L’amore è quello che faccio 

Serie: Fino all'ultima paura #2stagione

Novembre 2016

Bergamo

Mi parla con la sua voce bassa e adesso così inaspettata, i bambini nel doposcuola giocano a pallone, nel mio piccolo balconcino di cemento vorrei spegnere le loro voci come si spegne il televisore.

L’aria calda sfiora la mia guancia come un camino con la brace appena assopita.

“Ciao, sono io.”

“Strano, non pensavo mi avresti chiamato.”

Intanto la sigaretta si spegne fra le dita, la cenere attenua di grigio il mio smalto viola.

“Avevo voglia di sentirti.”

“Cosa vuoi?”

“Vederti.”

Le maestre sono sempre basse, non so perché, ma ora che corrono appresso ai quei bambini dispettosi, sembrano grasse api impazziti in cerca di carne in cui far penetrare il loro pungiglione di frustrazione.

“Sono troppo impegnata.”

“Per via di quel ragazzo, lo stupratore.”

“Non posso confrontarmi con te su questo.”

Sento la campanella del rientro a scuola, chissà quante mamme adesso stanno contando le ore di libertà rimaste a disposizione, prima di rientrare nella loro galera famigliare.

“Vedremo, comunque mi basta vederti.”

“Non faremo l’amore.”

“Tu non lo fai mai.”

Ha ragione, ma ribadirlo ha poco senso.

“Dopo tutto questo tempo…”

“Perché no?”

Se fossi un imputato da interrogare, avrei già decretato la sconfitta della difesa.

“Domani sera, al solito posto.”

La telefonata è finita insieme alla sigaretta e alla pausa dei bambini, come io tempo fa ho smesso di amare, perché se c’è una cosa che io non faccio, nella mia vita, è proprio l’amore.

Novembre 2016

Lucca

Lorenzo vuole andare al mare, è una giornata da spiaggia, di quelle in cui il sole si allinea con la macchina fotografica e il sale dei Margarita fanno da richiamo ai bordi della salsedine sulla spiaggia liscia.

Quel mare lo guarda tutti i giorni da casa mia, quando si sveglia, giocoso come un bambino, e mi propone un altro giorno di festa.

Casa mia intanto si svuota per chissà quale altra destinazione, i mobili si ammasso su di loro, i mobili si svuotano, i quadri si coprono di teli bianchi e inespressivi, i tappetti arrotolati come grossi tronchetti della felicità, mentre io, mesta e spaesata, guardo la mia vita ovattata dall’inconsapevolezza di cosa fare.

“Giapponese stasera oppure ostriche e champagne?”

Ma io, che mi ferisco ogni volta che un oggetto perde la sua posizione, sono stanca di rose rosse e cene romantiche nascoste da un’ormai platonica amicizia, è una sera che avrei voglia di spaghetti cinesi fatti da me e ogni cosa di casa mia al suo posto e i piedi di me e Giacomo intrecciati sotto le lenzuola, è una sera che vorrei anche sapere come sta Fabrizio, una sera in cui ho capito di aver perso Lorenzo, almeno per quello che rappresenta per me e che non so come dirglielo.

“No, stasera no. Grazie.”

“Allora, andiamo in spiaggia?”

Un pomeriggio di novembre che sembra estate e ancora poche ore di luce prima che si spenga mentre la mia voglia di silenzio supera qualsiasi tipo di rumore frapposto fra me e il mondo esterno.

Il mio cellulare invece riesce ad essere più forte del mio mutismo e allora rispondo, mi allontano da Lorenzo e il cuore, come ricomposto da un ingranaggio rotto, torna a battere velocemente.

“Ciao, sono io.”

“Non pensavo mi avresti chiamato.”

Sento i passi di Lorenzo avvicinarsi alle scale per origliare, la mia voce si fa sottile e delicata, come solo con lui può essere.

“Avevo voglia di sentirti.”

“Cosa vuoi?”

“Vederti.”

Ho sempre pensato che le emozioni più potenti siano quelle illogiche dei primi vent’anni, ma adesso, che ogni parte della mia situazione mi sta chiedendo il conto altissimo di una maturità estrema, con lui dall’altra parte del telefono, ho solo voglia di essere leggera e sciocca, innocente e maliziosa insieme, come solo da giovani si può essere.

“Sono impegnata.”

“Per via di un ragazzo?”

“Non voglio confrontarmi con te su questo.”

La voce di Lorenzo mi chiama, sicuramente apposta, per far capire la sua presenza, come se, con chissà quale super potere, abbia deciso di rispondere per me alla domanda appena posta.

“Mi basta vederti.”

“Non faremo l’amore.”

“Tu lo fai sempre.”

Le sue parole nitide e placide colpiscono la mia ragione e adesso, la nostra distanza, sembra davvero non avere senso.

“Dopo tutto quello che…”

“Perché no?”

Se fossi ancora l’adolescente che sono stata con Davide, avrei già decretato il solenne decreto di innamoramento.

“Domani sera, al solito posto.”

Lui ride di gusto, come uno sbuffo dopo una lunga corsa.

“Non abbiamo più un solito posto.”

“Lo abbiamo mai avuto?”

“Forse no.”

“Vengo io?”

“No.”

Un no troppo secco e deciso, ambivalente e fraintendibile che ha rovinato quel gusto dolce fra me e lui, ma adesso che la mia casa non è più completa e Lorenzo verrebbe ferito dal mio minimo gesto nei confronti di un uomo, è essenziale che a raggiungerlo sia io.

