
La signorina Tomasi Tanina
Serie: Il segreto dei dodici centenari
- Episodio 1: Il segreto dei dodici centenari
- Episodio 2: Simplicio
- Episodio 3: Il signor G
- Episodio 4: ALICE
- Episodio 5: Emme di maggio
- Episodio 6: Tziu Giulliu
- Episodio 7: Tziu Luisicu
- Episodio 8: Nonna Caterina
- Episodio 9: La signorina Tomasi Tanina
- Episodio 10: Signora maestra
- Episodio 1: Gioia mia
- Episodio 2: Zia Gavi’
- Episodio 3: Maura Melas
- Episodio 4: Due robusti centenari
- Episodio 5: Il canuto e la brunetta
- Episodio 6: La presentazione
- Episodio 7: L’amore al tempo del Covid
- Episodio 8: Il gatto è morto
- Episodio 9: Il tredicesimo centenario (parte prima)
- Episodio 10: Il tredicesimo centenario (parte seconda)
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Tomasi Gaetana era nata in Sicilia, cresciuta e vissuta, fino all’ultimo giorno della sua vita, in una piccola frazione del capoluogo sardo.
Di professione agiata, come certificavano i numerosi atti di compravendita dei suoi terreni, non aveva dovuto faticare un solo giorno della sua lunga e privilegiata esistenza.
Quando i suoi avi, a fine ottocento, avevano iniziato a trasferirsi in Sardegna, erano diventati proprietari di immense distese di terra incolta, per seminare campi di grano a perdita d’occhio, impiantare vigneti e agrumeti e annettere oliveti già produttivi.
Nella stessa zona compresa fra la Trexenta e il Parteolla, avevano costruito un caseificio e una grande cantina privata.
Quando il vecchio padre della signorina Tanina era morto, lei e suo fratello Pippuzzu avevano ereditato un patrimonio immenso, in denaro e beni immobili. Finché le condizioni di salute fisiche e mentali glielo permisero, la signorina Gaetana, più nota come Tanina, esercitò il suo ruolo di ricca proprietaria, servita e riverita da centinaia di braccianti agricoli e operai, custodi e mezzadri. E uno stuolo di servitù per tenere in ordine la casa rurale, l’alloggio contiguo al caseificio e la grande casa campidanese, sua residenza abituale.
La sua unica attività, senza sporcarsi le mani, senza calli e senza sudore, era quella di riscuotere, contare e distribuire denaro. In tanti si domandavano dove nascondesse i soldi incassati e non spesi. Nessun deposito in banca o all’ufficio postale e nessuna cassaforte in casa. E tanto meno sotto il materasso; essendo una delle tante mansioni riservate alla domestica cambiare le lenzuola o riassettare il letto.
Qualcuno diceva che li tenesse in su baullu , la bara che teneva sotto il letto. Come usavano allora, anche lei, quando i capelli avevano iniziato a essere un po’ brizzolati, aveva provveduto a procurarsi il baule di legno per affrontare l’ultimo viaggio. Di nascondere quell’aspetto estetico che rivelava la sua non più giovane età, la signorina Tanina si curava ben poco.
Fino ai quarant’anni, ogni giorno, alle sei del mattino, in punto, si incipriava il viso; un tocco di rossetto rosa pallido sulle labbra e una goccia di Zagara dietro i lobi delle orecchie. Gonna lunga; camicetta bianca o beige; scialle nero, ricamato, sulle spalle; fazzoletto in testa e rosario in tasca, pronta a entrare in parrocchia, per la prima messa del mattino. Che fosse inverno o estate, freddo o caldo, maestrale o temporale, la signorina Tanina, usciva di casa, puntuale, alle sei e quarantacinque, percorreva il breve tratto di strada per arrivare fino al sagrato della chiesa e varcare la soglia del grande portale di legno. La prima a entrare e l’ultima a uscire.
La ricca possidente era una delle benefattrici più assidue. Le generose offerte in denaro, o viveri per i poveri, le consegnava direttamente al parroco. Nel bussolotto infilava solo qualche moneta da dieci lire, per non essere additata e criticata dalle altre donne che la tenevano d’occhio.
Quando don Paullu fu trasferito a Pramanteddu, la signorina Tanina cambiò, di punto in bianco, le sue abitudini. Si recava a missa manna, l’ultima messa della domenica mattina, evitando di alzarsi presto e di uscire di casa ogni giorno.
A poco, a poco, smise del tutto di varcare la soglia di casa. La spesa giornaliera era uno dei tanti compiti affidati a Marièdda, la domestica fissa, abituata a fare la cresta sugli spiccioli, e temendo che la signorina Tanina potesse cambiare idea, la scoraggiava ogni volta, per il freddo, per il caldo o per il tiepido e afoso vento di scirocco.
