L’intromissione delle risposte 

Serie: Fino all'ultima paura #2stagione

Novembre 2016

Bergamo

Il nostro solito posto è un vecchio appartamento dei miei genitori, ne hanno così tante di case loro che una in più o una in meno da gestire, non fa differenza sul nostro patrimonio.

Ho iniziato ad usarlo quando facevo praticantato e dalla studio legale tiravo fuori avventure di pochi mesi con gli avvocati più esponenti della città, ma anche i notai e qualche sindaco o qualche noto politico sempre ben pronto ad accogliere nella propria lista la carne giovane.

Ma noi, la gente cosiddetta bene, non potevamo certo amministrare i nostri tornaconti alla luce del sole, loro, gli uomini di potere buoni, ed io, la figlia benestante di una delle più importanti e nobili famiglie della città, non potevamo certo assumerci le ovvietà di giochi di potere e degli squallidi pomeriggi nei motel, e neppure essere i cliché di amanti giovani e vecchi pervertiti corrotti.

Ho preso in mano il mazzo di chiavi un giorno senza quasi mai tornare a riporlo nella cassetta di legno all’ingresso di casa mia, Lidia, la nostra domestica, non capiva, una casa tanto grande e una figlia, l’unica della famiglia, che si rifugiava, ad orari improbabili, in un appartamento, che seppur antico, era comunque fin troppo modesto per quel tenore di vita che aleggiava, quotidianamente, a casa mia.

I miei iniziavano a capire, ma per il quieto vivere implicito, per la gente come noi, indagavano quel tanto che bastava a farli essere genitori un minimo apprensivi per la propria coscienza.

“Caterina, le chiavi dell’attico a Piazza Pontida le hai tu?”

“Sì, mamma.”

“Ci vai spesso, ultimamente. Tutto bene la casa?”

E nel frattempo, l’intromissione alla sua domanda, non riguardava la casa, ma quel ultimamente, quasi apparentemente buttato lì a casaccio, come una sciarpa dimenticata fuori dall’armadio.

“Tutto bene.”

L’intromissione delle risposte invece andava riposta nel giusto scompartimento, lontano dal caos del dubbio.

Avevo imparato, nel tempo di quell’appartamento, tutti i nomi dei gatti dei vicini e li evitavo appena svoltavo le scale per salire da me, avevo persino regalato delle piante ornamentali per ogni porta di appartamento e non per una cordiale generosità ma perché piuttosto, visto che ormai lì dentro ci passavo molto tempo, volevo che ogni angolo di quel palazzo fosse esteticamente bello, un vezzo che solo pochi avrebbero potuto fare con la mia leggerezza, e forse anche con la mia ipocrisia.

Cambiavo le lenzuola una volta al mese, avevo imparato anche quello, ogni uomo ha un odore preciso e diverso e muta nel tempo, soprattutto dopo il sesso.

Ad un certo punto anche il mio odore si attaccava a loro e alle lenzuola, ed era lì, in quel momento esatto, che il rapporto cominciava a stancarmi.

Vincenzo era stato l’unico ad aver vissuto quell’appartamento per così tanto tempo e cosa insolita, a sparire era stato lui.

Mi dicevo, questa settimana è l’ultima e poi lasciavo le cose così come stavano.

Poi una mattina, la nostra conclusiva, ha detto che partiva e il nostro patto, nessuna intromissione di domande, mi impediva di chiedergli perché.

E se mai mi avesse risposto, ci saremmo intromessi nella vita dell’altro e questo era un patto che non andava oltrepassato.

Io sapevo solo che invece, con lui, avevo cercato di far rimanere il più possibile il nostro odore lì dentro, scoprendomi anche io, come tanti essere umani, totalmente stupida in certi miei aspetti.

Un pomeriggio ho detto a Lidia di far sparire tutto; oggetti, lenzuola, odori e così l’appartamento antico era rimasto tale solo nei suoi muri, tutto il resto adesso parlava di moderno e fredde trasparenze fra tavoli di vetro e lampadari in metallo, Vincenzo lì dentro non ci era mai stato, a parte stasera.

Aveva salito deciso le scale, fino ad arrivare in cima, la terrazza dominava l’intera piazza ma era protetta da lunghe e folte piante, lo aspettavo con candele accese al gingerbread, segno del Natale ormai imminente, e la mia gonna di tweed scozzese e calze nere velatissime.

Ha guardato il nuovo arredamento stupito, forse deluso, non tanto del gusto in sé per sé, quanto del fatto che decisamente non era più la nostra momentanea casa clandestina.

“Quasi tutto come prima.”

“Quasi. Tua moglie come sta?”

“Bene, è andata in Francia da sua madre.”

“I bambini?”

L’intromissione delle mie domande voleva risposte altrettanto intromettenti, avrei voluto saperlo curioso e geloso della mia vita come io potevo esserlo della sua.

“Crescono in fretta.”

“Così dicono.”

“Almeno il letto è sempre lo stesso?”

“No.”

“Motivo in più per provarlo, non credi?”

Il letto nuovo lo abbiamo provato tutta la notte, poi al mattino l’epilogo è stato come quello di tutti gli amanti, vite distanti e ricordi troppo fugaci per impedirgli di sbiadire via nell’arco di una prossima notte.

“Avvocato?”

“Sì Elena?”

La sua frangetta sbatte sugli occhiali di cellulosa rosa, dovrebbe cambiare look e dovrei dirglielo, mi odia già abbastanza e non le faccio alcuna domanda estetica.

