Liturgia del desiderio – Parte prima

Serie: Cinquanta Racconti


Ispirato da una storia vera

All’inizio fu il silenzio.

Non un’assenza.

Un vuoto pieno.

Una fessura invisibile che si apriva tra le cosce senza toccarle.

La stanza non aveva odore.

Solo luce morbida e angoli che sembravano aspettare.

Poi venne l’aria.

Pesante.

Immobile.

Ma non vuota.

Conteneva un nome che non avevo mai pronunciato.

Conteneva te, prima ancora di saperti.

Il mio corpo cominciò a cambiare forma.

Non visibile.

Non per gli altri.

Solo dentro.

Una pressione nuova sotto la pelle,

come se la carne stesse diventando parola

e la parola volesse aprirsi.

Non era fame.

Era sete muta.

Era la bocca che non chiede.

Era desiderio senza oggetto.

Tu non c’eri.

Ma eri ovunque.

E io…

già mi stavo scrivendo addosso.

I. Ti vedo. E già ti voglio.

Ti vedo.

E tutto il mio corpo si tende verso di te prima ancora che la mente capisca.

Non so chi sei.

Non so cosa vuoi.

Ma ti voglio.

Con una fame che mi brucia la gola, le cosce, la voce.

Non parli.

E per questo mi attrai.

Perché non cerchi, non chiedi, non afferri.

E io ti desidero proprio per questo.

Perché non mi vedi, e io, invece, ti bramo intera.

La tua camicia è aperta sul collo, e già immagino la lingua lì.

La tua mano ferma.

Le dita lunghe.

Ti muovi lento, ma io… io già tremo.

Mi dici buongiorno, e la tua voce mi tocca dove nessun uomo è mai arrivato.

Giù.

Nel posto segreto.

Nel centro molle e umido che ora pulsa solo per te.

Non fai nulla.

E io ti voglio.

Con una fame che mi umilia.

Che mi nobilita.

Che mi fa femmina nel modo più sporco e più sacro che conosca.

II. Ti aspetto. Ma tu non vieni.

Da giorni non ti vedo.

Passo nel corridoio.

Fingo indifferenza.

Faccio rumore con i tacchi, per farti sapere che ci sono.

Ma tu non appari.

Non mi attraversi.

Non mi guardi.

E io ti aspetto.

Con le labbra un po’ più rosse.

Con la gonna un po’ più alta.

Con il respiro un po’ più corto.

Lascio la porta socchiusa.

Spalanco la finestra.

Preparo le mani.

Ma restano vuote.

Come il letto.

Come il foglio bianco su cui non riesco più a scrivere altro che il tuo nome.

Dove sei?

Perché non torni?

Perché non vieni a prenderti ciò che già ti appartiene?

III. Ti sogno. E nel sogno mi prendi.

Stanotte mi sei entrato dentro.

Nel sogno.

Hai spinto piano, ma senza chiedere.

Mi hai piegata, nuda. Le mani sulle mie anche, forti.

Hai sussurrato parole che non ricordo.

Ma erano basse.

Erano dentro.

Come il tuo respiro.

Come il tuo sesso.

Nel sogno non gridavo.

Ero muta.

Ma godevo.

Una volta, due, tre.

Con il corpo che ti chiamava anche dopo che te ne eri andato.

Mi sono svegliata sudata, bagnata.

Le lenzuola attorcigliate tra le gambe.

E il tuo nome sulla lingua.

Come se fossi venuto davvero.

Come se io fossi tua.

IV. Ritorni. Ma ti neghi.

Oggi sei passato davanti a me.

Ti ho guardato.

Ho voluto parlarti.

Ma le parole si sono incastrate nei denti.

Ti sei fermato.

Mi hai sorriso.

E poi hai distolto lo sguardo.

Come se fossi aria.

Come se non mi desiderassi affatto.

Come se non sapessi cosa mi fai.

Eppure, lo sai.

So che lo sai.

Nel modo in cui non ti avvicini.

Nel modo in cui mi lasci bollire nella distanza.

Nel modo in cui il tuo silenzio mi prende più di mille mani.

Ho avuto voglia di inginocchiarmi.

Lì, davanti a tutti.

Aprire la bocca.

E supplicarti.

Ma sono rimasta ferma.

V. Inizio a scriverti. Ma non ti spedirò mai niente.

Scrivo con la sinistra.

