L’ultimo giorno

Serie: L'ultimo giorno


Parte 5

Giorno 135

Nel buio della sua camera da letto, Alice non riusciva a prendere sonno. Continuava a ripensare a Diego, al loro rapporto. Quando sarebbe finito tutto questo? Quando avrebbero trovato una cura a questo maledetto Tetra-Virus? Aveva una gran voglia di abbracciarlo. E più era viscerale il desiderio di averlo con sé più si espandeva il vuoto dentro di lei. La solitudine le faceva venire fame. Sapeva che colmare una mancanza affettiva col cibo non era una decisione saggia, ma nel cuore della notte tutto era permesso e, nel suo inconscio, perdonabile. Aprì la porta della camera e per poco non si prese un colpo. Khun era seduta sul tavolo della cucina, gli occhi lucenti le trapassavano il petto.
« Che fai ancora sveglia? Va’ a dormire? »
Stava parlando a Khun o a se stessa? Non sapeva dirlo. Accese l’abat-jour accanto al divano, strisciò i piedi verso il frigorifero e bevve un sorso di latte dalla bottiglia.
« Ne vuoi un po’? »
Ma Khun non le rispondeva. Continuava a fissarla con enormi occhi gialli, espressivi e scintillanti. Non aveva mai notato questo sguardo in tutti questi mesi. Non nascondeva un certo timore, un’inquietudine tremante che le scavava nel profondo e che andava setacciando ogni singolo fantasma di sé. Prese il barattolo di vetro dei biscotti, svitò il tappo rosso e prese due cookie con gocce di cioccolato grosse quanto un’unghia. Mentre ne addentava uno, Khun le si avvicinò. Cercava i suoi vizi.
« Vuoi le coccole, vero? »
Khun struciò la testa sul tessuto del pigiama. Masticava, Alice. Una volta inghiottito, prese a strofinare il naso vicino alle orecchie della micia. Poi, quando appoggiò l’altro biscotto sul tavolo, si rese conto di una larga goccia di saliva.
« Khun. »
La gatta continuava a guardarla dritta negli occhi con aria assente.
Alice le scrutò la bocca.
« Che fai ora, hai preso a sbavare? »
Ma mentre Alice tentava di analizzare la bocca della sua gatta, lei cominciò a innervosirsi.
Soffiò.
« Fai la brava, sto solo dando un’occhiata. »
Soffiò più forte. Cacciò fuori gli artigli.
« Che ti prende? »
Poi Khun prese a graffiarla.
« Calmati, maledizione. Che sarà mai. »
All’improvviso le addentò la mano. Due buchi puntinati di rosso le comparirono sul dorso.
« Ma che ca… stupida. »
Khun continuava a soffiare, a tentare di aggredirla. Alice prese uno straccio e se lo avvolse intorno alla mano, ma questo non bastò a placare il sangue. Sgorgava ininterrottamente. Strano che esca così tanto sangue per un morso, pensò. Più passavano i secondi più perdeva sangue. Davanti a lei, Khun era tesa, aggressiva, gocciolava saliva. Il sangue colava ancora, tanto che a terra si era formata una piccola pozza. Khun partì all’attacco, addentando una gamba.
« Piantala, cazzo, piantala! »
Alice si divincolò e corse verso la camera da letto. L’aprì prima che Khun potesse raggiungerla, ma quando la richiuse e pensava di essere al sicuro si rese conto che c’era qualcosa di strano.
Era di nuovo in cucina. Scappò ancora via da Khun, che stavolta si era fatta furba e l’aspettava dietro la porta. Tornò in camera da letto, chiuse la porta a chiave, ansante.
Ma si trovava ancora lì.
Che diavolo stava succedendo? Cambiò strategia, provò a correre verso il bagno. Aprì la porta, la chiuse più velocemente che poté, ma era come se ogni angolo della casa la riportasse in quella stanza. Nel frattempo, Khun era diventata una vera furia. Prima che potesse rendersene conto, le gambe, le braccia e il volto di Alice erano ricoperte di graffi e morsi. Il sangue non gocciolava più, si riversava a terra come se fosse contenuta in una caraffa inclinata. Il cuore premeva forte contro il petto.
« Che…?! »
La porta di casa. E’ l’unica soluzione, si ripeté.
Khun si agganciò con gli artigli alla schiena. Alice urlava, gridava con tutte le forze. Fece ruotare la chiave della porta d’ingresso e la richiuse alle sue spalle. Finalmente era salva. Quello era il fottutissimo pianerottolo. Si guardò le mani. Sembrava che avesse oltrepassato un groviglio di spine.
Si voltò con le spalle alla porta, annaspava. Doveva sedersi, respirare. D’un tratto, dalla tromba delle scale illuminate di un verde mirto, apparve Diego.
« Diego! Mio dio, aiutami. »
« Alice, piccola, cosa ci fai qui? Perché sei senza mascherina? »
« Khun è impazzita. Guarda che mi ha fatto! »
« A me sembra che stai bene. »
« Come?… »
« Già, anche a me sembra che stai bene. », si aggiunse Benedetta, in fondo al corridoio.
« Anche a me, cara. » e la vecchia Belmonti.
« Anche a noi. », dissero infine gli attori.
« No… », Alice stava perdendo la testa. La fronte grondava sudore e sangue.
Tutti gli inquilini del pianerottolo avanzarono verso di lei.
« Vi prego, lasciatemi stare. »
« Stai benissimo », dicevano all’unisono.
« Stai benissimo. »
« No. »
E avanzavano. La saliva che scivolava dalle loro bocche tumefatte, itteriche.
« Stai benissimo. »
« No. »
« Stai benissimo. »
« Benissimo. »
« Benissimo. »
« No! »
Alice si voltò, tentò di aprire la porta. Ma era troppo tardi.
« NO! »

