L’assassinio di Antonio Esposito detto Totòrello

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Il commissario Nestore Facchi si preoccupa di eliminare ogni alone dalle lenti degli occhiali. Li inforca. Rivolge la propria attenzione alla donna seduta al di là del tavolo di metallo. La scruta.

«Vediamo di continuare, signorina Romano. Lei afferma di aver assistito all’omicidio di Antonio Esposito detto Totòrello, eppure non sa dirmi il nome dell’assassino.»

«Commissà, che amma fa? Accussì è.»

Facchi sospira. Socchiude gli occhi. Controlla ogni minimo cambio di espressione della donna.

«Mi perdoni se le chiedo di esprimersi in un linguaggio che io possa comprendere. Provi a mettersi nei miei panni.»

Annunziata Romano sputacchia una risatina roca. «Si metta lei int’e’ mieì! Quindici anni a pulire o culo del dottò.» Tossisce.

«Vuole un bicchiere d’acqua?»

«Avit nu’ bourbòn? Immagìn e’ no. Vàbbuò, song a posto.»

Il commissario stringe i pugni. Ingoia la saliva che gli impasta la bocca. Non tocca un goccio d’alcol da un mese. Non ha perso i chili di troppo che lo appesantiscono. A ogni buon proposito, il suo tempo.

«Ok, provi a raccontarmi qualcosa.»

La donna scivola a destra. Aggiusta un po’ verso sinistra. Annuisce soddisfatta per la posizione conquistata.

«Fatica’ pe o’ dottò Esposìt nun è maje stato facile. Ritt tra noì, cinque o sei annì fa ha cominciàt a nun funzionàrgl cchiu’ tantu bene; roba ca’ nimmanco e’ pastiglie facivàn effètt.»

«Intende che era diventato impotente?»

«E ma a’ voglia nun l’ ha maje persa, no signore! Ognì sera na’ femmena diversa, il maiale! Giun e belle guaglione. Cu tuttì e’ renari ca’ teneva.»

Facchi pensa che in quella stanza la temperatura sia al limite del sopportabile. Il sudore gli imbratta la fronte. Sfila gli occhiali per passarli con lo straccetto. Li rimette. Annunziata ha capelli come veli di seta nell’oscurità. Occhi nocciola.

«Si divertiva a toccarle?»

«Màcchè, isso e’ guardàv. E’ guardàv sempre! Infilàv e’ manì int’e’ brache e…nun me o’ faccia dire, commissà!»

Facchi sbuffa. Pensa che da quella discussione non caverà un ragno dal buco.

«Ho capito, non soffermiamoci a giudicare i gusti delle persone; se le ragazze erano maggiorenni e consenzienti nessun problema.»

«Ca’ ne so! O’ problèm è ca’ presto cominciò a stufarsi. E te o’ faceva pesà. Bausciàv into mantino. Si sporcava e’ merda fino o’ collo! E a me toccava pulire. Brutta storia.»

«Quindi cos’è successo?»

«E’ guaglione hanno continuàt a venire, ma isso e’ costringèv a travestirsi; tipo na’ messinscèn in costume. Nu’ juorno si trastullàv cu a’ dolce infermierina. Nu’ altro godeva cu a’ cavallerìzz. Me pare ci stasse pure l’ operaia metalmeccanìc cu a’ sua bella tuta blu, nun song sicura. Ma a’ sua preferita, e su chistu nun cado in fallo, era a’ danzatrìc indiana. San Gennaro benedetto, quanto a’ guardàv chella!»

«Un’asiatica?»

«Chelle cu e’ piume, ca’ fanno “aùgh”! A’ obbligàv a danzàr manco fossimo nu selvaggio uest! E battèv e’ mani. E rideva. E guardàv. Guardàv sempe, isso. Bèh, teneva duje zizze ca’ sballottolavàn a destra e a manca.»

«Pensa che la signorina fosse contenta delle attenzioni?»

«Io nun penso proprio. Forse è ppe chistu ca’ l’ ha ucciso.»

«In poche parole, vorrebbe dire che è stata questa fantomatica pellerossa a infilare il coltello nel cuore di totòrello? Arma mai ritrovata, tra l’altro.»

«Accussì è. Forse odiava e’ uominì, comm darle torto. Posso ave’ chillu bicchièr d’acqua mo’ ?»

