La zanzara – Parte 2

Serie: Pane e sabbia


Osservo la zanzara, la tengo d’occhio. Per qualche istante, la puttana si nasconde dietro il boiler dell’acqua calda, dove io non posso vederla. Sussurro: scendi, vieni qui, puttana che non sei altro. E se si posa e mi fa perdere troppo tempo, allora strappo un pezzo di carta igienica oppure brandisco l’asciugamano e lo tiro o lo sbatto con violenza per creare uno spostamento d’aria, una piccola onda d’urto, così da costringere quella puttana succhia sangue a tornare nel mio campo visivo. Se qualcuno dovesse scoprirmi in quel momento mi scambierebbe per un idiota, è chiaro, ma la verità è che mentre le persone si rassegnano al ronzio notturno accanto alle loro orecchie e al prurito del giorno dopo, io non mi rassegno, anzi mi incazzo, mi incaponisco finché non vedo la zanzara contorcersi sulle piastrelle fredde del bagno o sul tappeto fiorato. È un’ossessione, la mia, me ne rendo conto, e credo che sia sorta durante la tenera età, quando un’estate sì e l’altra pure mi portavano in ospedale perché le zanzare mi prendevano d’assalto e io sembravo avere il morbillo per quante bollicine rosse ricoprivano la mia pelle.

Dicevo, resto in attesa. Quando finalmente la puttana decide di spiccare il volo, il ronzio che avvolge la stanza mi raggiunge direttamente i timpani, mi dà i brividi come le unghie sulla lavagna o come quando la professoressa utilizzava il gesso nuovo, appena tirato fuori dalla scatola. La zanzara si affanna per cercare una via d’uscita e non la trova. È in trappola. Sa che io sono lì solo per porre fine alla sua vita e quindi alle mie sofferenze. Lo sa, come sanno di essere l’animale più letale al mondo. Le persone hanno paura degli squali, dei leoni, dei serpenti velenosi, dei ragni, quando è proprio questa insulsa minuscola assassina che dovrebbero temere davvero. La cosa strana è che io non ho paura di loro in quanto animali letali, che portano malattie terribili. Io non ho nemmeno paura. La mia è una furia cieca. Perché io, e tutti ne sono testimoni, voglio addormentarmi con il silenzio. Niente televisioni, niente radio, nessun vociare, niente zanzare. Ma la cosa che detesto di più, ovviamente, è il prurito. Perché passi che tu – ora parlo proprio con te, figlia del diavolo – debba succhiarmi il sangue per sopravvivere e nutrire le tue uova, succhiami pure il sangue due o tre volte al giorno, ma che tu debba inocularmi una sostanza urticante sottopelle allora no, col cazzo. Oltre il danno la beffa.

Ora la zanzara zigzaga verso di me, è esausta di scappare. Protendo lentamente le mani verso di lei, come per avvilupparla con i palmi, e quando ritengo che sia il momento giusto, applaudo una volta o due. La prima non è mai quella buona. Quindi la succhia sangue decolla di nuovo, più fastidiosa che mai, perché ha avvertito il pericolo da vicino. Si allontana, ridiscende. Si appoggia accanto allo stipite della porta. E io immagino i miei nonni, il giorno in cui comprarono questa casa e pensarono a verniciare le pareti. Immagino mia nonna che dice: perché non coloriamo d’azzurro? E mio nonno, deciso e lungimirante: no, altrimenti non vediamo le zanzare. Le zanzare sulle pareti bianche risaltano.

Clap.

Non sono sicuro di riuscire a descrivere la sensazione che sento quando schiaccio una zanzara. Ci provo. È come quando ti svegli presto, durante l’estate, e sei assetato. Bevi un bicchiere, poi due, tre, quattro, cinque. Poi esci di casa e sai che camminerai tutta la mattina, che gli impegni che sopraggiungono non ti permetteranno di pensare ad altro. Ad un certo punto, mettiamo che stai aspettando il tuo turno in posta. Gli operatori si stanno occupando del numero 15, tu hai il 32. Cominci a sentire la vescica che si restringe, le gambe che vogliono prendersi spazio, andare di qua e di là, perché sai che se rimarrai seduto e fermo allora continuerai a pensare allo stimolo di urinare. Stremato, dopo una buona ora e mezza, arriva il tuo turno e allo sportello ti capita l’impiegato più lento del mondo, che se ci fossero le olimpiadi della lentezza lui vincerebbe la medaglia d’oro; che se tutti un giorno dovessimo trasformarci in animali, lui sarebbe un bradipo. Tu preghi – anche se non credi in alcun dio – lo maledici, lo esorti a darsi una mossa con lo sguardo, inventi scuse del tipo mi scade il parchimetro, cadi così in basso che inventi un’emergenza, ma lui proprio non ne vuole sapere di fare in fretta. Per grazia divina conclude le operazioni, e tu fuggi come se avessi dimenticato tuo figlio sul passeggino in mezzo all’autostrada. Corri, corri come un centometrista. Per fortuna casa tua non è poi così lontana e credi di farcela a non fartela nei pantaloni. Cominci a rimpiangere i momenti che non ricordi, quelli in cui eri piccolo e portavi il pannolino, e pensi almeno avrei potuto farmela addosso senza vergognarmene. In auto, per strada, rischi di morire. Salti gli stop, bruci le precedenze, ti fermi solo al semaforo rosso. Speri che non si avvicini il mendicante di turno, per il quale solitamente provi affetto anche se non sganci una lira, perché altrimenti gli sfasci il cric in faccia. Non sai perché, ma lo faresti. Arrivi davanti al portone di casa e la fretta, si sa, è nemica della fortuna. Sembra che il mazzo di chiavi sappia quando hai fretta e sostituisca la chiave che ti serve con un’altra, ne cambi la forma e la posizione. E tu bestemmi. No, non è questa. No, questa neanche. Ma dov’è? Da quando ho tutte queste chiavi? A che mi servono, poi? E alla fine la trovi, apri la porta, sali le scale o prendi l’ascensore. Entri in casa lanciando le chiavi che ti hanno fatto perdere tempo sul tavolo, che scivolano e cadono a terra; sfondi la porta del bagno, ti abbassi pantaloni e mutande e pisci.

