L’ultimo giorno

Serie: L'ultimo giorno


L’ultimo giorno

Era giunto il giorno dello spettacolo di Toni e Angelo. Alice, nonostante Benedetta fosse restia, convinse ad assistere alla recita. Per un attimo pensò di lasciare a casa sua figlia, ma alla fine ritenne che le potesse giovare un po’ di svago, un po’ di compagnia. Toni e Angelo presero tre sedie dalla loro cucina e le disposero a distanza di un metro e mezzo l’una dall’altra in fondo al corridoio, appena sotto il finestrone che affacciava sulla strada. Dal lato opposto del pianerottolo, davanti alla porta d’ingresso di casa di Benedetta, Alice sistemò altre due sedie, ma quando Benedetta se ne rese conto preferì chiederle di ritirarle, avrebbe portato le proprie.
«Hai notato che Khun è diventata una dittatrice a tutti gli effetti?», scherzò Diego mentre giocava con lei tenendola in braccio.
«E’ un po’ più aggressiva del solito. Ma è il suo carattere. I korat sono parecchio austeri.»
«Austeri, interessante. Hai ingoiato il diziona… ahi!», Khun si era stufata e gli agganciò il polso con gli artigli.
«Ti ha graffiato?»
«Sai la novità, è da due settimane che mi mena.», disse alzandosi e scrollandosi dalla giacca casual i peli in eccesso.
«Te lo meriti.»
Risero.
Alice sistemò il vestito davanti allo specchio vicino all’ingresso.
«Lo sai che stiamo andando sul pianerottolo, vero? Sembra che stai andando a un gala.»
«E’ da tanto che non mi vesto bene. Voglio essere bella.»
«Tu sei bella pure in pigiama.»
«E tu sei ruffiano pure in giacca e camicia.»
«Non ha senso quello che hai detto.»
«Sei pronto?»
«E’ da venti minuti che sono pronto.»
«Allora usciamo.»
E’ la prima volta che pronunciava la parola “uscire” senza sentire alcuna angoscia.
Prima che aprisse la porta, Diego le prese la mano, la guardò intensamente.
«Stai benissimo.»
Lei sorrise, si spostò il ciuffo dietro l’orecchio.
«Grazie.»
Si baciarono con trasporto. Lei gli toccò il cavallo dei pantaloni.
«Calma, stallone. C’è una bambina là fuori.»

Toni e Angelo avevano messo in scena una commedia. Toni era un giovane nobile dell’alta Italia, mentre Angelo interpretava il figlio di un contadino. Entrambi vennero cacciati di casa per imparare a cavarsela da soli. Così, con i loro risparmi, ognuno cercò un appartamento in affitto. Solo al momento della consegna delle chiavi si resero conto del fatto che il padrone di casa aveva preso entrambi come affittuari. Il giovane nobile si rifiutava categoricamente di convivere con un coetaneo così rozzo, mentre l’altro si sentiva offeso per la grave discriminazione. Nel momento in cui i due stavano litigando per chi dovesse ottenere la casa, il governo emanò il decreto che obbligava gli italiani a non uscire di casa. Il personaggio del nobile si dimostrò disordinato, arrogante e impenitente. Il personaggio di Angelo invece era un bonaccione, un ragazzo attento alle priorità della casa e responsabile. La storia orbitava intorno al loro quotidiano conflitto fino al punto in cui si sarebbero resi conto che l’obbiettivo comune era sopravvivere.
Alice pensò che forse i personaggi fossero un po’ caricaturali, appena stereotipati, ma le gag tutto sommato fossero divertenti. Diego rideva di gusto. La figlia di Benedetta pareva allegra, con un largo sorriso che andava da orecchio a orecchio, e più lei rideva più sua madre si sentiva serena. Alice e Diego, che erano in fondo, avevano davanti la signora Belmonti. Durante lo spettacolo, Alice notò qualcosa di strano. Sulla caviglia della signora Belmonti pareva esserci i segni di un morso. Si protrasse in avanti col busto per osservare meglio.
«Ps… ps… signora Belmonti. Signora…»
«Dimmi, cara.»
«Che cos’ha fatto alla caviglia?»
«Oh, niente di che, un vecchio ricordo di Birba.»
Alice sgranò gli occhi.
«L’ha morsa?»
«Oh, sì, ma non fa male.»
Alice tornò a poggiarsi allo schienale, sospettosa. Diego continuava a godersi lo spettacolo.
E se fosse malata? Perché non ha avvertito l’ospedale? Perché non dirci nulla?
In fondo la signora Belmonti era una persona anziana. Forse una volta morto il suo unico amico pensava che non valesse la pena continuare a vivere.
Alice prese il cellulare dalla borsetta. Digitò un messaggio e lo spedì a Benedetta, ma lei era distratta dalla recita. Cercò la sua attenzione muovendo la mano. Quando Benedetta e Alice incrociarono lo sguardo, quest’ultima indicò il telefono. Aspettò che Benedetta leggesse.
Prendi tua figlia e torna a casa.
Perché?
La signora Belmonti è stata morsa da Birba.

