La ragazza del killer

Serie: Cinquanta Racconti


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Scampato pericolo

Non l’avevo mai vista prima di quella domenica. Il bar era uno di quei posti dove vai solo perché non sai dove altro andare. Un vecchio locale, con il pavimento che scricchiola, il bancone un po’ malandato e sempre lo stesso odore di caffè stantio. E lei era lì, al tavolo d’angolo, da sola.

Era impossibile non notarla. Portava un cappotto chiaro, forse troppo leggero per la pioggia autunnale, e i suoi capelli castani, lisci e ben curati, le scendevano morbidi sulle spalle. Aveva un viso affilato, occhi scuri e profondi, ma era il suo atteggiamento a colpirmi più di tutto. Non sembrava una donna che aspetta, ma una che sa esattamente cosa sta per accadere. Ogni tanto distoglieva lo sguardo dal libro che teneva in mano e lanciava rapide occhiate alla porta, come se controllasse qualcosa.

Non so cosa mi spinse a farlo, ma decisi di avvicinarmi.

“Piove sempre la domenica” dissi, senza troppo entusiasmo. La pioggia scorreva sui vetri, e dentro al bar sembrava non ci fosse altro da fare che parlare del tempo.

Lei alzò lo sguardo e mi fissò con quegli occhi che sembravano più vecchi della sua età. Era giovane, probabilmente non più di trent’anni, ma c’era una stanchezza dietro quel viso perfetto, come se avesse visto e saputo troppo. “Sì” rispose, accennando un sorriso quasi meccanico. “Sembra proprio di sì.”

Non mi invitò a sedermi, ma non mi cacciò nemmeno. Così mi sedetti. Non avevo niente di meglio da fare, e lei era decisamente più interessante del giornale che stavo leggendo. I nostri scambi furono brevi, ogni parola misurata. Non parlava di sé, e io non chiesi. In lei c’era qualcosa che diceva chiaramente di non scavare troppo in profondità. Parlò di un film che aveva visto, di un libro che stava leggendo. E mentre lo faceva, continuava a guardare la porta. Dopo un po’, non potei fare a meno di notarlo. “Aspetti qualcuno?” chiesi, cercando di tenere un tono casuale, anche se intuivo che qualcosa non quadrava. Lei si strinse nelle spalle, senza distogliere lo sguardo. “Forse”. Il sorriso svanì, e la tensione si fece palpabile.

Poi entrò lui. Alto, elegante. Una giacca scura perfettamente tagliata, scarpe nere lucide e una camicia bianca impeccabile. Ma non era solo l’abito. Era l’aria che portava con sé: l’autocontrollo assoluto di chi non ha bisogno di dire molto per farsi notare. I capelli corti, grigi, erano pettinati con precisione, e il suo viso era scolpito da rughe più legate alla durezza che all’età. Si fermò un attimo, lo sguardo che si posava su di lei come un coltello.

Non fece nessun gesto, non disse una parola, ma lei capì subito. Si alzò senza fretta, ma con la rassegnazione di chi sa che è giunto il momento.

“Devo andare” disse, senza nemmeno guardarmi.

La seguii con lo sguardo mentre si avvicinava a lui. Era tutto fin troppo silenzioso, fin troppo facile. Lui aprì la porta, e lei uscì, senza voltarsi nemmeno per un attimo.

Restai lì seduto, con il caffè ormai freddo. Una situazione strana, una di quelle che capisci solo dopo che sono successe. E non c’era niente che potessi fare.

Passarono settimane, e lei non tornò. Non ci pensai più di tanto, finché non vidi quella foto sul giornale. Era una mattina qualunque. Stavo sfogliando le pagine senza troppo interesse, finché il suo viso non mi colpì. Era lui. L’uomo del bar. Arrestato come killer della mafia. Uno di quelli che lavorano nell’ombra, invisibili fino a quando non li prendono.

Mi bloccai. Rilessi l’articolo più volte. C’era tutto: gli omicidi, le connessioni con la criminalità organizzata. Ma di lei, nessuna traccia. Nessun nome, nessun volto, nessun dettaglio. Come se non fosse mai esistita.

Mi appoggiai allo schienale della sedia e lasciai scivolare il giornale sul tavolo. La pioggia continuava a battere sui vetri del bar. Solo che, stavolta, sapevo che quella domenica non era stata come tutte le altre.

Serie: Cinquanta Racconti


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Discussioni

    1. Tratto dalla premessa alla raccolta.
      “Cinquanta racconti, cinquanta anni. Non c’è molto da dire su questo numero, se non che pesa. Pesa come un sacco di pietre che ti porti addosso, anno dopo anno, cercando di non farti schiacciare. Cinquanta racconti, come gli anni che ho vissuto tra errori, sbronze e fallimenti. “

        1. Rocco Malaparte è più giovane di me. Esattamente dieci anni. Io, come dice lui, sono il vecchio str… che l’ha creato e gli rende ogni giorno la vita difficile.