
Le storie di zu Pippinu
Serie: Sicilia
- Episodio 1: I vasi delle teste di moro
- Episodio 2: Le storie di zu Pippinu
- Episodio 3: La vecchia dell’aceto
- Episodio 4: Le sette fate
- Episodio 5: Le sette fate – la città si riunisce
- Episodio 6: Le sette fate- Non si preoccupi Capitano, non è un problema
- Episodio 7: La storia del Re triste
- Episodio 8: Il castello incantato
- Episodio 9: La storia del Re triste. Il rientro
- Episodio 10: Al convento dei cappuccini
- Episodio 1: Al convento dei cappuccini- parte finale
- Episodio 2: San Giorgiu
- Episodio 3: Una fimmina valorosa
- Episodio 4: Una fimmina valorosa. Il riscatto
- Episodio 5: La matri di San Pietru
- Episodio 6: San Pietru aiuta la matri
- Episodio 7: Il giorno del matrimonio
- Episodio 8: L’Attesa
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Ogni tanto, soprattutto nelle sere d’estati, mi piaci passeggiare per la vie di Modica, partire da Modica alta e scendere, piano piano, versu Modica bassa. Era un percorso che con i miei amici facevamo spesso.
«Che dite, ce la facciamo una passeggiata jusu?(bassa, parte bassa della città).»
E molte volte, passando per la via Botta, via Gesù, piazza San Giovanni, si scendeva fino a santa Teresa. Ci raccontavamo quattro minchiati ciascuno mentre che camminavamo e guardavamu comu la nostra città stava invecchiando. Commentavamo le strade, i muri, le case, l’immortalità più atroce. Il tempo avìa subito una forma di congelamento. Tutto era rimasto, dicevamo, tali e quali comu ai tempi dei nostri padri. Notavamo lo stagnare del tempo fra le buche, quelle cambiavano, se ne fottevano, aumentano la loro voragine per ingoiare qualsiasi speranza. E tra una buca e l’autra, arrivavamo, prendendo le scale interne al duomo di San Giorgio. Passavamo e a volte toccavamo la casa di Quasimodo. A volte ci fermavamo a a riflettere: qualcosa di buono Modica l’avìa dato al mondo. All’epoca a cioccolata Modica la mangiavano in pochi. Non se ne sapìa nulla. Prima di arrivare a chidda casa, si passava dietro il duomo, vedevamo la cupola e ci riempivamo di orgoglio. Quantu era beddu u duomu di San Giorgio. Chi non è venuto da noi si è perso una biddizza di valori mondiali, veru! Poi, altre scale tra viuzze strette e caratteristiche e arrivavamo Jusu, Modica bassa, o cursu.
Per arrivarci bisognava fari molta strada, diciamo ca a passo un po’ svelto ci voleva una bedda mezzoretta tre quarti d’ora. Una serata di agosto, veramenti erunu le setti di sera, e per chi non lo sapesse, per noi siciliani, soprattutto in estati è comu se fosse mezzogiorno, praticamente comu se il pranzo fosse finito da pochi minuti, la cena si faceva non prima delle nove, dieci. Era un’abitudini diffusa, prima si godeva un po’ la compagnia, poi si mangiava e poi si riusciva per digerire. Prima di cenare, comu vi dicìa, in una sera di agostu, mi misi la mia sigarittula in bocca e mi incamminai, intenzionato ad arrivari almeno a santa Teresa, un autru quartieri di Modica alta, a un quarto d’ora di dove stavo iu. Feci i primi passi e mi accorsi che c’era u zu Pippinu assittato davanti alla porta di casa sua. Mi ci avvicinai, comu sempre facìa quannu passava davanti ed era lì fuori. Quasi tutti li voti che ci andavo, finìa che iddu mi cuntava una storiella. Non sempre però. A volti restava mutu comu un pesce. Quella sera, vulia capiri, se iddu era in vena di raccontarmi qualcosa, una di quelle sue storie belle ed intriganti, ricche di mistero, di intrecci popolari che disegnavano la Sicilia di un tempo. Devo diri che comu li raccontava u zu Pippinu, nessunu, manco il miglior attori del mondo putìa fare di meglio. Iddu stesso putìa raccontari la sua storia se vulia, avìa vissuto una vita drammatica, con le sue perdite importanti, putìa stare serate intere e non finire mai. Pochi anni prima avìa successu quel casinu con don Sariddu e suo nipoti, Peppi, per esempio, una storia che vi ho raccontato già. Beh iddu di chistu però non ne parlava. Cuntava, quannu era in vena, autru, storie popolari, di persone reali e di fantasia, una ciù bella dell’autra. Ma quannu cuntava queste storielle, se lo vedevi beni, nei suoi occhi umidi notavi il dramma della sua famiglia. Comu se quei cunta a iddu ce li contavanu i suoi familiari morti. La mugghieri, i figghi. Era un cantastorie a dimora fissa. Anziché girare per le strade di Modica, la genti, anche di fuori, venìa per sentirlo. E ci lasciavano qualcosa per l’impegnu che iddu ci metteva. Iddu li lasciava fari, senza offendersi, sorrideva mentre la genti donava qualche spicciolo. Sembrava un artista di strada, appunto, un cantastorie. Poi, iddu, da grande uomo che era, prendeva tutto il raccolto guadagnato, chiamava o picciuottu che ci stava accantu e gli dicìa «Vieni ca, porta questi soldi al circolo rosso, mi raccomando, devi darli nelle mani del signor Micheli in persona, non ad autri.» convinto di continuare la sua lotta politica aiutando un partito morto e sepolto. Ma per iddu non c’era autru se non il partito comunista, “o comu minchia si chiama ora.” Come diceva iddu.
