
Lo Scrigno del Pentimento
Quest’oggi, oltre al pasto del mattino, il montacarichi conteneva una scatola disadorna: era accompagnata da poche righe stampate su carta di scarsa qualità. Leggendole ho appreso che quello fra le mie mani era lo scrigno del pentimento; secondo quanto scritto nella missiva, chi mi ha preceduta ha riposto lì ciò che desiderava tramandare. La testimonianza del loro pentimento.
Non so perché abbiano atteso tanto a consegnarmela: sono qui già da cinque anni.
Una volta seduta a tavola la curiosità mi ha spinta ad aprirla subito, ignorando il pasto. Forse avrei fatto meglio a farlo a stomaco pieno, ma tant’è: quel che è fatto è fatto. Pare che ad aver occupato la mia stessa cella siano state tre persone, delle quali non ho potuto afferrare alcuna essenza autentica. Un libro sacro, una rosa bianca di stoffa e un indice mummificato di un malsano color grigio verde: è tutto ciò che hanno lasciato di loro. La strada per il perdono è lunga, il Padre ama che ci si arrovelli nell’umiliazione del tradimento: sprofondati nella solitudine, con per unica compagna la nostra abiezione. Inutile dire che ho richiuso lo scrigno in gran fretta, comunque contenta di avere la possibilità di lasciare a mia volta una testimonianza a chi mi succederà.
Il mio peccato è aver creduto nell’amore libero. Ho aiutato mia figlia a fuggire oltre il Grande Mare Atlante, in un luogo dove il Padre non ha figli. Essere condannata a morire in solitudine, per me, non è un dramma. Anzi… qui ho trovato la libertà.
Ti chiederai come, vista l’esiguità dello spazio a disposizione. Le pareti della cella sono smaltate di bianco, così come il pavimento ed il soffitto. Un tavolo, una sedia, una branda. Un lavabo ed un servizio igienico. Nessuno specchio, così come comandato dal Padre per non dare spazio alla vanità. Nessuna finestra. Nemmeno una crepa, da nessuna parte, tutto è intonso e vuoto. Bianco. La prima cosa che ho fatto è stata togliere l’effige del Padre (se desideri recuperarla è sotto il letto).
Sai come funziona. Ogni contatto diretto è vietato, ciò che viene dato passa attraverso il montacarichi. Cibo, lenzuola, vesti di ricambio e sapone. Un solo desiderio frugale elargito al sorgere dell’alba di ogni giorno. Io ho scelto un blocco di carta ed una penna. Se sarò ancora viva, quando compirò sessant’anni mi sarà concesso di esprimerne un altro: chiederò dei pennarelli. A settanta, una tunica azzurra. Nessun libro: quelli che il Padre concede di leggere non sono che il suo riflesso.
Credo che la mia richiesta abbia suscitato sorpresa. Di norma, in situazioni come questa, si pensa a riempire la pancia o l’anima. A me bastano i pasti frugali che mi vengono consegnati, contengono i nutrienti necessari per mantenere in salute corpo e spirito.
Il mio nome, Modesta, mi è stato dato in virtù del mio essere silenziosa e parca. Al momento del battesimo ero una giovane senza pretese, se non quella di vivere in serenità con la mia famiglia. Ora non ho più nessuno, il mio sposo è morto molti anni fa e la solitudine non mi spaventa. Posso concedermi un lusso che fino ad ora mi era stato negato: pensare.
Posso immaginare Mondi e storie fantastiche che prendono vita sulla carta. Migliaia di vite. Dipingo con le parole quella di mia figlia ora lontana, immaginandola meravigliosa. E dipingo moltissime me che prima non conoscevo.
Non appena giunta qui, privata della cuffia e delle scarpe, con addosso solo la tunica di canapa grigia, ho avuto un momento di smarrimento. Il mio cuore si è chiuso per un attimo, lo sguardo ha cercato l’icona in uno slancio dettato dall’abitudine. Per un attimo mi sono sentita nuda.
Non nego di aver trascorso i primi giorni con un nodo alla gola, quasi la stanza non contenesse la quantità d’ossigeno sufficiente a riempire mezzo polmone. Poi, il pensiero è corso a mia figlia: alla nave che solcava il mare impetuoso portandola in salvo. Conoscevo il rischio di disobbedire al Padre, di essere una cattiva madre secondo i suoi precetti. Avevo abbracciato quella via in piena consapevolezza, accettando le conseguenze. Così, ho atteso.
Dopo una settimana ho sentito uno strano prurito alla testa: sollevata la mano destra, i polpastrelli hanno incontrato il primo accenno di ricrescita. Minuscoli peli sottili, puntuti, che formavano uno strato simile ad erba novella. I capelli non erano che un ricordo lontano della giovinezza: un’inutile vanità concessa agli infanti, estirpata al momento di prendere posto nel mondo degli adulti. Dopo la cerimonia di maturità ero sempre stata ligia nel raderli. Mentre li accarezzavo, ho provato una strana sensazione. Piacevole. Da quel giorno le mie dita hanno indugiato a lungo sul capo, sentendoli crescere fino a poterle intrecciare a quei fili di seta.
Le pareti sono tanto lucide da restituirmi un lieve riflesso: in questi anni sono cresciuti al punto da formare una chioma leonina, di un colore simile a quello delle castagne. Così mi sento: una leonessa.
Da allora, ogni giorno ha portato con sé una sorpresa.
Un dolore al fianco, un piegamento improvviso, si è trasformato in un movimento sinuoso. Alla ricerca dell’equilibrio, un invisibile vento ha colto le mie membra facendole fremere. Le braccia spalancate, piccoli passi intorno alla stanza facendo giravolte. Lasciandomi trasportare dal battito del cuore.
Le mani hanno cercato ogni particolare del mio viso e del mio corpo per imprimerlo nella mente, perché non servono specchi per vedere.
I Mondi nei blocchi di carta hanno preso dimensione. I tratteggi infantili che li popolano sono divenuti volti amici: ognuno con la loro storia da raccontare. Ed io pronta ad ascoltare e dare loro forma.
I sogni accompagnano le notti insonni, perché si può sognare anche da svegli.
Ho ancora moltissime cose da fare, da tramandare. Una volta ottenuti i pennarelli inizierò a stendere un prato sotto i miei piedi e un cielo sopra la mia testa. Le mura accoglieranno parole. Al tuo arrivo, il bianco sarà un ricordo lontano. Se così non sarà, il mio scritto ti raggiungerà grazie allo scrigno.
Cerca il tuo dio. È dentro di te, ed è meraviglioso.
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descrivi una prigione che ricorda un carcere californiano dove la sofferenza è inflitta attraverso la proibizione di qualsiasi elemento personalizzante. E, insieme, una condizione umana dove i segni, della scrittura o quelli grafici del disegno o della pittura (il parato, il cielo) costituiscono la sola via d’uscita dall’asfissia morale e intellettuale. Di cosa bisogna in fondo pentirsi? Semplicemente di essere, di esistere. Un racconto scritto perfettamente nel quale sono contenta di essermi imbattuta.
naturalmente è “prato” non “parato”.
grazie, Micol, per la gentile risposta.
Ciao Francesca, perdona se rispondo solo ora ma questi per me sono stati giorni complicati. Sono felice che questo racconto ti sia piaciuto, distopico o meno è lo specchio di una realtà che molti vivono. Esistono tantissimi tipi di “gabbie”, non ultime quelle create dalle aspettative. É bello ricordare che la nostra unicità è la nostra forza e che prima di ogni cosa, dobbiamo credere a quel dio che è dentro di noi.
Ciao Micol, come sai negli ultimi mesi (ma TANTI mesi) ho trascurato parecchio le letture su Open (nonchè la scrittura), riuscendo a malapena ad occuparmi delle revisioni dei librick nel “limbo”. E così facendo, mi sono perso alcune perle, come questo tuo racconto. Leggerti è formativo: hai una capacità di scegliere le parole e di abbinarle in una maniera così pulita ed efficace che davvero non è da tutti. Ma al di là della forma, la sostanza del tuo racconto è come sempre sorprendente. Il racconto è claustrofobico, si svolge tutto in una piccola cella spoglia. Anzi, meglio ancora: si svolge tutto nella scatola cranica della protagonista. Ed in poche righe riesci far percepire in maniera solida una realtà distopica teocratica ed integralista. La conclusione, poi, è oro. Un messaggio che esce dal contesto del racconto ed arriva diretto al lettore, a cui è infine rivolto.
Ciao Sergio, ti ringrazio di cuore per il tuo commento. Al di là dell’ambientazione distopica, penso che questa storia faccia parte di molti di noi. La società tenta di renderci conformi ad un modello prestabilito, modello cui dobbiamo bene o male adeguarci per sopravvivere (penso soprattutto al mondo del lavoro): fortunatamente, la mente può creare per noi altri mondi.
“Posso immaginare Mondi e storie fantastiche che prendono vita sulla carta. Migliaia di vite”
George Martin diceva che chi legge vive migliaia di vite (o qualcosa di simile). Ancor più questo si applica a chi scrive!
É così. Dal mio punto di vista, uno scrittore è un piccolo dio in grado di dar vita a degli universi.
Amo la fantascienza, ed amo i tuoi racconti, che sono sempre scritti con stile e di grande impatto.
Alcuni poi, e sono tanti, mi colpiscono in modo particolare, come se venissero da un mondo interiore condiviso. Non so che effetto faccia a te rileggerlo, ma io mi sono sentito completamente assorbito da questa storia. Grazie davvero.
Ciao Giancarlo, confesso che ogni volta che rileggo questo racconto provo le stesse emozioni di Modesta. Esistono molte celle, ad esempio un corpo, la mente è l’unica via in grado di assicurarci la libertà. Grazie a te per averlo letto, sono molto felice quando riesco a far provare le mie stesse emozioni grazie ad una storia. Non è forse per questo, che scriviamo?
Micol questo racconto mi ha stupita. Come ambientazione, mi ha ricordato il mondo distopico del grande classico 1984, di George Orwell. Un mondo dove non esiste alcuna libertà, men che meno libera espressione. Ma è più di questo: leggendo ho pensato a quei paesi dove le donne ancora sono considerate oggetti, lì mamme come Modesta darebbero la vita pur di consentire alle proprie figlie di avere un futuro degno di questo nome. Ti faccio i complimenti per tutto: la creatività e l’intesa narrazione.
Ciao Rita. 1984 è un caposaldo per tutti quelli che, come me, amano il genere distopico. Credo che in realtà in questo genere letterario ci sia molto del mondo di ogni secolo, compreso il nostro. Ci sono luoghi dove la libera espressione è utopia, altri dove le donne vengono private della dignità e della liberta, altri ancora dove uomini e donne sottostanno a regimi folli. Travestendo il reale da fantascienza, a volte si arriva a toccare l’anima di chi fugge dalla visione globale. Credo sia molto importante farlo, soprattutto per le nuove generazioni: si gettano semi nell’ombra e si spera che una volta cresciuti possono far riflettere.
Ho provato una strana sensazione di familiarità leggendo la tua storia. L’isolamento, la solitudine e la necessità di tramandare un messaggio composto da qualunque cosa possa trasmetterlo, sono tutte emozioni che conosco abbastanza bene, questo mi ha fatto sentire legato alla protagonista… Io , in un modo dominato da tali regole,verrei sicuramente rinchiuso un paio di celle più avanti.
Adoro la tua descrizione dei capelli rasati che ricrescono. ❤️
* mondo
Ti ringrazio, Emiliano. Credo che tutti coloro in cui scorre nel sangue una vena artistica abbiano provato queste sensazioni. Credo che i mondi distopici, in fondo, non siano che una rappresentazione di alcune realtà: forse è per questo che mi piacciono tanto.
Bel racconto, mi piace l’atmosfera. Ricorda un po’ la Atwood del Diario dell’Ancella come ispirazione. Complimenti.
Ciao Miriam, chiedo scusa se rispondo solo ora: sono rimasta assente dalla piattaforma presa dalla vita, che mi ha portato via per un po’… Ti ringrazio per le belle parole, Il Diario dell’Ancella è stata una delle mie prime letture di genere distopico: credo di essermi innamorata del genere proprio grazie a quel libro. Avevo 15 anni e da allora non ho mai smesso di sognare mondi in cui esiste comunque un briciolo di speranza
Ciao Micol, c’è solitudine estrema in questo racconto, ma allo stesso tempo c’è anche magia.
