Maura Melas

Serie: Il segreto dei dodici centenari


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Dopo i primi dodici centenari, con qualche divagazione e un intermezzo, in attesa del tredicesimo...

Sono tre settimane che non mi do pace. Non riesco a scrivere. Non è il blocco dello scrittore; un giorno – quando e se –  diventerò tale, o per meglio dire – poiché la grammatica non è un’opinione – quando e se, diventerò una scrittrice, forse mi succederà anche questo dramma di cui parlano i romanzieri. Per ora sono soltanto un’apprendista, autrice seriale, compulsava. Definizione che secondo la mia amica Gonaria suona un po’ sinistra; mentre Vanna sostiene nomen omen, riferendosi al mio cognome, che da noi – e non solo – significa appunto sinistra; così come si dice, spesso, “a destra e a manca”.

Mia cugina Antonella, invece, l’altro giorno, in macchina, si volta e mi dice: «Ma te… mano, cuore, voto e guida, tutto a sinistra?»

«Mica sono mancina» le ho risposto.

E lei: «Allora spiegami perché non tieni anche l’altra mano sul volante e soprattutto perché non eviti di invadere, fisso, la corsia di sorpasso».

Aveva ragione lei: ero sovrappensiero. Questi giorni sono molto distratta. Il motivo del mio tormento è dovuto al turbinio nella mia mente, che certi giorni diventa peggio del mio frullatore elettrico. Macina in continuazione, anche di notte, nel sonno, idee, fantasie e deliri vari che non potrei riversare in un calderone unico, neanche se fosse il pentolone enorme che usava mia madre per fare la conserva con i brucuitus (1) di Decimoputzu, in estate.

Ho pure sognato di preparare una zuppa mista, di cozze, arselle, gamberi e pesci vari, che schizzavano vivi dalla pentola, come gli astici o le aragoste nella scena del film Io e Annie, di Woody Allen.

La zuppa mista è buona, soprattutto quella di mare, con pomodoro, aglio e peperoncino, ma, in questo caso, devo scegliere che pesci pigliare, senza mischiare. Devo decidere se attendere fiduciosa il compleanno del grande senior di casa o intervistare la signora di Ussana, Pia Nilla, che l’altro giorno ha raggiunto – bella e arzilla – il traguardo dei cento anni. O forse dovrei iniziare a dedicarmi a una delle altre due serie che mi frullano in testa.

E mentre mi arrovellavo, per puro caso, ho sentito parlare di un’artista che ha immortalato, per alcuni anni di seguito, una serie di centenari e di ultracentenari della nostra isola.

«Una giovane pittrice, ancora poco nota che ha cominciato a farsi notare da alcuni critici d’arte» diceva il signore seduto accanto a me, all’ufficio postale, mentre chiacchierava con un suo amico, un attimo prima di avvicinarsi allo sportello, quando è comparso il numero centodieci, che teneva in mano.

Io, per esprimergli la mia gratitudine, gli avrei dato, volentieri, pure la lode e il bacio accademico, a quest’uomo alto, magro  e brizzolato – mica male –  in abito grigio, che profumava di Nonsocchè. Mi ha dato un suggerimento molto utile.

L’artista che ha nominato ha visto molti centenari, li ha messi in posa, ha delineato i tratti più espressivi dei loro volti. Li ha conosciuti scavando nella profondità dei loro sguardi, nelle tracce lasciate dal tempo, tra le pieghe della loro pelle. Nelle pose stanche, non del tutto erette, come reduci di una battaglia lunga un secolo, con tante giornate buone e molte altre maledette. Ho pensato, chiedendomi se questa donna avesse ascoltato le loro confidenze o se avesse colto qualche segreto mai svelato, che possa spiegare i motivi della loro longevità.

Ho provato subito a individuare il profilo di Maura Melas o Mebas – come l’aveva chiamata il signore accanto a me, che poco dopo è andato via. Di donne con quello stesso nome ce ne sono una sfilza. Alcune le ho escluse subito, per motivi anagrafici o per la loro residenza oltremare e oltralpe, distanti a oltranza.

Tre di loro sembrano le più compatibili, per alcune informazioni generiche che compaiono sui loro profili. Mancano i numeri di telefono e i contatti WhatsApp. Decido, quindi, di inviare la mia richiesta di amicizia e attendo con impazienza.

