La storia del Re triste. Il rientro
Serie: Sicilia
- Episodio 1: I vasi delle teste di moro
- Episodio 2: Le storie di zu Pippinu
- Episodio 3: La vecchia dell’aceto
- Episodio 4: Le sette fate
- Episodio 5: Le sette fate – la città si riunisce
- Episodio 6: Le sette fate- Non si preoccupi Capitano, non è un problema
- Episodio 7: La storia del Re triste
- Episodio 8: Il castello incantato
- Episodio 9: La storia del Re triste. Il rientro
- Episodio 10: Al convento dei cappuccini
- Episodio 1: Al convento dei cappuccini- parte finale
- Episodio 2: San Giorgiu
- Episodio 3: Una fimmina valorosa
- Episodio 4: Una fimmina valorosa. Il riscatto
- Episodio 5: La matri di San Pietru
- Episodio 6: San Pietru aiuta la matri
- Episodio 7: Il giorno del matrimonio
- Episodio 8: L’Attesa
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Proseguendo per il suo cammino, si accorse che proprio di fronte a lui stava assittatu un puvirazzu.
La jurnata non era delle più belle, cadeva un pò d’acqua, c’era friddu e umidità. Chistu cristianu era tutto scorcu di fangu, avìa la facci scura, sporca, sembrava che era uscito da sottoterra. Le mani erunu la parti ca feci più impressioni al Re. Quel puvirazzu avìa tre dita per ogni manu. Iddu si avvicinau di più per assicurarsi che avìa vistu beni. Sì, erunu in tuttu sei dita. Dalla parte dove doveva stari l’unghia, era così sporca da non capire se c’erunu le unghie, oppuri era tutto dito.
L’uomo lo fissava. Poi, calando gli occhi per terra, si misi a cantari, forti. Il Re nun capìa, era sporco, puvirazzu, ci mancavano le dita, e chistu che facìa? Cantata, mangiava e cantava.
«Come mai canti? Tu che sei sporco e senza niente, perché canti?»
«Oh signuri, iu cantu picchì la mia jurnata è andata beni. Ho lavorato, sto mangiando e quindi sono felici e cuntentu. Comu si dici? Ognunu godi di lu statu in cui si trova. Non è accussì?»
Il Re lo taliò stranitu. Fici dondolari un pò la testa, nun sappi rispondiri e si alluntanò cambiando strada.
Mentri ca si allontanava, ogni tantu si girava per vidiri quell’uomo che ancora cantava tuttu allegro.
Si trovò davanti, pochi metri più avanti, un autru cristianu.
Chistu appena lo vide tese la mano per l’elemosina.
«Ma dico io, ma non ti vergogni a vivere così, come fai a guardarti quando fai sta vita? Sempri alla ricerca di un gestu di carità. Ma non lo vedi che mondo c’è qua attorno a te?»
«Certu ca lu so. Vidissi, a mia Diu mi dissi, tu devi portare questa croci, quella della povertà e devi cercari per sempri l’elemosina, e iu, faccio questo, obbedisco a Diu. Picchì lei non lo fa? Per la serenità, caru signuruzzu, ognunu devi portari a propria croci con paci, per questo non mi butto a mari, picchì ho accittatu u comando di Diu.»
Il Re, stava impazzendu.
Comu potevunu quelle stracci di personi essiri così contenti e saggi? Iu, si dicìa, sono tutto, ricchezza, bellezza e saggezza e soffro, e iddi, sunu povertà, bruttizza e ignoranza, inveci? Inveci sono migliori di me?
Dondolò ancora di più la testa e si allontanò.
Camminando camminando, arrivò in un paesino. Vidi ca c’erunu tante personi che erunu ammassati l’unu con l’autru, iddu si avvicinò e vidi ca al centro di quello schiamazzo stava un uomo a cui tutti ci dicevunu mali paroli, cosi, ragazzu miu, irripetibili. Era con la testa fra le mani e subìa, oltre alle mali paroli, pure delle pedate, degli spintoni, qualche sputu. Chissà cosa avìa combinatu quello là.
Quannu tutti lo lasciarono li per terra, il Re lo vide alzarsi, darsi una scrollata, passò la sua mano in tutti i suoi abiti, si rimise a posto, come ad aggiustari tutte le ossa, e lo vide allontanarsi con serenità da quel posto.
Iddu, il Re, lo seguì. Vulìa sapiri dove andava quell’uomo. Lo avìa incuriosito. Lo vide entrare, da lì a pochi minuti, una traversa e poi dentro una casa. Prima ca entrasse il Re si accorse che dui picciriddi fimmini correvano verso l’uomo. Lo abbracciarono. Iddu le baciò. Rideva. Era felici.
Il Re non ce la feci. Si avvicinò a quell’uomo e disse
«Mi scusi, ho visto poco fa come l’hanno trattato quelli là, le hanno anchi sputato. Ma comu fa ad essere sereno, non è arrabbiato ?»
