L’incubo – racconto breve di Halloween

Parlo distrattamente con Darla, in cucina. La luce calda avvolge la stanza e ci abbraccia. 
D’un tratto, non saprei dire per quale motivo, vengo attratto verso il bagno. 
Apro la porta. Lo sguardo percorre la stanza – che è un lungo corridoio purpureo con mosaico dorato, crema, vermiglio, con lavandino in marmo lucido, bidè e water bombato bianco – ed è vuota. Non c’è nessuno.

Torno quindi a parlare con Darla. Sembriamo rilassati, sorridenti, distratti. Mi dirigo ancora verso il bagno, senza intuire ancora quale oscuro magnetismo mi spinga ad avvicinarmi. 

Sto per aprire la porta, ma qualcuno mi anticipa. E’ un uomo sui quaranta, con rughe sottili, vestito in abiti militari, in mimetica scura, a metà tra un soldato e un alpino, con un cappello da baseball rosso con una piuma incastrata sull’orecchio. 
Gli dico: “Ehi, chi sei?”, e lui mi passa oltre, percorre il corridoio, tenendo lo sguardo fisso su di me. Ha occhi scuri e grandi, vitrei e fissi. Non risponde.

“Ehi, chi sei? Come sei entrato in casa?”, gli dico alzando la voce. In quattro passi attraversa il corridoio, che è stretto e freddo, illuminato solo dalla luce arancio calda della cucina. Giunge a metà del corridoio, accosta un mobile basso di mogano, uno specchio ornamentale a forma di mezzaluna e mezzo sole, dotato anch’esso di occhi. Cammina lentamente, mi guarda. Qualcosa si muove dentro di me, come una tensione fremente, un’inquietudine urlante. 

Un’angoscia cieca e ignota riempie la stanza, che poi sarei io. L’uomo raggiunge la porta d’ingresso, non mi guarda, apre la porta, scende lo scalino e si ferma sul pianerottolo. La porta è aperta, io sono pietrificato e gelido in mezzo al corridoio. Incredulo, reggo il suo sguardo. Che è vitreo, assente, ma penetra nelle profondità della mia anima e scova paura recondite. 

“Chi sei?! Come sei entrato?!”, gli urlo. E lui comincia a scendere le scale, non lo vedo più. Finalmente mi muovo e aumento il passo, Darla rimane seduta in cucina, non muove un muscolo. Esco dalla porta e lo vedo scendere le scale. Tiene gli occhi fissi agli scalini, per non cadere. 

“Chi sei?”, grido con tutte le forze.
L’uomo non risponde. 
Si ferma, si volta, alza il mento e mi guarda per l’ultima volta. 

Fu lì, nel terrore vibrante ed etereo di quello sguardo che mi svegliai madido di sudore, tremante. 

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Discussioni

  1. Lo so, sono fuori stagione, ma cosa c’è di più alternativo di leggere un racconto di halloween nel mese di giugno? Ad ogni modo, oggi piove, giornata ideale per un horror angosciante come quello che hai scritto!

  2. Uno sconosciuto in casa fa sempre paura.
    Uno sconosciuto dallo sguardo vitreo fa molta paura.
    Un cazzo di sconosciuto dallo sguardo vitreo che ti fissa e non parla ti terrorizza!!
    Il racconto breve è volato via proprio come un brivido lungo la schiena. Mi è piaciuto il non senso della scena, proprio come molti sogni ma come questi il tuo racconto lascia al lettore una bella domanda: il protagonista nel sogno non conosce lo sconosciuto…. ma nella realtà? Mi piace pensare sia qualcuno che da bambino lo terrorizzava e che il suo inconscio non ha mai dimenticato..
    Alla prossima lettura.

    1. Questo incubo lo ricordo a distanza di giorni proprio per la sua intensità, per l’inquietudine che mi ha lasciato. Studiando psicologia – per diletto non per conseguire una laurea – posso riconoscere che quell’uomo rappresenta la mia Ombra (concetto tipicamente junghiano). Quando mi risveglio da un sogno mi diverto a interpretare i sogni con le basi di cui sono a conoscenza, ma questo lascia una scia di dubbi, come un enigma da decifrare. Un esercizio poteva essere scriverlo, condividerlo.
      Grazie per il commento!