Benedetta, terrorizzata, si alzò repentinamente in piedi, prese per mano sua figlia e le ordinò di tornare in casa.
«Andiamo.», ordinò Alice al suo compagno.
«Dove? Lo spettacolo è forte…», ma lei aveva già aperto la porta di casa.
Diego si tirò su e obbedì. La signora Belmonti lo seguì con lo sguardo, una gocciolina di saliva le scivolò dall’angolo della bocca per precipitare al suolo. Gli occhi fuori dalle orbite, i capillari rossi e ramificati come edera.
«Ragazzi, tornate a casa!», urlò Alice una volta che Diego chiuse la porta dietro di sé.
I due si guardarono, un po’ storditi. Si erano accorti del fatto che Alice e Diego avessero lasciato il pianerottolo, ma non di Benedetta e sua figlia.
«La signora Belmonti è malata! Andate via!», gridò con un occhio allo spioncino.
Ma non fecero in tempo a rendersene conto, che la vecchietta li aveva già raggiunti con tutta la foga che aveva in corpo. La signora prese per l’avambraccio Toni e lo morse al collo. Il sangue zampillò sulle pareti, sulla moquette. Qualche goccia finì negli occhi di Angelo, il quale provò a staccare il suo coinquilino dalla morsa della vecchia ormai fuori di sé. Di tutta risposta, lei gli morse il polso destro. Dalla bocca di quella che fino a dieci minuti prima era la signora Belmonti, ora grondava saliva e sangue. La vestaglia bianco perla si fece porpora.
«Cazzo, cazzo. Chiama la polizia, chiama l’ambulanza!», fece Alice a Diego.
Ma lui non rispondeva.
«Diego, la polizia!», riprovò con l’occhio rivolto alla ripugnante scena che si consumava fuori da casa sua.
«Alice.»
«Che c’è?»
«Guarda.»
Quando si voltò, Alice non poté credere ai suoi occhi. Diego se ne stava in piedi, incredulo a visibilmente spaventato. Poco più in là, ai piedi del divano, una chiazza rossastra si allargava sul tappeto e sulle mattonelle bianche del suo monolocale. La carcassa di Serafino si stendeva lungo il pavimento. A un metro e mezzo dal suo corpo, Khun si leccava i baffi macchiati di sangue. Dal muso gocciolavano dense lacrime scarlatte. Con le mani tremanti, Alice si avvicinò al telefono. La gatta la scrutava severa, gli occhi cangianti fra il verde e il giallastro, come riflessi di un faro nella notte. Ad ogni suo passo, soffiava. Alice procedeva lentamente. Non voleva farla innervosire ancora di più.
Diego era pietrificato. Si guardava le mani piene di graffi.
«Mi ha graffiato», mormorava.
«Diego, calmati. Dobbiamo chiamare la polizia.»
«Mi ha graffiato.», ripeté sottovoce.
Mentre componeva il numero della polizia, Alice realizzò che Diego l’aveva baciata.
«Non avrei dovuto farti entrare.»
«Mi ha graffiato, cazzo. Mi ha graffiato, questa puttana!», diede un pugno sul tavolo. Khun rimase immobile. Lo guardava incuriosita.
«Non avrei dovuto.»
«Posa quel telefono. Tanto, non lo capisci che siamo tutti morti?», stava cominciando a piangere.
«Dobbiamo comunque chiamare la polizia.»
«Non voglio finire i miei ultimi giorni in ospedale.»
«Nemmeno io. Ma è la cosa giusta da fare.»
«Lascia il telefono, ti prego. Possiamo fare finta di niente. Vivere finché…»
«Ci sono tre persone lì fuori che hanno bisogno di cure.»
«Ma quali cure, Alice, quali cure?! Ti svegli? Non esiste un vaccino!»
Ma lei non ascoltava. Appoggiò il telefono all’orecchio.
Diego mosse quattro passi pesanti verso di lei, l’afferrò per un braccio.
«Molla il telefono.»
Squillo.
«Lasciami!»
«Molla il telefono!»
Khun si mise sul divano a lavarsi via il sangue dalle zampe e dal muso.
«Mollalo!»
Diego, in un impeto di follia, si dimenticò chi era, chi avesse davanti, quale fosse la realtà.
La spinse contro lo specchio. I cocci le caddero addosso. Il cellulare distrutto.
«Cazzo cazzo cazzo. Oddio, che cosa ho fatto, cosa ho fatto.»
Dalla strada, il suono delle sirene.
«Diego, fidati, andrà tutto bene.», sussurrò Alice mentre tentava di rimettersi in piedi.
«Scusa, scusa, scusa. Perdonami, ti prego.», l’aiutò a tirarsi su.
«Andrà tutto bene.», ripeté Alice.
Tutto bene.

Fu Benedetta a chiamare i soccorsi. La sera stessa, la signora Belmonti morì in clinica. Toni perse molto sangue, ma alla fine riuscì ad arrivare vivo all’ospedale insieme ad Angelo. Alice rinunciò all’idea di raccontare della colluttazione con Diego. Entrambi furono isolati e ricoverati nonostante fossero asintomatici. Tutti risultarono positivi al Tetra-Virus.
Due mesi più tardi, Toni e Angelo morirono di polmonite.
Diego, due settimane dopo il ricovero, si tolse la vita.
Alice morì il 6 gennaio 2021.
Il 10 gennaio 2021 venne prodotto e distribuito il primo vaccino.

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Discussioni

  1. Ciao Simone. Che dire? Questo è un vero horror allo stato puro. Proprio perchè colpisce dritto allo stomaco in questo momento molto particolare. D’altra parte gli incubi peggiori sono quelli che hanno probabilità di realizzarsi. Confermo quanto ho scritto nel primo episodio: ode al coraggio (oltre alla storia scritta benissimo)

    1. Ciao Micol. Sono felice che questo racconto ti sia piaciuto. Ammetto che è ancora più gratificante ricevere una recensione positiva da un’autrice che di horror ne mastica a volontà. Hai sempre avuto padronanza del genere, quindi il tuo commento vale doppio.