L’erba

Serie: Goblingeddon

Per tradizione, i giovani aspiranti guerrieri del Teatro d’Ossa dovevano trascorrere in solitudine venti giorni e venti notti nell’entroterra selvaggio. In molti tornavano troppo presto, feriti o sopraffatti dalla fame. Altri, invece, non tornavano affatto. Ma quelli che riuscivano a sopravvivere a lungo in un luogo tanto inospitale si guadagnavano il diritto, anche contro il volere della famiglia, di battagliare per l’onore, il rispetto e la fortuna terrena contro i migliori combattenti di Akerlys. Lo aveva fatto Bolver, amico del popolo. Lo aveva fatto il grande Ragnar, uno dei Tre Occhi del Corvo, ormai asceso al Valhalla tra gli impavidi del passato. Aveva seguito questo percorso persino l’inquietante Basilius, l’Araldo della Sera, che aveva lasciato momentaneamente la testa del culto per ottenere il benestare del re a combattere nell’arena. Eppure, nessuno di loro tornava con racconti sui goblin. Qualcuno percepiva la presenza dei giganti, ma dei piccoli arkà si diceva fossero svanite le tracce. Nei fuoco della sera, però, le loro storie continuavano a vivere. E qualcuno, a volte, oltre agli insegnamenti per la generazione che stava crescendo, raccontava anche la sua versione dei fatti.

«A morte! A morte! A mooorte!» Il coro era unito quasi in una voce unica, orchestrata dall’invisibile bacchetta di direttore bastardo. Possibile che nessuno avesse sale in zucca? Raki avrebbe potuto fare mille cose per rendersi utile, per ripagare qualsiasi stronzata quegli idioti credevano dovesse loro. Invece no, volevano mandarlo a morte. Legato come un salame davanti alle porte di Campoforno, con le braccia strette dietro un palo di solido legno piantato nel terreno, guardava in alto, fra le merlature sgangherate, il popolo arkà e i suoi tre più importanti membri.

«Siete tre stronzi! Morik, brucerai nella Fornace! Io ti ho aiutato con la belva!» Raki scalciava e imprecava, cercando di muovere a pietà i suoi aguzzini.

«Avremmo dovuto lasciarti dove ti abbiamo trovato» rispose Morik. «Sotto alla porta.»

Non era tanto morire che preoccupava Raki, quanto l’idea di farlo senza un buon motivo e con la pancia vuota. Non riusciva nemmeno a vedere bene quanti fossero gli arcieri pronti a scoccare una salva di punte acuminate per far di lui un enorme spiedino. Se solo avesse avuto ancora il suo vero braccio e non quell’ammasso di latta rigida, avrebbe potuto dislocare le articolazioni e scappare.

«Invece no,» sputò contro un mascherone ghignante e piumato «sono costretto qua perché a te piace giocare allo scienziato stronzo! Lorque, ti giuro che mi prenderò quella tua testa bacata! Ti strappo la lingua! Ti piazzo uova di piccione al posto degli occhi! Ti smonto e ti rimonto come un trinciapolli!»

Ma lo sciamano, colto da crisi mistiche, non ascoltava. «Posso tenerlo, dopo? Eh, Sorgiva? Posso?»

Il capo della comunità acconsentì con un gesto scialbo della mano. «Allora è deciso» annunciò agli arkà «questo qui è giudicato colpevole. Sarà dunque giustiziato…»

«Colpevole? Colpevole di cosa?» ribatté Raki, in preda all’ira.

Sorgiva lanciò alle spalle la lunga treccia dei suoi capelli ramati. Lo guardò con disprezzo, sbatté le lunghe ciglia incrostate e sentenziò: «Lo dice la parola stessa. Colpevole di avere una colpa. E per questa colpa, io ti condanno. Ti condanno a morte perché la tua colpa venga lavata via. Dalle frecce. Così la prossima volta impari. Arcieri, mirate.»

Il folto gruppo tese le corde e incoccò le frecce. Raki prese un profondo respiro: lo avrebbe trattenuto fino alla fine, l’ultima aria che avrebbe inquinato prima di andarsene per sempre. Pensò che appena morti spesso le budella si rilassavano, espellendo tutto l’artistico contenuto, quindi forse sarebbe stato quello il suo ultimo gesto. Per qualche motivo si sentì sollevato. Aveva ancora un ultimo scherzo da lasciare al mondo.