Ecco, schiacciare una zanzara provoca quel sospiro di sollievo misto a piacere, quasi orgasmico, che ti ricorda che nella vita ci sono attimi di assoluto rilassamento.

Dopo aver sprecato un buon quarto d’ora, torno a sdraiarmi sul letto. Apro il libro, mi rimetto a leggere. Passano venti, trenta secondi. Nemmeno il tempo di immergermi nella storia e subito il ronzio torna a disturbarmi. Penso: non ci posso credere, un’altra? E allora sbuffo come un toro, scatto in piedi. Sono teso e in affanno dalla rabbia. Dove?, penso, dove sei?, dove cazzo sei? Ora, se potessi sdoppiarmi e guardarmi, vedrei superare la soglia della ridicolaggine e raggiungere i massimi storici. Immagino di sottofondo la musica dei film di Stanlio e Olio, con tanto di filtro in bianco e nero, i movimenti accelerati e patetici. Questa volta però, seppure io mi ostini a cercare l’origine del ronzio, non c’è traccia di zanzare. E se fosse tutto nella mia testa? Inizio a filosofare, a cercare simbologie nascoste, metafore. Il ronzio della zanzara ormai è così penetrato in me come un’ossessione da essere presente anche quando non vi sono indizi. Malgrado gli sforzi, nonostante io uccida zanzare ogni giorno e ne ricavi sollievo, alla fine la zanzara vive nelle mie orecchie, punge e succhia quando abbasso la guardia. Per quanto tempo io possa investire per sterminare le zanzare che infestano la mia stanza, alla fine una rimarrà fuori dal mio campo visivo, salterà fuori quando il mio respiro sarà regolare e sarò in piena fase REM. Quindi non mi resta da fare altro che rassegnarmi.

Continuo a leggere. La storia mi coinvolge e di colpo smetto di sentire il ronzio. La zanzara o si è posata o non è mai esistita davvero. Quando poi si fa tardi, allora spengo la luce, chiudo gli occhi, mi giro su un fianco, cerco il lato fresco del cuscino e del materasso, respiro a pieni polmoni e provo ad addormentarmi. Ma lui, il ronzio, torna. E penso che il ronzio non sia un ronzio, bensì un brusio prodotto da qualcos’altro. Forse non è una zanzara, forse sono io che sto perdendo la testa. Magari è lo scaldabagno, il frigorifero, la televisione che ha più anni di Cristo, oppure – colpo di scena – sono proprio io. La cosa divertente è che dopo tanti anni, durante le quali ogni sera mi ritrovo a dover cacciare le zanzare, mia nonna ha sempre spruzzato repellenti per insetti, comprese le zanzare. La cosa tragica è che, dopo tanti anni, questa mia ossessione non si è affievolita, anzi si è consolidata e alimentata.

Accade che ogni sera mi sdrai nel letto e per un secondo non senta il ronzio della zanzara. Allora il mio cuore si illumina di speranza, sorrido come farebbe un uomo che ha risolto tutti i suoi problemi. Accade che nell’istante preciso in cui realizzo di essere salvo, la zanzara effettivamente non c’è. Ma poi l’indomani mi sveglio.

E mi gratto.

Serie: Pane e sabbia


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Discussioni

  1. Ciao Simone,
    questa tua storia in due parti mi ha coinvolta fin dalle prime righe. Sei stato abile nel descrivere tutte le sensazioni provocate da questa guerra senza margine di vittoria 😀
    Mi hai rallegrato la giornata e ora sono pronta e pimpante per affrontare ogni belva ostacoli il mio cammino.

    1. Ciao Micol,
      ti ringrazio molto per aver letto e commentato il mio racconto. Sono felice che ti abbia divertito e che ti abbia rallegrato. Grazie mille anche per i complimenti, fanno sempre piacere.

  2. “Immagino mia nonna che dice: perché non coloriamo d’azzurro? E mio nonno, deciso e lungimirante: no, altrimenti non vediamo le zanzare. Le zanzare sulle pareti bianche risaltano.”
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