“Il fascicolo su Batini, se me lo da esamino gli ultimi dettagli per il prossimo colloquio.”

“Un attimo, lo cerco nella borsa. Ha più chiesto nulla?”

“No, tutto tace dal carcere.”

La borsa è la stessa di ieri sera, insieme alla gonna in tweed e le calze nere, se fossi tornata alla mia casa ufficiale, le domande sarebbero state troppe e le risposte troppo poche.

“Non lo trovo.”

“Ah, l’aveva già riportato nel database?”

“Sì, certo.”

“Lo scarico da lì, allora.”

Poi sparisce dal mio ufficio con la sua frangetta e l’aria contenta di chi ha preso il suo capo in fallo.

Vincenzo mi scrive un messaggio:

“Ho ancora il tuo odore addosso.”

Io, la consapevolezza di aver lasciato l’appartamento spoglio di documenti personali, mi chiedo tra le mani di chi sia finita la cartella del caso Batini, la domanda, ovvia quanto un’intrusione esplicita, è qualcosa che voglio allontanare da me prima di capire perché, per una notte, quella ad essere usata sono stata io.

Novembre 2016

Lucca

Ci siamo dati appuntamento ad un bar in via Fillungo, nel suo interno una piazzetta piccola divide a metà quel corso storico e lì, tra tovagliette a quadretti bordeaux, ce ne stiamo noi a prendere due cappuccini e de torte di riso, le mie preferite.

Me la ricordavo più bella, ha i capelli biondi ma non come quelli di Beatrice, i suoi sono di un color cenere medio, a tratti spento e a tratti freddo e glaciale, i suoi occhi chiari e le labbra carnose colpiscono l’occhio fugace ma nell’insieme c’è poca armonia.

“Alla fine, ce l’abbiamo fatta a prenderci questo caffè.”

“Già.”

“Ieri sera quando ti ho chiamato non mi aspettavo che tu accettassi.”

Nemmeno io me l’aspettavo, ma sono qui perché dicono che la vita va avanti.

“Perché no? Un caffè non si rifiuta mai a nessuno.”

“Mesi fa lo hai fatto. Tua mamma è stata tanto cara a raccomandarmi per quel lavoro.”

“Mesi fa ero fidanzato, prossimo al matrimonio. Mia mamma è fatta così, spero ti troverai bene.”

“Ne sono certa. Ma allora perché mi hai cercata? Tempo fa dico.”

“Mia madre ha sempre parlato bene di te, volevo essere gentile.”

“Ti andrebbe di uscire insieme, ora? Voglio dire, se cercavi altro è perché già poteva essere con me.”

L’intromissione delle risposte è una tristezza subdola, si insinua nelle proiezioni proprie, sognatrici, e la visione reale e crudele di un’effettività che non può essere debellata in pochi istanti.

“Con Beatrice non è finita per colpa di altri, non ci siamo mai traditi.”

“E allora perché è finita?”

“Forse perché entrambi avevamo più voglia di stare da soli.”

La prima intromissione di una risposta, la prima verità da quando non sto più con Bea.

“Ti andrebbe di uscire con me, tra qualche mese?”

“Non so se funzionerebbe. Vado a pagare intanto.”

Lei mi guarda allontanarmi sconfitta ma non arresa mentre i suoi occhi, come tutti a questo mondo, sognano il grande amore.

Sembra, come ha già detto mia madre, una brava ragazza, ma la domanda, indiscreta, se potrei amarla, rimane sospesa nell’aria di novembre mentre la figura di Babbo Natale, pronta ad arrivare, ci promette risposte certe ai nostri desideri.

“Andiamo, ti accompagno alla macchina.”

La prendo sottobraccio, tranquillo, impenetrabile nei miei pensieri.

Non penso più a nessuna donna, guardo la mia città scintillante e ho sola voglia di arrivare a casa, infilarmi stivaletti e casco e accendere la moto, farla echeggiare fra le colline di casa e perdermi, da solo, in una solitudine a cui non devo più alcuna risposta.

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Lorenzo dorme tranquillo, è una mattina con un nuovo sole mentre io pongo dei dubbi sulle risposte date la sera precedente, faccio la valigia in cabina armadio, piano, affinché lui dal divano non possa sentirmi, gli ho lasciato un biglietto, ora voglio solo partire e chiarire ciò che sento.

“Dove vai?”

I suoi occhi pieni di sonno e la sua voce piena di mancanze.

“Devo andare a Bergamo per qualche giorno, ci vediamo presto.”

Mi afferra il polso, quasi violento.

“Bea, pensi mai che potremo stare insieme?”

Ma l’intromissione alla sua domanda cela una risposta tutt’altro che pertinente, perché con il treno in partenza da lì a qualche minuto, la mia sola voglia è di stare da sola, per un tempo molto più lungo di un semplice tragitto lontana da lui. 

Serie: Fino all'ultima paura #2stagione
  • Episodio 1: Sentimenti sospesi 
  • Episodio 2: La paura del presente 
  • Episodio 3: Operazione aperitivo fuori al via  
  • Episodio 4: La giusta decisione
  • Episodio 5: La condizione delle certezze 
  • Episodio 6: Il dolore di essere persone diverse  
  • Episodio 7: L’amore è quello che faccio 
  • Episodio 8: L’intromissione delle risposte 
  • Episodio 9: Il bene è alla luce della luna 
  • Episodio 10: Armi visibili
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