Solo qualche volta la signorina Tomasi Gaetana era costretta a recarsi in città, allo studio del notaio Cherichi, per firmare qualche rogito, non avendo alcuna intenzione di lasciare tutti i suoi beni all’unico nipote, figlio del fratello, che li avrebbe sperperati al gioco, in un giro di luna.
I vicini di casa sbirciavano dalla finestra, mormoravano e malignavano. Qualcuno insinuava che la signorina Tanina fosse malata, di mancanza d’amore, da quando il giovane don Paullu se ne era fuiu.
Qualcuno andava oltre, sostenendo che Tanina, nonostante la grande differenza di età, quando lui c’era ancora, si trattenesse a lungo, in sacrestia, per fare cuncambias, il baratto.
Gesuino, il sacrestano, sosteneva di averli trovati in cima al campanile: lei con la gonna scampanata, tutta trobeddada, attorcigliata nei bottoni della veste di don Paullu.
Gesuino era uno che alle ostie preferiva il vino, versato ogni giorno nell’ampollina. In pochi erano disposti a credere alle sue storielle. Poco tempo prima aveva messo in giro la voce che San Giuseppe piangesse. In realtà non aveva tutti i torti. Sul viso del santo, durante la notte, erano calate molte gocce che avevano formato una piccola pozza ai piedi della statua. Quando la forte pioggia era cessata, da quella piccola infiltrazione sul tetto, non era scesa più nemmeno una lacrima.
Signorina Tanina, comunque, sembrava ogni giorno più spenta e più magra, consumata dal suo inconfessabile dolore; finché un giorno, dopo tanti anni, don Paullu era stato trasferito a Cagliari. Non era sicura che lui l’avrebbe riconosciuta e soprattutto di come l’avrebbe accolta nella nuova parrocchia. Si era seduta nel banco vicino alla statua di Nostra Signora Maria Immacolata. Quando don Paullu era sceso dall’altare per distribuire l’Eucarestia, l’aveva notata quasi subito; sul suo volto erano comparse delle chiazze rosse e la rima labiale si era schiusa in un sorriso appena accennato.
Da quel dì, alle sei in punto del mattino, con le scarpe nuove, la cipria e due gocce di profumo, l’anziana donna aveva ripreso a frequentare la chiesa, quella del suo caro parroco.
E ogni giovedì, quando la domestica di don Paullu andava al suo paese, lei bussava alla porta, con il vino buono per la messa e la cesta del pane per i poveri.
Il ritorno del prete l’aveva fatta risorgere a nuova vita. Raccoglieva e distribuiva indumenti per i poveri; organizzava mostre e serate di beneficenza. A sue spese aveva incaricato una delle domestiche più efficienti, per dare una mano alle altre pie donne volontarie, che tenevano pulita la chiesa.
Aveva riacquistato vigore e usciva ogni santo giorno, percorrendo, a piedi, svariati chilometri, per adempiere i suoi impegni di cristiana devota. Nonostante l’età e grazie al suo fisico asciutto, camminava svelta, come se avesse le ali ai piedi.
Solo quando sentì avvicinarsi l’ora della morte, ormai centenaria, si decise ad affidare, nelle mani del notaio Cherichi, insieme al testamento, una lettera da consegnare personalmente a don Paullu, per rivelargli l’intera storia di una ragazza madre e di suo figlio Paolo. Figlio abbandonato il giorno stesso in cui era nato, per volontà del padre di lei, che disapprovava la storia d’amore con un ragazzo di condizione non agiata, figlio di un umile mezzadro. Paolo era cresciuto dalle suore, al Buon Pastore, un istituto religioso per orfani e lei, all’insaputa del padre, andava spesso a vederlo, mentre giocava in cortile con gli altri bambini. E mai, neppure per un attimo, aveva potuto tenerlo stretto fra le braccia e nemmeno per mano, per portarlo ai giardinetti pubblici, per una passeggiata e un gelato. Quando aveva iniziato a frequentare il seminario non gli aveva fatto mancare niente. Era stato, per tutta la sua lunga vita, luce e buio dei suoi occhi.
Come padrona rispettata e un po’ temuta, metteva in soggezione e riusciva a imporsi con centinaia di braccianti e operai e mezzadri e domestiche, ma non aveva mai osato ribellarsi alla volontà del padre. Un uomo autoritario e retrivo: non avrebbe mai permesso che il buon nome della famiglia, di nobile origine, venisse infangato da ‘nu figghiu bastaddu.
