Le case degli altri

Serie: Záhrada


"E nei boschi vado, per perdere la mente e trovare l'anima" J. Muir

Nella piena luce del corridoio i caratteri blu si stagliavano contro i minuscoli quadretti del foglio. Sembravano tante bollicine, una dopo l’altra. Ogni tanto spuntava qualche codina o qualche astina e allora potevo leggere una a o una p o una q. Sulle i al posto dei puntini c’erano dei piccoli cuoricini che insieme a tutto il resto davano al testo un’aria infantile e stupida. I bordi non erano netti, come se qualcuno avesse preferito piegare e strappare con cura il foglio, invece di usare le forbici.

 “Mi sentivo sola, dottore. Faceva freddo fuori e nevicava. Sono tornata a casa da scuola. Un giornata di merda, 4 nel compito di matematica e 3 nell’interrogazione di storia. Che me ne frega. E comunque, in generale, a chi gliene frega? Quando entro, neanche un piatto di pasta. Che quando comunque sei triste un piatto di pasta ti fa girare meno la testa. Niente sui fornelli, un pentolino, qualcosa, niente. Quella stronza di mia madre non mi ha lasciato neanche un 5mila Lire da qualche parte per comprarmi un panino. Magari si pensava che mi andavo di nuovo a comprare le sigarette. Non vuole che ci vado in tabaccheria, ma non per le sigarette. Dice che la disturbo e lei non vuole essere disturbata.

Comunque c’erano dei biscotti mollicci e mi son mangiata quelli. Ma la testa mi girava comunque. Non mi ricordo se nel borsellino ci avevo qualcosa ma comunque il borsellino l’avevo lasciato a casa di papà, che questa era invece la settimana di mia madre. Papà me lo dice sempre di mettere le mie cose nel pacco dove c’è scritto il mio nome che così c’è tutto lì, pronto, e me lo porta lui con la macchina fino a casa di mamma. Ma io me lo dimentico di mettere tutto lì e mi scordo sempre qualcosa o a casa di lui o a casa di lei. Certe volte mi sembra di essere io il pacco. Magari mi faccio un tatuaggio sul braccio, ci scrivo il mio nome così mi ricordo che il mio nome è anche sul pacco e nel pacco ci devo mettere le mie cose alla fine di ogni settimana.

Alla fine penso che quel bastardello di Guido me l’ha nascosto da qualche parte il borsellino perché, ok, io me lo sono dimenticata ma lui di sicuro lo ha nascosto per farmelo dimenticare. Ci scommetto la testa. Mio padre gliele fa passare tutte a Guido. Io lo odio Guido e odio sua madre perché loro due gli hanno fatto il lavaggio del cervello a papà che adesso è un continuo “è colpa di tua madre che ti lascia fare quello che vuoi!“.

Mamma non mi lascia fare quello che voglio. È che si dimentica qualche volta di farmi la pasta e odio anche lei per questo. Ma se ho bisogno di lei, so dove trovarla. Scendo e giro l’angolo, la tabaccheria è proprio lì a due passi. Ogni volta dice di non disturbarla oppure di aspettare un attimo che oggi diventiamo ricche, basta infilare un’altra moneta nella slot. Io aspetto e alla fine anche se lei ha tutti i capelli arruffati e gli occhi gonfi, mi ascolta e mi dice di non preoccuparmi che domani diventiamo ricche.

Comunque quel giorno mi sentivo triste e sola e i biscotti mollicci mi avevano messo di cattivo umore. E son andata alle piste, qui vicino ai giardini. Dove sulle piste i ragazzi ci vanno con gli skateboard e dove le piste i ragazzi se le fanno anche. Io non mi sono fatta mai nessuna pista, non mi piace come mi tratta Salvo quando si fa una pista. Io non voglio trattare nessuno come mi tratta Salvo quando si è fatto una pista.

