
L’UOMO CHE SUONAVA IL PIANOFORTE CON I GUANTONI DA BOXE
Il palazzetto dello sport è gremito. Il vociferare del pubblico sembra il ronzio di uno sciame d’api. Gli occhi di bue illuminano il pianoforte a coda al centro del ring e una giuria composta da tre elementi prende posto ai piedi del quadrato dove sarebbe avvenuto l’incontro. Nello spogliatoio, seduto su un lettino, un uomo in smoking e i capelli brillantinati aspetta il suo allenatore. Quest’ultimo entra sorridente e si mette di fronte all’uomo in attesa. Gli prende le mani e comincia a ricoprirle di bende. Successivamente infila i due guantoni neri da boxe e gli dà una pacca sulla spalla. L’uomo si mette in piedi e indossa una vestaglia di seta. Il cappuccio giù fino agli occhi gli oscura la vista. L’allenatore lascia lo spogliatoio rassicurandolo di aspettarlo fuori la porta.
L’uomo cammina nervosamente all’interno dello spogliatoio sbattendo i pugni tra di loro per aumentare la presa dei guantoni. Una gocciolina di sudore scorre sulla fronte e poi cade a terra disegnando sul pavimento uno schizzo. Lo sguardo sui mocassini neri e lucidi fissava la punta delle scarpe, poi le mattonelle. Fa uno scatto in avanti, poi uno indietro. Poi qualcuno bussò alla porta e senza aspettare nessun tipo di risposta entrò. Con un sorriso finto si avvicinò al pugile baciandogli le guance. Gli ricordò di seguire il piano minacciandolo che se non lo avesse fatto poteva dire addio alla sua carriera. Dopo di che girò le spalle e se ne andò. L’uomo in smoking aprì la porta e davanti a sé, l’allenatore guardava il culo di uno dei magazzinieri che gli passava di fianco. Laconico gli disse “Andiamo”.
L’uomo in smoking, preceduto dal coach, molleggia sulle ginocchia spostando il peso del suo corpo prima sulla gamba destra, poi sulla sinistra. Intanto, il presentatore al centro del ring aizza il tifo del pubblico presentandolo come sfidante alla cintura per diventare il campione del mondo. L’uomo cammina lentamente, con passo sicuro, si guarda intorno. Il pubblico si divide tra chi lo incita e chi lo fischia, chi gli allunga il braccio per dargli il cinque e chi allunga il braccio con il dito medio alzato. L’uomo non si scompone. Arrivato vicino al ring il coach gli fa spazio tra le corde per facilitargli la salita. Poi, si toglie il cappuccio e alza le braccia al cielo scatenando le urla del pubblico.
Indossa il paradenti e con lo sguardo fisso sull’obiettivo cerca di sistemarsi il papillon goffamente, ruotandolo sulle 10 e 20. Mentre appresta a sedersi sullo sgabello il presentatore si alza in piedi e con voce decisa e squillante ordina il silenzio alla platea, che cala all’improvviso.
“Sonata n.5 Opera 10 n.1 eseguita dal maestro Ricky Bullboa” dice il presentatore.
Mentre la tensione saliva, la saliva si prosciugava e lo strepitio dello sgabello avvicinato al pianoforte riecheggiò in tutta l’arena. L’uomo in smoking fa un bel respiro, guarda i tasti del pianoforte e li sfiora con i guantoni colpendone alcuni involontariamente. Neri o bianchi non facevano differenza. Drin, drin, disse la campanella. Il primo round era appena iniziato.
Alla fine dell’ottavo round, l’uomo in smoking, seduto sullo sgabello all’angolo, fa respiri profondi mentre il coach gli asciuga il sudore intorno al viso. Lo sguardo fisso, perso sul pianoforte a coda, che immobile gli ricambiava lo sguardo in attesa che il pianista/pugile riprendesse, attraverso i colpi impacciati e goffi, a fargli emettere gemiti striduli, stonati, fastidiosi, disarmonici. Come una vergine che si lascia andare al piacere senza capirlo, incapace di lasciarsi andare emettendo versi di dolore, piuttosto che gemiti armoniosi. Drin, drin, il nono round aveva inizio.
L’uomo in smoking si avvicinò al pianoforte. Chiuse gli occhi e poggiò i guantoni sui tasti. Nella sua testa si fece vivido il ricordo della prima volta che mise le mani su quello strumento. La paura lo divorava. Scendeva e saliva le scale maggiori e minori con il timore di inciampare e cadere, sbattere la testa e rimanere immobile in attesa che qualche semiminima o semibreve si fermasse a soccorrerlo. Il tic-tac del metronomo prima a 90 poi a 100 poi a 120 era l’orologio che scandiva il battito della sua vita, fatta di rinunce, di pratica, di speranze svanite, di aspettative non soddisfatte, di rimproveri. Ora, su quel ring, la rabbia s’impossessava di lui. La sente pulsare nelle tempie. Il pianoforte suona mentre l’uomo le suona a quest’ultimo. Jab, diretti, ganci e poi difesa. La melodia che ne esce è una frustata che colpisce le orecchie del pubblico; i tasti saltano nel ring come semi di granturco che si trasformano in popcorn; le corde del pianoforte sono alle corde. Il pianoforte con la coda tra le gambe emette suoni acuti, grevi, sordi, privi di significato incapace di rispondere ai colpi. Il pubblico con gli occhi sgranati, quasi sognanti, ammira un’opera d’arte senza tempo, senza un metronomo che ne scandisce i battiti, ma accompagnati solo dal battito accelerato del proprio cuore. Drin drin drin drin drin la campanella emette la sentenza. Knock out.
L’uomo che suonava il pianoforte con i guantoni da boxe cerca di aprire la porta di casa in fretta e furia. Sulla spalla la cintura appena vinta e il suono vuoto delle chiavi che cadono per terra invade il corridoio del pianerottolo. Quando riesce a girare le chiavi nella toppa vede la luce dal salone accesa. Il suo allenatore è lì seduto che lo aspetta.
“Coach! Come, come cazzo hai fatto a entrare?”
“Non ha importanza, sei stato bravo stasera. La cintura ti dona.”
Silenzio.
“Mi dispiace.” Disse l’allenatore e uscì dalla casa nello stesso modo di come uscì dallo spogliatoio prima dell’incontro, ma questa volta l’uomo in smoking capì che non l’avrebbe aspettato fuori la porta.
Tre colpi di pistola lo raggiunsero dal buio e lo colpirono nel petto. Un uomo gli passò di fianco evitando la chiazza di sangue che si stava formando sul parquet. Uscì fuori la porta e mentre l’allenatore conteneva le lacrime uscire dagli occhi l’uomo gli disse:
“I patti, sono patti.”
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