Quel giorno lo vidi tranquillo. Beato fumava la sua pipa e cosa importante, diede due scosse ai suoi pulmuna che per poco non mi colpì. Scansandomi capii che era a jurnata giusta. Di solito, quannu non era cosa, si tinìa tutto dentro, anche il fumo della pipa e tutto il resto, nemmeno l’ombra dei suoi risucchi assordanti. Sentito il rumore amico mi avvicinai con decisioni e mi sedetti vicini a iddu.
«Arà zu Pippinu, chi si dici?»
«Ca siemu ghoia miu, tiramu avanti.»
«Oggi mi pari una bedda jurnata, chi diciti, mi assitto accanto a Vui?»
«E picchi no? Mi fai cumpagnia. Iu fumu a pipa, non ti posso offriri di fumari però.»
«Non si preoccupi, io ho lo mie sigaretti, anzi se voli cangiari, invece della pipa, solo per oggi si capisce, ci lu offro iu di fumari.»
«Nenti, hai cominciato mali, se devi stari assittatu cu mia, non devi diri minchiati, va beni?»
Rimetto la sigaretta dentro il pacchetto e dico di sì, che era mia intenzioni non dire più minchiati.
Il cauru, che avìa torturato tutti fino a poche ore prima, lasciava spazio ai respiri profondi che la genti cominciava a fari. Diciamo ca si respirava, ecco. Pigliando uno di questi respiri, mi avvicinai di più allo zu Pippinu e gli dissi:
«Nun è ca avete una bedda storia da raccontarmi per caso?»
«Giovanottu, iu campu di storie. Te l’ho cuntata quella dela vecchia di Palermo?»
“Mi pari di no» dissi pensando. No, vecchia a Palermo, no, non ne sapìa.
«Beni, apriti l’orecchie e ascuta, è una storia strana, particolari.» Mentri diceva queste paroli si sistemava meglio sulla sedia, si diede un contegno tale da sembrare in palcoscenico e cominciò a cuntarimi a storia della vecchia di Palermo.
Serie: Sicilia
- Episodio 1: I vasi delle teste di moro
- Episodio 2: Le storie di zu Pippinu
- Episodio 3: La vecchia dell’aceto
- Episodio 4: Le sette fate
- Episodio 5: Le sette fate – la città si riunisce
- Episodio 6: Le sette fate- Non si preoccupi Capitano, non è un problema
- Episodio 7: La storia del Re triste
- Episodio 8: Il castello incantato
- Episodio 9: La storia del Re triste. Il rientro
- Episodio 10: Al convento dei cappuccini
“Ma quannu cuntava queste storielle, se lo vedevi beni, nei suoi occhi umidi notavi il dramma della sua famiglia.”
L’emozione che traspare dagli occhi dei vecchi quando ricordano, è universale e appartiene a tutti i vecchi del mondo. La mia nonna, quando piangeva, aveva le lacrime che rimanevano come sospese fra le pieghe della pelle e io le guardavo e aspettavo che scendessero giù, ma loro rimanevano lì, ben salde. Questa figura mi ha molto commosso e mi commuove sentire la sua gioia di essere ascoltato. La tua e la sua sono storie bellissime.
Un viaggio tra emozioni e memoria per restituirci tutta la forza e la bellezza di una terra arcaica e magica con tutti i suoi problemi…..che narrati da te, sembrano lievi e lasciano nel cuore la dolcezza della nostalgia……
Grazie Migeè del bellissimo commento
mi piace tantissimo questa lingua che ti sei creato, ha un ritmo e una musicalità tutta sua che da valore aggiunto ai personaggi, li rende, come dire, a quattro dimensioni. Ho letto davvero con piacere!
Grazie Dea. Si, ho cercato di dare un linguaggio consono sia all’ambiente che al personaggio. Zu Pippinu sta diventando sempre più presente nei miei racconti, è il fulcro di tanti avvenimenti. E sono io ad adattarmi a lui. Grazie
“«Giovanottu, iu campu di storie.”
bellissima!
Grazie Dea
“Nenti, hai cominciato mali, se devi stari assittatu cu mia, non devi diri minchiati, va beni?”: fantastica questa frase! 😄
Adoro i tuoi testi scritti in siciliano, seppure italianizzato, e mi piace molto anche il fatto, come ti avevo già scritto nell’altra serie, che intrecci i personaggi e gli eventi delle tue storie, come fosse un unico, grande racconto.
Ora sono curiosissimo di leggere quest’altro aneddoto del leggendario Zu Pippinu! 😊👌
Grazie Giuseppe, sì, è un modo di scrivere che rispecchia davvero il modo di parlare che in Sicilia è frequente. Il dialetto, purtroppo, pur parlandolo quasi tutta la regione ed oltre, mostra segni di stanchezza, si parla in famiglia e fra amici, e molti giovani, non tutti per la verità, hanno un modo di esprimersi con mescole varie, una lingua ibrida, tra la lingua nazionale e quella “genetica”. Gli anziani, chiaramente con sfumature molto più accentuate verso la parte siciliana, cercano di difendersi, a stento, ma in modo commovente ci provano. Sono termini veri e non inventati. C’è solo da stabilire chi è il parlante , se occidentale, centrale o orientale perché certi termini cambiano in maniera radicale.
Si, il giovane aveva steccato clamorosamente. Subito rientrato 😂 . Erunu cazzi suoi sennò! 😂
Bella. Da siciliano apprezzo la capacità dei compatrioti di raccontare storie. Anche io ho provato a trascrivere le storie che mio nonno mi raccontava da bambino. ce ne sono di divertenti assai.
Ciao, grazie Rocco, sono storie che non dovrebbero scomparire, non devono soccombere al turbinio di una società supersonica. Ogni tanto, sedersi, ascoltarle, o scriverle, non può far altro che bene.