Le frecce partirono a un gesto di Sorgiva, percorrendo un arco terribile all’indirizzo del condannato. Salirono su nel cielo, contro il sole a specchio delle pianure, piombando poi in basso come uccelli rapaci. Ognuna di esse andò a dilaniare, mordere e squarciare in profondità il manto d’erba secca fuori dalla città. Terra ed erba. Una sola, dopo aver roteato su se stessa a mezz’aria, lanciata con molle incompetenza, cadde dalla parte del culo sull’elmo di Raki. 

Stonk.

Tutti osservarono la scena senza sapere esattamente come reagire. Morik diete un forte colpo con la fronte alle merlature, stando attento a non usare la propria ma quella di Lorque. Sorgiva si massaggiò le tempie, domandandosi per quanto ancora avrebbe dovuto assistere a simili scempiaggini.

«Quindi?» chiese Mira la Ladra, facendo capolino da dietro il grande guerriero goblin. «Ha superato la prova?»

«Non era una prova, deficiente» le urlò Morik, mettendo in mostra i denti aguzzi. «Una condanna, è una condanna! Falla eseguire a me, Sorgiva, ci metto un istante.»

Ma il popolo chiedeva una seconda occasione di mostrare il proprio volere. Acclamazioni, urla, scoppi, strepiti e persino lo svolazzare di una bandiera improvvisata per l’occasione costrinsero il capo della comunità a proseguire. «Che siano gli dei a procedere! Declamate, fraelli miei, spregazzate! Il Dio Liquido darà il suo, il suo… liquido giudizio!»

Le porte si spalancarono. Mortekol, apprendista sacerdote, aveva due mani metalliche nuove di zecca, fra le quali reggeva un’ampolla di esplosivo fluido. Una tunica di canapa intrecciata lo copriva da capo a piedi, ma non poteva nascondere lo sguardo omicida che gli iniettava gli occhi di sangue. Nella penombra, sembrava la morte in persona, pronta a elargire il suo triste dono a uno spacciato Raki.

Mortekol avanzò, un passo dopo l’altro, con le zampe nude sul terreno erboso. Le mani d’acciaio stringevano saldamente l’ampolla, avvinghiate con una forza implacabile. L’intero Campoforno stava a guardare il folle sacerdote correre verso Raki, pronto a farlo saltare in aria e ricongiungerlo per l’eternità al magma incandescente della Fornace. In un attimo sarebbe tutto finito in un’enorme esplosione.

Nessun sasso lo fermò. Nessun buco si frappose all’improvviso. Mortekol fu perfetto per tutta la strada che percorse. Le sue mani, invece, no. Lorque doveva averci messo davvero poco impegno, perché sotto il peso del contenitore pieno di esplosivo scivolarono fuori dai moncherini. Non ebbe il tempo di dire nulla, quasi non ebbe il tempo di accorgersi di aver perso le mani. Tutto finì, come previsto, in un’enorme esplosione.

Raki, a dieci metri di distanza, piegò la testa per evitare che le schegge d’osso di goblin si infilassero nei fori per gli occhi, ereditando la benevolenza di una pioggiarellina rossa e pezzi di carne puzzolente.

«Oh, ci rinuncio. Che muoia di stenti. Lasciamolo lì.» Sorgiva roteò su se stessa in un turbinio di colori e ammennicoli. La tribù guardò il suo capo svanire verso la Grande Tenda.

Morik era un goblin davvero poco, poco contento.

Serie: Goblingeddon
  • Episodio 1: La spada
  • Episodio 2: La porta
  • Episodio 3: L’elmo
  • Episodio 4: Oro e cretini
  • Episodio 5: Il tempio del Dio Liquido
  • Episodio 6: Morik, il Grande Guerriero Goblin
  • Episodio 7: La fortuna sorride ai malvagi
  • Episodio 8: Sogni colorati
  • Episodio 9: L’erba
  • Episodio 10: La morte
  • Episodio 11: Pirati volanti
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    Discussioni

    1. Fabio questa è una grande notizia, quando il progetto sarà realizzato ti prego di informarci, saremo contenti di dare risalto a questo evento visto che lo abbiamo seguito fin dalla sua fase embrionale.
      A presto!

    2. Dopo tanto tempo riprendo finalmente la lettura di questa serie e mi ricordo perché avevo cominciato a seguirla: sembra davvero di leggere un fumetto, le descrizioni sembrano disegnate e la trama si snoda seguendo tempi e pause calibrate. E comunque è semore bello imbattersi in termini come “ammennicoi” ogni tanto.

      1. E proprio grazie agli spunti incoraggianti dei lettori della serie, in un tempo non troppo lungo e non troppo breve, “Goblingeddon” verrà trasformato in un vero e proprio fumetto 🙂