Allora, io ero triste e quel giorno nevicava e Salvo mi ha detto che a casa sua la pasta al pomodoro c’era e lì c’erano anche i termo accesi. A casa sua la pasta c’era veramente e faceva veramente caldo perché i termo erano rotti e faceva troppo caldo. E allora io mi sono tolta la felpa e la felpa se l’è tolta anche lui, e poi lui anche la maglietta si è tolta. E anche io. Io avevo ancora l’ultimo boccone di pasta al pomodoro in bocca e lui aveva appena finito di fumare la sua sigaretta. La prima volta per me avrà sempre sapore di sugo e sigaretta. Che poi su LiveTeen dicono sempre che una ragazza la prima volta non può rimanere incinta, quindi ok.

Dal settimo mese non ci sono andata più a scuola, mi prendevano in giro per la pancia e i professori non sapevano che fare. Che poi mia madre mi ha quasi ucciso a me e al bambino quando gliel’ho detto. E poi all’ospedale l’infermiera mi ha dato questo indirizzo di questa associazione per ragazze madri. Quando a un certo punto ho messo di nuovo le cose nel pacco ho fatto attenzione a non dimenticarmi niente, ma ho fatto tutto di corsa ed è andata a finire che qualcosa l’ho dimenticata.

Quando sono arrivata lì mi hanno detto che le mie cose le potevo mettere nell’armadio e che sullo sportello ci potevo scrivere il mio nome e il nome del mio piccolo. E io li ho scritti. Il mio nome e quello del mio piccolo hanno tante lettere i, e al posto dei puntini sulle i ho messo tanti cuoricini perché io amo il mio piccolino e lui ama me. Adesso le mie e le sue cose sono nell’armadio. Io lo so che prima o poi dovrò rimettere tutto in pacco e che quella volta non ci saranno solo le mie cose ma anche le sue. A quel punto spero che avrò imparato a mettere le cose nel pacco, senza dimenticare nulla.

 La lettera era anonima, come tutte le buste che avevo visto di sotto in cantina. Mi voltai verso la porticina che era ancora aperta e che portava alle lettere impacchettate nel buio.

Smisi di sbadigliare, buttai in un angolo le scarpe nere col tacco e a piedi nudi cominciai a scendere di nuovo i gradini.

Serie: Záhrada


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Discussioni

  1. la descrizione della madre è azzeccatissima. breve, due pennellate che dicono tutto, compresa la disperazione di chi scrive, che scambia questo per attenzione, perchè non ha nessun modello a cui fare riferimento per accorgersi della fregatura… bravo.

  2. Mi sono immaginata di leggerla, questa lettera, nella calligrafia di bollicine e con i cuoricini sopra le i, e mi ha preso una stretta al cuore. Bellissima trovata, questa narrazione dentro la narrazione. Due cose, in particolare: la parola borsellino, non la sentivo da un sacco, e mi ha dato l’idea del tempo che passa, delle storie passate, proprio come questa lettera. E poi, il modo in cui descrivi il bisogno di amore che spinge la ragazza a casa di Salvo, partendo da un piatto di pasta. E’ fenomenale il modo in cui sei riuscito a entrare nella sfera più intima di un punto di vista al femminile. Bravo davvero Cesare.

  3. Un racconto veramente interessante con due punti di vista al femminile che però possono diventare universali. Le scarpe col tacco che cozzano con una vita al limite narrata così bene all’interno della lettera e con un linguaggio tanto vicino alla realtà che vuole descrivere. Complimenti

  4. Molto coinvolgente. Hai adattato perfettamente lo stile della lettera a quello di un’adolescente, dando realismo al racconto.
    Sono curioso di saperne di più su questa vicenda. 👌😊

  5. L’ho letto d’un fiato, Cesare. Lo stile della lettera è quello che mi piacerebbe avere se fossi una trentenne e non una settantenne: mi illudo che se avessi cominciato a scrivere allora, avrei scritto così. E mi piace molto il contrasto tra le scarpe nere col tacco e lo sfascio di vita raccontata prima. Aspettiamo.