Serie: Il segreto dei dodici centenari
- Episodio 1: Il segreto dei dodici centenari
- Episodio 2: Simplicio
- Episodio 3: Il signor G
- Episodio 4: ALICE
- Episodio 5: Emme di maggio
- Episodio 6: Tziu Giulliu
- Episodio 7: Tziu Luisicu
- Episodio 8: Nonna Caterina
- Episodio 9: La signorina Tomasi Tanina
- Episodio 10: Signora maestra
Sublime questo racconto, dal sapore gattopardesco. Incantevole il fatto che si tratti di una vita vera.
Grazie Roberto, si`, vita vera, colorata da alcune variazioni, per licenza… narrativa.
La prima e l’ultima frase del racconto staccano la storia che hai scritto dalla Sardegna e la fanno diventare una storia siciliana, di quelle dei film; non so quanti abbiano notato che hai chiuso il racconto con un termine in siciliano. La nostra società dura e arcaica di fine ottocento ha esportato anche la sua mentalità oltre la mafia e la povertà di tanta gente. L’onore da famigghia veniva prima di tutto, glielo avevano insegnato a Tanina e lei lo aveva appreso così bene che neanche quando il genitore non c’era più era riuscita a disonorarlo. Solo la sua morte poteva permettere a Paolo di conoscere la verità di quella madre negata per onore.
Storia triste, soprattutto perché reale, su un passato che fa fatica a sparire del tutto ancora oggi.
Ciao Francesco, mentre scrivevo questa storia avevo in mente anche voi, autori conterranei della signorina Tanina; temendo di essere fraintesa. L’ intento era quello di dare rilievo al vostro dialetto e alla grande volonta`, determinazione e abnegazione sul lavoro, dei tanti contadini e imprenditori agricoli arrivati dalla Sicilia, che hanno saputo valorizzare le nostre terre incolte.
La mentalita` – all’ epoca – era la stessa, piu` o meno, per tutti gli isolani, Siciliani e Sardi.
Grazie per il tuo contributo a questa storia e buona domenica.
Certamente. Ma la parte forte della storia è il fatto che una madre ha sofferto per tutta la vita a causa del volere di suo padre perché “funzionava così”.
Che bella questa biografia che mi ha fatto sentire dentro a un racconto del Verga. Una donna apparentemente ‘tutta d’un pezzo’, ma così fragile nella sua femminilità e maternità. Quanto è vero che lo siamo. Quei due lati che ci fanno crollare la nostra bella impalcatura. Brava Maria Luisa, come sempre. Questa volta ancora di più. La tua Tanina è una donna cui penserò spesso.
Ciao Cristiana, grazie per queste tue bellissime parole. A onor del vero, devo confessarti che alcuni particolari ho cercato di immaginarli, essendo Tanina una donna che non ho mai conosciuto direttamente. Mi sono fidata, in parte, di chi la conosceva e per il resto mi sono servita del nostro comune, incorregibile vizio, di immaginare il non detto.
Incorreggibile
“si incipriava il viso; un tocco di rossetto rosa pallido sulle labbra e una goccia di Zagara dietro i lobi delle orecchie. Gonna lunga; camicetta bianca o beige; scialle nero, ricamato, sulle spalle; fazzoletto in testa e rosario in tasca”
Sembra proprio di vederla❤️
Erano tante le donne che in quegli anni usavano quel luck. In Sardegna lo scialle, piu` o meno semplice; oppure ricco, con le frange e i ricami fatti a mano, con fili di seta, era un indumento femminile che sostuiva la giacca, o il cardigan di lana o il cappotto.
loock
C’è poco da fare, le tue storie riescono a descrivere angoli di paesaggi rurali quasi pittorici, suoni di passi la mattina presto con quel sole appena nato di un bellissimo rosa e arancio, la sensazione del bagnato delle dita immerse nell’acquasantiera per poter fare il segno della croce rivolti all’altare, la devozione di una madre per il figlio tanto amato, ma mai abbracciato. Oh, queste tue parole sono vere e proprie carezze e io, che non ci sono abituato, mi commuovo languidamente. Grazie Emme.
Grazie Emi, quanto sai essere dolce con le tue parole. Oggi, nonostante il cielo sia grigio, sento il tepore della primavera, mi par di vedere il colore dei mandorli in fiore, un sentore di zagare nell’ aria e tanta luce intorno a me. Sara` la gioia delle vostre e di queste tue parole o sara` un’ allucinazione? 😉
Grazie, un abbraccio.
Hai descritto con una precisione inquietante molte donne anziane che ho conosciuto. Non dico che la storia assomigli a quella di persone della mia famiglia, non sarebbe vero (a quanto ne so io) ma decisamente mi sono sentito come una sorta di nipote della signora Tanina, per motivi tutti miei.
La storia di Paullu (Paolino… indovina come si chiama mio figlio?) è commovente e la sorpresa finale, per me, è stata piacevolissima pur nella tristezza del racconto. Grazie!