“E allora?”

“Da te.

“Come l’ultima volta?”

“Come l’ultima volta.”

La telefonata è finita, insieme alla vaga volontà di riuscire, almeno ogni tanto, a sfuggire dai propri sentimenti, come tempo fa ho smesso di sfuggirci io, perché se non c’è una cosa che io non faccio, nella mia vita, è proprio l’amore.

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Riaggancio il telefono con il suono della sua voce ancora nella testa, una voce difficile da assimilare perché i rimandi al passato sono troppi, forse ancor di più lo sono ai miei errori, guardo mia madre in modo tenero, dice di essere sempre a dieta ma per la cena di stasera sta armeggiando, con non poca difficoltà, con una padella piccola e quattro hamburger troppo grossi per riuscire a cuocerli tutti.

Sulle tovaglia con le ortensie ha sparso maionese e ketchup in bustine piccole, come se fossimo realmente in un fast food e la mia vita, a parte la lunga parentesi con Beatrice, mi rendo conto che non è mai cambiata.

Sono felice di aver ritrovato tutto ciò per cui ho lasciato la mia vita con Beatrice, ma quel tutto era riuscito ad essere un niente quando stavo con lei, quando era lei ad esser tutto e comunque non è bastato, e dietro le sicurezze che sono mia madre e le mie abitudini immutate, mi sento inevitabilmente vuoto e incompleto, senza mai pace.

Addento il pane con il sesamo a morsi profondi e grossi, ho fame e mangio come se ancora potessi riappropriarmi del sapore di Beatrice.

Mia madre mi guarda torva, con quella sua aria da falsa perfettina.

“Giacomo per favore, stiamo per andare a tavola.”

Nulla in confronto alle regole che avevo con Beatrice, per lei la tavola diventava un rito di intimità e rispetto altissimo, e se all’inizio ero decisamente inesperto, dopo, quei momenti non erano più un peso, sapevo essere la naturalezza di noi, lei che rendeva uguali, seppur distanti, momenti di cene con i sottopiatti d’argento e di spaghetti cinesi mangiati nel lettone, Beatrice sapeva essere una moltitudine di vita che spesso spaventa, ma che anche, aveva saputo farmi innamorare ogni giorno.

“Dai mà, tanto stiamo per mangiare ora.”

Lei mi guarda contratta, so che avermi tolto dalle braccia di Beatrice è una grande vittoria e la paura di ritornarle accanto, è un dubbio che deve continuamente mettere a tacere.

“Era lei al telefono?”

Ed è inutile dare un nome a quel lei, perché nei miei trent’anni di vita, Beatrice è stata la mia unica lei.

“Buon appetito, mamma.”

E infine, il rumore delle posate e delle mandibole scrocchianti, sostituisce qualsiasi domanda.

Lei, l’unica lei, perché con Beatrice, ovunque sia, l’amore è quello che faccio.

Novembre 2016

Bergamo

Tracciare gli spostamenti dei sospettati è un lavoro che mi ha sempre appassionato, centinaia di strade sparse per piccoli luoghi nel vasto mondo e ognuno di noi non potrà mai percorrerle tutte, alla fine, le strade quotidiane della nostra vita, si tramutano ad angoli ristretti e precisi di qualche mappa seminata per l’universo, ed è per questo che quando un sospettato cambia tragitto abituale, dobbiamo scoprire perché e collegarlo alla via, fisica e psicologica, che lo ha portato alla sua vittima.

Gli spostamenti di Batini sembrano relativamente banali, quasi tutto il suo tempo come giardiniere in comunità e poi sale giochi, giardinetti, luna park e un’infinità di fast food sottomarca, centri commerciali e negozi di videogiochi, tutti posti in cui incontrare e osservare ragazzini e bambini.

“Commissario!”

Sposto gli occhi dal PC, irritato.

“De Biase, non si bussa più?”

“Mi scusi.”

Gli occhi da vittima gli ha imparati bene.

“Dai entra, sono solo nervoso. Che c’è?”

“Si tratta di Batini.”

“Eh?”

“Vuole fare una confessione.”

“Cosa?”

Luca mi guarda, incredulo quanto me.

“Caterina è già arrivata?”

“No, a proposito, hai fatto quelle due chiamate?”

“Solo una delle due.”

“Spero tu abbia fatto quella giusta.”

“Lo spero anche io.”

Con lei l’amore è quello che faccio, ma questo a Luca non lo dico, tutti e due recuperiamo le pistole e chiudiamo nel cassetto, a due mandate, ogni tipo di nostro amore.

La pattuglia che ci porterà da Batini è già arrivata, chissà quale amore ha portato lui ad amare Ylenia in un modo così sbagliato. 

Serie: Fino all'ultima paura #2stagione
  • Episodio 1: Sentimenti sospesi 
  • Episodio 2: La paura del presente 
  • Episodio 3: Operazione aperitivo fuori al via  
  • Episodio 4: La giusta decisione
  • Episodio 5: La condizione delle certezze 
  • Episodio 6: Il dolore di essere persone diverse  
  • Episodio 7: L’amore è quello che faccio 
  • Episodio 8: L’intromissione delle risposte 
  • Episodio 9: Il bene è alla luce della luna 
  • Episodio 10: Armi visibili
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