetto al nostro passato.

Quella corsa a perdifiato di Fabrizio per prenderlo e la mia paura, la paura che potesse succedergli qualcosa, si può temere per qualcuno che è appena entrato nella nostra vita?

Era così che mi sentivo appena qualche mesa fa, paura di perderlo e vederlo subito scomparire dal mio futuro.

Il giornale continua con gli ultimi resoconti, Ylenia è stata trovata in un campo, da sola, morta, inerme con chissà ancora quante paure al suo interno, lei che la paura del suo futuro svanito l’ha vista scivolare via fino alla fine della sua vita.

Per la prima volta osservo il suo volto nella fotografia, il suo sguardo delicato, così piccola e ingenua, non è nemmeno riuscita a morire a casa sua, a riabbracciare i suoi genitori, infondo da quando ci conosciamo, io e Fabrizio era questa la notizia che aspettavamo, che ci gravitava addosso come una minaccia, come un’infallibile certezza contro ogni senso di giustizia e serenità, io e lui poi, ci eravamo conosciuti per quello, era molto drammaticamente lei che ci teneva uniti, adesso che lei nel futuro non c’è più, io e lui che senso abbiamo? Che futuro avrà questo strano noi?

Mi ha visto e mi sorride discreto, non sapevo fosse qui, non me l’aveva detto, ma è così che accade quando due persone decidono di allontanarsi, non annunciano più la loro presenza e la mancanza diventa l’unica comunicazione vivente, come lo era stato anche per me e Giacomo.

Saluta un uomo grosso e con dei baffi pronunciati e mi si avvicina svelto, lo blocco con lo sguardo e gli indico di ordinarmi un caffè, lui arriva poco dopo con due caffè e una spremuta.

“So che ti è sempre piaciuta.”

Guardo il bicchiere affusolato, arance rosse, e sorrido.

“La mia preferita, rossa e amara.”

“Tu prendi tutto amaro, caffè compreso.”

“Da quando mi conosci così bene?”

“Da sempre.”

Ridiamo, per la prima volta leggeri come non lo eravamo mai stati in tutti quei mesi.

“Ruffiano.”

“Un po’.”

“Non mi hai detto che saresti venuto.”

“Non sapevo se avresti voluto vedermi…”

“Lo so, è tutto strano adesso. Te l’avevo detto che non avrei fatto la differenza, è morta lo stesso.”

“Ma lo abbiamo preso.”

“Lo hai preso. Io non c’entro nulla.”

“Che hai?”

“Tra qualche giorno vado via.”

“Dove?”

“Rimango in zona, verso il mare.”

“Come mai?”

“Storia lunga.”

“Hai bisogno di qualcosa?”

“Di tutto, ma devo farcela da sola. È finito tutto ormai, nemmeno tu hai più bisogno di me.”

“C’è sempre Marika.”

“Non reggo un altro cadavere.”

Guardiamo tutte e due il giornale sul tavolino, a metà fra le sue mani e le mie, per la prima volta distanti e per nulla desiderose di cercarsi.

“Posso farti una domanda?”

“Dimmi.”

“Ma tu come ci sei finita lì dentro?”

Io respiro a lungo, non me lo aveva mai chiesto, aveva detto che dovevo aiutarlo con le indagini e così era stato, tutte le sue domande su di me avevano riguardato solo quello, mentre il nostro privato, quando era accaduto, aveva rappresentato un solo momento, il presente.

“È così che mi hai trovato, con i fascicoli, è tutto lì dentro quindi dovresti già saperlo.”

“Sono documentazioni confuse e non ho mai voluto leggere più di tanto, ti ho chiesto aiuto perché sapevo della tua storia, ma non ho mai indagato oltre il necessario, anche perché sei qui adesso, sei un volto, non un caso, una storia.”

Tolgo le mani dal tavolo e mi stringo nelle spalle, in dieci anni ci avevo pensato tanto ma non ne avevo mai parlato, nemmeno una volta con Giacomo, mai, l’unica a cui nel tempo ho avuto il coraggio di raccontare alcuni pezzi o di rievocare certi ricordi è stata mia madre.

“Ad un certo punto della nostra vita mio padre ci ha abbondante, distruggendo vita privata e lavoro. Eravamo solo io e mamma, in alta montagna, dimenticate da tutte, al freddo, senza cibo e senza soldi, gli ultimi li ha portati via papà. Io saltavo già scuola, non stavo bene, nel passato avevo subito delle violenze e continuavo a rifiutare il concetto di aula, se così lo vogliamo chiamare.”

Mi fermo e bevo un goccio di spremuta, lui mi guarda triste e non lo avevo mai visto così, per me.

“Mamma era disperata, noi eravamo ricchi, la famiglia stile Mulino Bianco, trovarci così era insolito.

Papà non tornava e mamma era una donna sola, debole, denutrita, con una figlia che non sapeva come fare a proteggere. Un giorno è andata da servizi sociali, per chiedere un aiuto, di qualsiasi tipo. È stata la fine, ed è vero quello che dicono, quando hai soldi sei intoccabile, senza sei semplicemente un burattino senza libertà o dignità. Ci avevano consigliato una struttura in cui io dovevo andare solo saltuariamente oppure durante la settimana per la scuola e poi i week end a casa, nel frattempo mamma stava già trovando de lavori. Mi ha chiesto cosa ne pensassi, lei di certo non era entusiasta, io nemmeno, ma cosa potevamo fare in quel momento? Di spontanea volontà abbiamo accettato questo compromesso, ma le cose sono andate diversamente. La struttura è diventata una comunità per minori sette giorni su sette senza possibilità di visita o di chiamate, il che senza alcun decreto del tribunale o di prove di abusi reali da parte dei miei genitori, ha un che di inspiegabile. Ma così è stato. Papà è tornato poco dopo, lui e mamma hanno rimesso in piedi il lavoro e non c’è stato un solo giorno in cui non abbiamo lottato per avermi con loro.”

Fabrizio mi guarda ancora con quel suo sguardo triste.

“E dentro la comunità ti hanno fatto violenza?”

“Sì, all’inizio seguivo tutte le regole e i miei non li sentivo mai, tutti gli altri uscivano, andavano a casa ed io no. Poi sono iniziate le violenze vere, i soprusi, i furti, i lavaggi del cervello, ci davano persino da mangiare le cose scadute… ho iniziato a dire tutti ai miei, hanno fatto partire denunce ma non è servito a nulla. Così è nata l’idea della fuga.”

Adesso Fabrizio mi cerca le mani e le afferra.

“Mi dispiace, tantissimo.”

Gli tocco una guancia.

“Troviamo Marika.”

Il giornale parla di passato, ma noi ormai abbiamo paura soprattutto del futuro.

Serie: Fino all'ultima paura


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ciao! Pensa che in questo periodo sto scrivendo un giallo… ma è differentissimo dal tuo racconto.
    Il titolo dice tutto del racconto che ho appena letto.
    Dai, interessante. Fra poco assalto quello dopo 🙂