Nestore Facchi annuisce. Si sposta nella stanzetta a fianco. Torna con un bicchiere mezzo pieno. Pensa a quanto avrebbe desiderato che quel liquido fosse vodka.
Consegna il bicchiere alla donna. Un rivolo d’acqua le scende dalle labbra. Una goccia si perde tra la generosa scollatura. Annunziata ha un seno roseo, pieno e invitante.
Il 
commissario si perde nel desiderio, e da esso viene rapito.
Eppure non tocca alcolici da un mese; dovrebbe essere un uomo diverso.
È forse l’alcol la scusa del porco?
Allunga le mani verso le montagne di carne. La femmina è più lesta. Tra gli abnormi seni, luccica il metallo.

«Lui guardava» sibila la pellerossa togliendosi la maschera da Annunziata Romano. «Guardava sempre!»

Non è l’immagine di due belle tettone ad accompagnare il commissario Nestore Facchi nell’aldilà, ma una fredda lama senz’anima. Un coltello che il cuore trafigge. Un coltello che il desiderio spegne.

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Discussioni

  1. Belle entrambe le versioni! Non saprei scegliere. In questa, Annunziata rischia di essere un po’ una macchietta, ma in realtà alla fine questo enfatizza ancora di più la “trasformazione” nella pellerossa.
    Tra l’altro, non da sottovalutare come descrivi il passaggio: non è Annunziata ad indossare la maschera da pellerossa, ma è la pellerossa a togliere quella da Annunziata. Una differenza sostanziale.

  2. Bella storia! Letta in entrambe le versioni, anche se devo ammettere che ho preferito questa: la parlata dialettale di Annunziata mi ha fatto morire dal ridere.
    Bel colpo di scena finale e ben riuscito! Non me l’aspettavo ?

    1. Debora, che sorpresa! Sono lieto che la parlata di Annunziata ti sia piaciuta, ammetto che è stata un po’ un azzardo. Devo sempre sperimentare soluzioni nuove, è più forte di me.??

  3. “Chelle cu e’ piume, ca’ fanno “aùgh”! A’ obbligàv a danzàr manco fossimo nu selvaggio uest! E battèv e’ mani. E rideva. E guardàv. Guardàv sempe, isso. Bèh, teneva duje zizze ca’ sballottolavàn a destra e a manca.»”
    ? Le indiane prosperose spopolano!

  4. Ciao carissimo! Per un attimo pensavo di stare leggendo il Zorexese, e invece… Ahahaha 🙂 Bella storia (e belle montagne)… ma bello soprattutto il finale. Immaginavo un colpo di scena sul finale… ma non di che tipo! Bravo. 🙂

  5. Ciao Dario, un bel racconto, divertente, anche se ammetto di aver fatto fatica col dialetto, alcune parti non le ho proprio capite. Per il resto, è uno dei tuoi soliti racconti col finale che sorprende sempre! Lab più che riuscito, alla prossima carissimo?

    1. Grazie Antonino, ho voluto aggiungere un tocco di originalità alla storia con la parte dialettale ( in un napoletano assolutamente inventato, spero che gli amici partenopei mi perdonino).
      Però posso anticiparti che ci sarà una sorpresa!??

  6. Dario, la tua storia mi ha fatto davvero ridere, sono stati pochi minuti di svago, pochi ma intensi. Gradevole il richiamo al poliziesco, anzi, al poliziottesco e ho scoperto di adorare i dialetti nelle storie. Grazie per aver contribuito al Lab di questo mese.

    1. Ciao Tiziano. Non ho origini partenopee, sono bresciano doc. ?
      Per scrivere in simil-dialetto mi sono aiutato un po’ con certi traduttori online, un po’ improvvisando. Alla fine il risultato penso sia abbastanza soddisfacente.
      Sempre originalità e, spero, qualità nelle storie che metto su Edizioni Open. ?

  7. “Màcchè, isso e’ guardàv. E’ guardàv sempre! Infilàv e’ manì int’e’ brache e…nun me o’ faccia dire, commissà”Ma per la traduzione ti sei fatto aiutare o hai origini partenopee e non ce l’avevi mai detto? ?

  8. Promessa mantenuta, bravo Dario! LAB spiritoso e gradevole, ma mi ha lasciato con qualche domanda e ci starebbe un altro episodio, penso. Magari puoi ricollegarlo col prossimo LAB…

  9. Bel colpo di scena! Oltre la tragedia del finale è un racconto divertente, anche perché immaginarsi un’indiana travestita da napoletana (o viceversa) non è cosa da poco! Alla prossima lettura.