La destra è sul petto.

Sul ventre.

Tra le gambe.

Scrivo con la mano tremante,

perché il desiderio ormai è troppo grande per stare fermo.

“Mi hai lasciata così, in piedi, con il corpo teso e il sesso che pulsa solo al pensiero di te. Non mi hai presa. Non mi hai baciata. Eppure, ti sento ancora tra le labbra.”

Non ti spedirò mai queste lettere.

Non potrei.

Perché diresti che sono pazza.

Che sono sola.

Che sono morbosa.

E forse hai ragione.

Ma la mia follia è tutta per te.

E la mia solitudine… è piena del tuo corpo che non ho mai avuto

e che continuo a farmi ogni notte con due dita e la tua assenza.

VI. Mi scrivo addosso, mentre ti penso

Oggi ho scritto una lettera sul pavimento, nuda.

La schiena contro il legno freddo, le cosce aperte come se tu fossi lì.

La penna tremava.

Ma non per il freddo.

Perché la mia mano sinistra scriveva, mentre la destra… la destra era dentro. Profonda. Bagnata. Affamata.

“Vorrei che mi guardassi. Che stessi seduto mentre io mi vengo addosso per te.

Non voglio le tue dita.

Non voglio il tuo sesso.

Voglio il tuo sguardo fisso.

Voglio il tuo silenzio.

Voglio l’umiliazione di venire sotto i tuoi occhi senza che tu faccia nulla.”

Ho spinto due dita.

Poi tre.

Poi ho gridato dentro.

Non con la gola.

Con il cuore.

Con la pelle.

Mi sono venuta addosso scrivendo il tuo nome.

Tre volte.

La prima come preghiera.

La seconda come bestemmia.

La terza come orgasmo.

VII. Ogni notte ti prendo nel mio letto. E tu non lo saprai mai

Ti infilo tra le lenzuola come un pensiero che non se ne va.

Mi stendo su di te.

Ti sento sotto, duro, fermo, in silenzio.

E io mi muovo.

Lenta.

Come se fossi sveglia.

Come se tu fossi reale.

“Ti cavalco piano.

Con il ventre che si apre ogni volta che affondo.

Con la bocca che si riempie del tuo nome,

ma senza pronunciarlo.

Lo tengo tra i denti.

Come un seme che non voglio sputare.”

Ti bacio nel sogno.

Nel sonno.

Nel delirio.

Ti prendo con le mani, con il sesso, con la pelle,

ma tu non mi guardi.

Mai.

E per questo godo di più.

Mi vengo mentre dormo.

Mi sveglio bagnata.

Mi sveglio vuota.

Mi sveglio piena di te che non sei mai stato qui.

VIII. Non mi basti più nella testa. Voglio farti entrare nel corpo

Non bastano più le lettere.

Non bastano le dita.

Non bastano le notti con il tuo fantasma che mi apre le gambe.

Adesso voglio sporcare la realtà.

Oggi, mentre ero in treno, ho detto il tuo nome sottovoce.

Tre volte.

Lentamente.

Con la mano sotto la giacca.

Con le cosce premute.

“Se fossi qui ora, mi apriresti?

Mi solleveresti la gonna davanti a tutti?

Mi faresti venire in piedi, con il mio viso nascosto contro il vetro?”

Mi sono sfiorata. Un secondo.

E il piacere è salito alla gola come un singhiozzo.

Ho chiuso le gambe.

Ma il ventre era già inondato.

Un uomo mi ha guardata.

Non eri tu.

Ma ho finto che lo fossi.

E mi sono venuta mentre pensavo alla tua mano che non ho mai sentito.

Che sogno ogni giorno.

Che scrivo ogni notte.

Che ormai vive dentro di me più del mio stesso sangue. 

Serie: Cinquanta Racconti


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Erotico

Discussioni

  1. ‘Liturgia del desiderio’ è un titolo bellissimo! C’è questo antagonismo semantico che mi piace molto perché alla fine, grazie anche al modo in cui è scritto, si tratta di due facce della stessa medaglia! 👍

  2. Bello ogni tanto leggere “prosa” fuori dagli schemi, con il tuo stile. Ho apprezzato come ammaestri le parole vestendole di doppi sensi, rimanendo sempre sfacciatamente delicato 👏👏👏