Driiin
Driiiin

La porta.
Dio mio, era solo un incubo. Era madida di sudore, le lenzuola fradicie.
Driiin
« Arrivo, arrivo! »
Serafino sonnecchiava sul divano, testa sul cuscino. Khun invece la seguì all’ingresso.
« Stammi lontano. Oggi sono arrabbiata con te. »
Miao.
Alice osservò dallo spioncino.
« Diego? »
« Alice, sono io. Mi apri? »
« Che ci fai qui? »
« Il tuo avvocato mi ha fatto uscire. Volevo dirtelo ma non rispondevi al cellulare. »
« Dormivo. Ma… sono contenta che ti abbiano lasciato andare! »
« Anche io. Festeggiamo? »
Dallo spioncino Alice intravide una bottiglia di vino.
« Vino alle nove del mattino? »
« I bar e i fiorai sono chiusi da mesi, se non te ne fossi accorta. »
Sorrise.
« Lo sai che non posso farti entrare, vero? »
« Sono negativo! Mi hanno fatto due tamponi. Entrambi negativi. »
« Sì, ma… »
« Sono negativo, Ali. Dai. », disse con tono tenero e implorante.
Ai suoi piedi, Khun alternava lo sguardo fra lei e la porta. Si tirava su con le zampe posteriori e cercava la maniglia della porta.
« Smettila, non posso farti uscire. »
« Ma io non voglio uscire, voglio entrare. », rispose Diego.
« Non sto parlando con te, scemo. »
Silenzio.
Che doveva fare, lasciarlo entrare? Fremeva, moriva dalla voglia di abbracciarlo.
Nessun contatto fisico.
Indossare la mascherina.

In fondo era rimasta sola in casa per mesi. Era stata una cittadina oculata, prudente. Diego era risultato negativo a ben due tamponi. Persino la polizia aveva ritenuto opportuno lasciarlo andare. Vuol dire che non rappresentava alcun pericolo per gli altri, giusto?
« Diego… »
« Alice, apri. Ho voglia di te. »
Come faceva a resistere? Come?
D’un tratto sentì il rumore di una porta che si apre frettolosamente. Ne uscì la signora Belmonti, urlando.
« Aiutatemi, aiutatemi, signore mio, Gesù Gesù, mio dio! »
« Signora, che le prende? », si preoccupò Diego.
« Birba, il mio cane, si sente male! Si sta mordendo da solo! Corre per la casa come un forsennato! »
« Diego, che succede? »
« La signora, la tua vicina… emh… il cane. »
« Oh, cazzo. Porca… », imprecò Alice tentando di aprire la serratura.
« Signore, la prego, mi aiuti! », la signora Belmonti si stava disperando. Le mani sul volto, fra i capelli bianchi e ondulati. Il cane corso, preso dalla furia, riuscì ad aprire di forza la porta semichiusa e cominciò a correre all’impazzata per tutto il pianerottolo.
Alice ce la fece, aprì la porta quel tanto che bastava per tirare a sé Diego.
« Vieni, vieni, vieni. »
Sbarrarono la porta alle loro spalle. Birba ringhiava, spingeva con la testa contro la porta blindata, raschiava con le unghie.
« Per un pelo. », sospirò Diego mentre Alice stringeva il seno e la guancia contro il suo petto.
Alice fece cadere lo sguardo a terra.
« Dov’è Khun? »

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