Ciao Giancarlo, i tuoi commenti sono sempre tra i piu` graditi, in questo caso anche tra i piu` necessari, come riscontro, da parte di un rispettabile autore – su questa piattaforma anche autorevole -, e siciliano.
I nomi o i cognomi del racconto sono quasi tutti modificati. Il nome Paullu e` un modesto omaggio a Grazia Deledda, al suo romanzo “La madre”: uno dei pochi libri che ho riletto tante volte. Il protagonista della storia, ambientata in un piccolo borgo vicino a Nuoro, si chiamava, anche lui, don Paulu.
Devo confessare che il modo in cui hai scritto di Tanina all’inizio del racconto mi ha fatto pensare ad una di quelle nobili signore che tanto spopolano oggigiorno nelle serie turche o spagnole in onda all’ora di pranzo.
Però, poi, è uscito fuori il ritratto di una donna completamente diversa, soggiogata da giovane da un padre autoritario e che, per questo motivo, tanto ha sofferto nella sua vita.
Mi è parso di capire che il parroco, don Paullu, sia, dunque, suo figlio (e attendo una tua conferma in merito). In ogni caso, è una storia davvero molto bella, per certi versi anche tenera, e con una certa vena di tristezza nel finale.
Si`, esatto: Paolo, il figlio abbandonato, dopo gli studi in seminario, e` diventato don Paullu. La signorina Tanina, lo ha sempre seguito, inizialmente a distanza e poi piu` da vicino, come donna cristiana, assidua praticante e benefattrice, grazie alle sue ricchezze materiali.
Una storia che potrebbe essere inclusa in una serie intitolata “Anche i ricchi piangono”.
La fortuna di Tanina, che ha ridato senso e accresciuto la sua voglia di vivere, e` stato il ritorno e quindi la vicinanza dell suo amato figlio.
Cara M. (aria o aestra?) Luisa leggerti è per me delizioso. Avendo origini siciliane e ricordando me bambino in quel di Rosolini (Siracusa) mi fai tornare alla mente certe vispe vecchiette (mia nonna lo era) con lo scialle nero e i capelli raccolti nel fazzoletto, devotissime al signore ma con la lingua tagliente e poco inclini al perdono. Il tuo ritratto della Signorina Tanina mi fa sentire le due gocce di profumo dietro le orecchie e sui polsi e l’acuto odore della naftalina dello scialle. Ti ringrazio per tanta bellezza. Un abbraccio.
Ciao Giuseppe, grazie 🙏. Un commento molto lusinghiero, doppiamente gratificante, soprattutto se ho suscitato ricordi piacevoli, attraverso il ritratto che, da “pittrice” dilettante, ho cercato di abbozzare.
La naftalina che usava anche mia madre, per alcuni indumenti da conservare a lungo nel modesto guardaroba a due ante, e soprattutto per la biancheria, e` un elemento che hai fatto bene a ricordare. Ti ringrazio, lo terro` presente per qualche altro episodio ancora da scrivere.
Un abbraccio.
Ciao Maria Luisa, riesci davvero a modellarle e dar loro vita, queste figure di centenari. Questa signorina Tomasi Tanina, poi, mi piace particolarmente. Profondamente sarda, la si potrebbe immaginare pure in Sicilia, protagonista di una novella di Verga. Insomma, hai tirato fuori dal suo ritratto, una ‘Taninità’ che travalica lo spazio ed il tempo. Brava.
Grazie Nyam 🙏. Le tue parole mi emozionano, soprattutto il paragone importante, di genere, con un grande della letteratura, che e` stato maestro e motivo di ispirazione per tanti della mia generazione.
Scrivere un racconto o un romanzo che possa restare valido, in epoche diverse, travalicando tempo e spazio e diventando un classico della narrativa, e` quanto di meglio potrebbe augurarsi ogni aspirante scrittore o scrittrice, credo.
Un abbraccio.
questa signora Tanina l’hai proprio scolpita nel legno di una sughera, se mi passi l’immagine. E i termini in lingua che hai disseminato qua e là ci stanno proprio bene. Una Sardegna quasi feudale per una figura di privilegiata che soggiace alle condizioni stesse del suo privilegio rinunciando a un figlio, pur continuando ad amarlo e ad averne cura per tutta la vita. Luce e buio insieme e quella bara sotto il letto a rammentare il destino. Brava M. Luisa, e grazie.
Grazie di cuore a te, Francesca, se la signorina Tanina, con la sua forza e sue debolezze umane, ti ha reso in qualche modo partecipe delle sue altalenanti vicende di vita, posso considerare, piu` o meno riuscito, l’ intento di dare un soffio vitale a questo ritratto di donna d’ altri tempi.