Le sette fate- Non si preoccupi Capitano, non è un problema

Serie: Sicilia


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: La leggenda delle sette fate

«Dutturi, dopo ca lo hanno fatto spogliari, gli hanno…mamma mia, nun posso dirlu, che Dio mi perdoni, ci hanno fattu u sirvizzu, non so se mi sono spiegata, Dutturi, lo hanno toccato, e puoi… puoi, lui sentì che una donna si ci misi ddi supra, santissimu cielu, chi peni ci sono venute, picchì? Picchì? Dutturi me lo dicissi lei, picchì?

E puoi, sentissi ciui, ci miseru in mano le minne, Dutturi, ci hanno dato il petto comu si dà a un picciriddu, ma lei ci cridi a chiddu ca stò dicendo? E puoi, puoi, iddu, u vidissi in chi statu me lo hanno ridottu, è una pezza, mischinu! Puoi, puoi si sintiu baciari tuttu, e iddu, piangendo, Dutturi, con lacrime lunghe quanto un braccio, piangendo, mi dissi ca ci dissiru, bravo Ciccio, sei stato fenomenale, ci rivediamo una di queste notti, anzi, ci dissiru, ci vediamo nella notti del 17 gennaiu, la prossima simana, Dutturi ci aiutassi, pazzu mi esce, pazzu!»

Poi, l’uomo, si alzò e tirò fuori il suo arnese… insomma, il suo membro. Vi giuro, lo tirò fuori e mi disse:

«Dutturi, Dutturi, virissi comu me lo hanno ridottu, sono rovinato, taliassi, toccassi!»

«Ma perché non è venuto da noi subito» gridò il capo della polizia.

«Perché è venuto da noi, collega» disse sorridendo il capo dei Carabinieri. «Anzi, vi aggiorno che i coniugi sono stati trattenuti in caserma e sono in atto degli interrogatori. E che sistema è tirare fuori il cazzo davanti ad un’altra persona.»

Poi, accortosi che a sentirlo c’era pure il parrinu, si mise la mano davanti alla bocca.

«E vabbè, don Calogero, che vuole che sia, chissà quanto ne ha sentito in confessione… voglio dire avrà avuto modo di sentire quella parola… insomma.»

«Non si preoccupi Capitano, non è un problema. La questione è che qua siamo di fronte ad un avvenimento spiritico, quel povero uomo lo ha rapito il diavolo, anzi delle diavolesse.»

Il pezzenti stava in disparti, non dicìa nenti. Ascoltava tutti con estrema educazioni, senza intromettersi. Si sintìa in soggezione di fronte a quei signori. Il parroco si accorse che il poveru uomo era in grossa difficoltà e lo scompose un po’, voleva sentire anchi a iddu.

«Chi  nun dici nenti tu?»

Il pezzenti arrossì e non poco. Poi, vistosi costretto a parlari disse con voci leggera, pianu pianu.

«Vossignori sieti tutti che scoli, iu nun sacciu parlari, ed è un pezzu ca mi domandu che ci facciu iu cà. Di questa storia nun sacciu nenti.»

«Sì, e nenti voglio sapìri, veru?» disse il Capitano alludendo alla famosa frasi omertosa.

«No, no signor Carabbinieri, iu veramenti nenti sacciu di questa storia, nun la sacciu. Chiddu ca vi posso diri è che ho sentitu qualcunu parlari mali di sta piazza, ma sulu chistu, che qua, di notti, nun si pò stari, ca è pericoloso, megghiu evitari, e quannu vossia mi aveti chiestu di veniri sta notti, iu non ho potutu dormiri, picchì iu a sti credenzi ci credo. Se qualcunu dici ca na casa è che fantasmi, in chidda casa almenu un fantasma c’è. E così è qua, a sentiri a voi stasera, iu sono sicuru ca fra pocu vengunu i fati e ci portunu cu iddi.»

I setti uomini si taliaru uno ad unu, avevanu paura.

Un vento si susìu leggero per arrivari ai sette nostri amici. Le loro facce accuminzaru a diventari bianchi comu a luna, gli occhi, ca facieunu da crateri, erunu neri comu la peci. Chiddu ventu ca li accarezava sì feci sempri ciù forti, e manu a manu ca passavano i minuti, comparvi una nuvola, na speci di nebbia. Loro non videro nenti. Si udì la voce del sindaco che accuminzò a chiamari a tutti. Rispunnieru tutti tranne u capo dei carabinieri. Puoi non risposi u capo da polizia, puoi u dutturi. Alla fini il sindaco, chiamando gli altri sentì il parrino che pregava. Cercò di indirizzarsi da dove venìa la voce, ma riuscì solo a sentiri più forti ma non a vederlo. Poi, anchi il parroco svanì nella nebbia. Passarono cinque minuti di silenzio assoluto. Il pezzenti, spavintatu, disse con voce tremante.

«Nutaru, ma ci siti? Picchì non avete parlato. Dicitammillu, ma unni minchia siamo finiti? Nutaru, parrassi!»

«Cosa vuoi che dica? Io sono stato invitato per stilare un verbale di verifica dei fatti, a testimonianza legale che qui non ci sono né fate, né streghe, né diavoli, né prostitute. Qua c’è una credenza popolare che serve a chi serve. In questa piazza, carissimo concittadino, non so nemmeno il vostro nome, carissimo amico, in questa piazza…»

Il pezzente ascoltava il notaio. Non lo guardava ma accuminzò manco a sentirlo. Tutto si era fatto silenzio. La nebbia accuminzava ad alzarsi, il vento a calari e scomparire. Il pezzenti si vidi assittatu supra e scaluna da chiesa di San Giovanni mentri ca passavano setti fimmini.

Chisti si firmaru dove era iddu e tuut’assiemi, in coro, gli dissero:

«La magia è vita.»

Serie: Sicilia


Avete messo Mi Piace5 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni