L’ora delle decisioni

Serie: L'ottavo giorno della settimana


“Grazie per la comprensione.”

Accesi la radio e la sintonizzai sulla stazione della musica rock. Quando finì la lattina la buttai fuori dal finestrino. La donna ritornò a fissarmi. Il mio sguardo però sembrò essere molto convincente e la signora tornò a guardare avanti.

Quando parcheggiai nel vialetto di casa mi sembrò di essere tornato dalla guerra. Ero stanco e poco lucido. Non avevo voglia di mangiare e di vedere mia moglie. Decisi di provare un altro approccio. Entrai in casa e posai la valigia sul divano come al solito. Kate venne subito dalla cucina e mi abbracciò.

“Come sta il mio socio?” domandò sorridendo.

“Bene. Un po’ stanco. Le responsabilità sono molte, ora.”

“Certo. Da una grande potere deriva una grande responsabilità.”

“Già. Cosa mangiamo questa sera?”

“Pollo arrosto con contorno di patate.”

“Abbiamo anche un dessert?”

“Certo. Torta al triplo cioccolato come piace a te.”

“Perfetto. Devo tornare un momento in garage. La macchina aveva qualche problema a partire stamattina.”

“Okay. Ma torna tra venti minuti massimo” disse lei mentre tornava in cucina.

Uscii dalla porta principale e mi diressi nuovamente verso il garage. Quella sera avevo deciso che sarebbe stata l’ultima per me sulla terra. Nella mia macchina avevo una corda. Ero intenzionato ad usarla. Tirai su la serranda elettrica mentre mi guardavo intorno sospettoso. Stavo per entrare quando mi sentii tirare l’orlo della giacca. Mi voltai. Mio figlio con la bici rossa in una mano e un sorriso raggiante mi guardava.

“Papà, togliamo le rotelle oggi?” domandò guardando le rotelle supplementari della bici.

“Domani, campione. Ora papà ha da fare con la macchina” risposi sorridendo. Il cuore mi batteva forte. Mio figlio non doveva assolutamente vedere quello che stava per succedere a suo padre.

“Posso guardare?”

“Non è un posto per bambini il garage. Potresti farti male. Perchè non vai a giocare con tua sorella?”

“Va bene” rispose lui sconsolato.

Mentre lo guardavo andarsene pensavo a come sarebbe stata la sua vita senza di me. Sarebbe stata dura. Probabilmente molto difficile. Avrebbero dovuto cambiare casa perchè questa era troppo costosa e, soprattutto, perchè non avrebbero vissuto in una abitazione dove si era tolta la vita una persona. Ma forse, sarebbe stata migliore di quella che gli avrei garantito io. Disoccupato, umiliato e senza dignità. Ne avrebbe giovato sicuramente, ne ero sicuro. Chiusi il garage dall’interno e poi mi diressi alla porta che dava sul ripostiglio di casa. Girai a tre mandate e tirai la tendina per evitare che qualcuno potesse vedermi.

Mi diressi al portabagagli dell’auto e l’aprii in fretta. Presi la corda e mi posizionai sotto la trave portante del garage. Tirai la corda e salii sullo sgabello. Fissai al meglio la corda facendo in modo che non cedesse prematuramente. Il nodo l’avevo già preparato. Lo stomaco chiuso minacciava di esplodere. Il mio cervello cercava razionali giustificazioni al rimanere vivo. Io sapevo che non ce ne erano. Avevo passato tutto il pomeriggio a pensare ed ero stato abbastanza bravo da soppesare i pro e i contro della cosa. Non c’era via di scampo. Ero un uomo finito.

Misi il collo nel cappio e tirai più che potevo. La vista si appannò leggermente. Era come aver messo una cravatta troppo stretta. Contai fino a tre e poi tirai un calcio allo sgabello. Il mondo intorno a me si offuscò rapidamente. Non potei fare a meno di lottare con tutte le mie forze quando mi venne in mente l’immagine della mia famiglia rovinata. Era un riflesso naturale. Scalciai e mulinai le braccia in aria più che potevo. Improvvisamente il mondo divenne buio. Tranquillo. Pacifico.

Serie: L'ottavo giorno della settimana


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Discussioni

  1. Ciao Alessandro e benvenuto! Ho letto tutta la tua serie. Nonostante sia molto “americana” rispetto ai miei gusti che sono un po’ più “locali” devo dire che la storia è avvincente e i dialoghi sono molto ben costruiti, dinamici, credibili. Sono d’accordo con te che questa società spinge ad atteggiamenti estremi verso il lavoro. La fine lascia l’amaro di qualcosa che si poteva evitare, ma fa riflettere.

  2. Finale triste ma non inaspettato. La moglie avrebbe dovuto notare che il marito puzzava di birra, questo è un piccolo buco narrativo. Speravo la vista del figlio lo portasse a rivedere le sue intenzioni, evidentemente siamo di fronte ad un protagonista per cui il lavoro è tutto.

    Complessivamente un racconto molto godibile, come detto con qualche buco narrativo e un po’ troppo ispirato alla serie tv mad men. Scritto comunque molto bene e forte di dialoghi ben orchestrati, che è sempre l’aspetto più difficile da curare.

    1. Grazie per il commento!
      L’obbiettivo era proprio quello: criticare la nostra società che spinge a mettere tutto sul lavoro quando esistono cose più importanti. Ovviamente il discorso sarebbe più complesso di così ma non bastava un racconto per approfondire un argomento del genere.