Il tuo stile di scrittura accompagna la lettura con delicatezza. Hai la splendida capacità di “abbracciare” il lettore.
Complimenti.
Sono dispiaciuta di non averti incontrato/a, purtroppo sono rimasta assente dalla piattaforma per problemi personali. Spero che il mio grazie ti raggiunga in qualche modo
Ciao Dario, scusa ma ho fatto un po’ di “casino” con i commenti e mi si sdoppiato quello per l’altra persona che mi aveva scritto. Ora ti rispondo per bene 😉
Cosa dire, non posso che ringraziare anche a te e dirti che spero di abbracciarti per molto, moooltissimo tempo!
Grande talento. Complimenti.
Sono dispiaciuta di non averti incontrato/a, purtroppo sono rimasta assente dalla piattaforma per problemi personali. Spero che il mio grazie ti raggiunga in qualche modo
Bello, cara Micol, davvero bello. Ho amato molto l’immagine della donna che ha creduto nell’amore libero, spingendo la figlia a navigare lontano, sapendo quel che le sarebbe costato. Mi piace l’idea della ricrescita dei capelli che marca il passre del tempo, ho adorato la tua esortazione finale a cercare il proprio meraviglioso dio dentro di sè. Leggere questo racconto mi lascia anche con un profondo senso di smarrimento, mi sono sentita la madre rinchiusa, consapevole contro la mia natura dell’inutilità della ribellione. Brava, e grazie di questa pubblicazione.
Grazie Nyam 😀 Credo che la solitudine abbia molti volti, non è sempre una nemica. Può concedere spazio alla riflessione e all’autenticità. L’ambientazione di questa storia è estrema, ma credo che ognuno di noi tenga chiusa una parte di sé con la quale, magari, un giorno dovrà fare i conti. L’accettazione è l’unica via percorribile.
Super Micol, ciao. Un racconto cesellato, nello stile, come la filigrana d’ oro della mia terra. Una profondita` di pensiero che richiede una lunga meditazione da parte di chi legge. E un’ ascensione nei contenuti – direi anche spirituale – che merita un inchino.
Un abbraccio.
Grazie mille M. Luisa. Come dicevo a Cristiana, a volte la scrittura permette all’inconscio di prendere forma. Tutti noi, in un senso o nell’altro, portiamo dentro di noi una prigione che non ci permette di realizzarci come vorremmo. Ognuno di noi trova il modo per ottenere quelle “ore d’aria” che ci permettono di andare avanti: scrivere è uno di questi.
Bellissimo ed intenso, sia come è stato scritto, sia per i contenuti espressi quasi magicamente. Risultati di pensieri personali di un intimo riflesso.
Grazie mille, Cinzia. Sono contenta che questo racconto sia riuscito a darti delle emozioni.
Cara Micol, se avessi evidenziato le parti che del tuo racconto mi hanno colpita e aiutata a riflettere, non sarebbero bastati i pennarelli che tu attendi per il prossimo compleanno. Il tuo racconto diventa un inno alla vita in ogni parola che esso contiene. Un testamento di insegnamenti che ciascuno dovrebbe fare suoi per accompagnare se stesso nella danza cadenzata dal suono del procedere degli anni. Come se fossero passi da percorrere a testa alta e senza allontanarsi mai dalla consapevolezza di ciò che abbiamo dentro e di quello che è fuori di noi, che a volte pare una cella tanto ci soffoca, ma che possiamo trasformare in un prato, in un cielo a magari io vorrei fosse un oceano per me. Un racconto, il tuo, da rileggere molte volte, per la ricchezza degli spunti che suggerisce. Lo stile è il tuo, ed è perfetto nella scelta delle parole che si concatenano come lo scorrere di un ruscello. Un regalo.
Cristiana, confesso che ogni volta che leggo un tuo commento ne rimango quasi intimidita. É una bella botta per la mia autostima, sono davvero contenta di riuscire a stabilire un contatto empatico tanto importante. Spesso scrivere significa mettere su carta una parte di noi inconscia, che si palesa quando il flusso di pensiero assume una forma reale. Una delle cose che apprezzo di più è proprio la
connessione che si instaura con alcuni. Quasi come un sasso buttato in uno stagno: l’onda che produce si allarga toccando chi è in risonanza.