«Quei signori hanno ragioni da vendiri. Iu sono debitori di tanti personi. Ma chi faccio? Mi ammazzo? No. Scappo? No. Sono nei guai? Sì. Vedo di fari il possibile per sanari i ma debiti e no frattiempu che faccio? Piango? No. Rido e mi godo la famiglia e la vita.
Cent’anni di malinconia non possono pagari mancu un grammo de ma debiti! Campu questi autri quattru jorna in paci.»
Il Re, stordito da tutti quegli incontri, decisi di tornare indietro, ne avìa abbastanza. Tutta quella genti ci avìa insegnato tantu. Iddu era il Re triste e ora avìa tutto in regola per prendiri a malinconia e buttarla via.
Serie: Sicilia
- Episodio 1: I vasi delle teste di moro
- Episodio 2: Le storie di zu Pippinu
- Episodio 3: La vecchia dell’aceto
- Episodio 4: Le sette fate
- Episodio 5: Le sette fate – la città si riunisce
- Episodio 6: Le sette fate- Non si preoccupi Capitano, non è un problema
- Episodio 7: La storia del Re triste
- Episodio 8: Il castello incantato
- Episodio 9: La storia del Re triste. Il rientro
- Episodio 10: Al convento dei cappuccini
Il tuo dialetto è sempre piacevolissimo, rende l’atmosfera della fiaba alla perfezione. Bellissimo il finale. Un senso di serenità nel lasciar andare.
Grazie Dea, mi piace trasmettere le emozioni anche attraverso dei dialoghi “originali”. Credo dia qualcosa in più.
La serenità che meriteremmo tutti. Ciao
Che dolce fiaba. C’è la giusta accettazione della vita, che non è rassegnazione passiva ma uno sguardo con prospettiva diversa. Grazie Nino!
Grazie a te Giuseppe ciao
Basterebbe guardarsi intorno, come ha fatto il Re, per imparare tanto. Anche a me è capitato, in passato, di incontrare persone con problemi seri (non come i miei) che, nonostante ciò, vivevano serenamente. Complimenti per il messaggio che hai comunicato.
Ciao Arianna. ci sono storie, nate con questo precisio intento, che ci fanno riflettere, e non le incontriamo, tutti siamo in un vortice di problemi che, secondo noi, prendono di mira esclusivamente la nostra serenità, distruggendo oltre noi stessi anche dei rapporti. Grazie Arianna ciao
Posso essere sincera: dopo essermi goduta anche questo racconto, sono rimasta un poco spiazzata dalla conclusione, che mi è sembrata un pochino sbrigativa. C’è forse un motivo preciso per una chiusura così veloce. Detto questo, il tuo siciliano è bello quanto quello di Camilleri, quindi immagino che anche a te abbia richiesto un grosso lavoro. Grazie, perché per me lettrice è una delizia.
Ciao Francesca, comincio col ringraziarti per un paragone che mi lusinga ma mi terrorizza. Camilleri ne abbiamo avuto uno. Con questo non voglio dire che scimmiotto il grande scrittore, no, il mio siciliano, fra le alt cose senza termini inventati così come faceva lui, lo trovo colloquiale e “vero”. Per quanto riguarda la sincerità nei commenti così deve essere, se non c’è una sana critica a che servono? Ho chiuso il racconto, e hai ragione, un po’ frettolosamente per due motivi. Le fiabe chiudono in questo modo repentino e mi piaceva sottolineare il fatto si trattasse di un racconto fiabesco e poi l’incubo delle mille parole, a volte stringo tanto per evitare di fare qualche altro episodio e questo un po’ penalizza. Comunque grazie Francesca, il tuo commento mi è stato davvero di aiuto.
1-Hai ragione, ho dimenticato questa caratteristica delle fiabe;
2-il tuo dialetto è sicuramente più vero e dolce all’orecchio, forse è lo stacco tra poliziotto e cantastorie?
3-adesso devo fare conoscenza con le fate.
Grazie Francesca, cercherò di mettermi a pari anche con te e scusami se non ho fatto nulla. Gli spruzzi di siciliano che uso sono, come ti dicevo, veri. Ti non ci crederai ma a volte leggere Camilleri, è forse perché proprio siciliano, mi dà un po’ di difficoltà, proprio per i termini usati e inventati o storpiati. Comunque grazie Francesca per il tuo supporto
“ora avìa tutto in regola per prendiri a malinconia e buttarla via.”
Un bellissimo insegnamento come del resto è bello questo tuo modo di raccontare le sfortune della vita come se fossero la migliore condizione di cui godere. Non mi pare sia rassegnazione, quanto piuttosto l’accettazione serena di ciò che si ha e di quello che invece non si è e non si possiede. Un esempio per il Re triste e soprattutto per noi eterni insoddisfatti. Bravissimo.
Ciao Cristiana, grazie per il tuo commento sempre gradito. Certe volte non ci accorgiamo di quanto abbiamo, di quante cose accanto a noi, anche persone, sono la nostra ricchezza… e noi? Ci lamentiamo. Il Re ha capito, dovremmo farlo tutti.