Una di loro ha accettato la mia richiesta, offrendomi la possibilità di inviare una comunicazione privata, via Messanger.

Alla domanda se fosse lei l’artista, pittrice e autrice del volume di ritratti intitolato A sa Beccesa (Alla vecchiaia), la donna ha risposto che l’unica artista della sua famiglia, capace di fare disegni meravigliosi, si chiama Sara; però, a parte qualche quadretto incorniciato da sua madre, non ha fatto alcuna mostra, né libro. La donna si è dichiarata comunque fiduciosa, sul futuro della promettente artista, avendo tutta la vita davanti a sé, per produrre grandi opere. Per ora deve imparare a leggere e a scrivere. Sara, la sua nipote più cara, ha solo cinque anni.

A questo punto ho pensato che fosse arrivato il momento di accantonare o di rinunciare del tutto, alla continuazione della serie sui centenari.

L’idea di tutt’altro genere, con altri temi, tutti da svolgere, ancora, nella mia zucca frullata, continuava a martellare come un picchio tentatore.

Che bello cominciare con slancio una storia completamente diversa, senza dovermi torturare per aggiungere fresche frasche di fico sul fuoco, per tanto fumo e niente fiamme. E quando entro di nuovo, per l’ennesima volta, con gesti compulsivi, nei soliti social – iniziando a far scorrere i post sullo schermo – wow, che post… eriore: la copertina del libro A sa beccesa, con decine di like e commenti vari.

Senza aver preso ancora visione dell’opera, ho cercato di intuirne il valore, provando a improvvisare qualche considerazione per quella mole di lavoro impegnativo, che meritava attenzione e rispetto. Le uniche informazioni che avevo erano quelle origliate, aspettando il mio turno all’ufficio postale, accanto all’uomo in grigio, che sembrava un esperto professore di educazione artistica. Ho memorizzato la sua citazione sull’iperrealismo moderno: “tecnica controversa, ma capace – sosteneva lui – quando l’artista è bravo, di suggestioni più forti degli scatti fotografici di Steve McCurry”. Forse esagerava, di proposito.

Chi non conosce il fotografo americano diventato famoso per la foto di Sharbat Gula, la giovane afgana dal volto stupendo e dallo sguardo color di giada, pubblicata per la prima volta nel 1985, sulla copertina del National Geographic Magazine? Uno scatto catturato in un campo profughi, in Pakistan, dove stava la ragazza in quel periodo. Da allora in poi la sua foto è comparsa dappertutto, anche nel calendario dell’ambulatorio in cui lavoravo fino a pochi anni fa. I suoi grandi occhi erano penetranti, magnetici.

Nel 2020 fu allestita anche qui da noi, a Cagliari, una mostra con un centinaio delle sue foto più belle o semplicemente copie ingrandite. Un’ occasione speciale, persa, di piena immersione nella grande bellezza da contemplare, andata in fumo. Non so bene perché, non ricordo. I soliti impegni di lavoro, forse. Casa, famiglia e – come direbbe Vasco Rossi –  “Ognuno intento a rincorrere i suoi guai”. Il treno è passato e McCurry non è più tornato, o forse, anche allora, era solo in collegamento da New York.

Il commento del professore o esperto d’arte, in fila alle poste, ha fatto riaffiorare nella mia mente le immagini delle tante opere sul genere iperrealista moderno viste sui post, senza dovermi recare alle mostre, alle gallerie d’arte o ai musei un po’ distanti dal paese. In particolare mi è rimasto impresso il ritratto di una vecchia, con le rughe profonde, la pelle un po’ cadente, i capelli radi, grigi e bianchi, disegnati a matita e pastelli, con l’ effetto di un soggetto vivo, più vivo della foto di un professionista.

Ho scritto il mio commento sotto il post del libro  A sa Beccesa, lasciandomi guidare dalla mia indole emotiva, senza grande censura razionale.

Qualche ora più tardi ho ricevuto la notifica per la reazione dell’autrice, con il logo e il nome del suo atelier: Tinta Frida.

Ho ricercato subito l’indirizzo del laboratorio di pittura, con quella strana denominazione, che, se fosse sardo, verrebbe tradotto letteralmente con colore freddo; oppure, in messicano, sarebbe stata la famosa Frida Kahlo e qualcos’altro.

Uno dei laboratori ha sede a Cagliari; l’altro nella città di Nuoro. Nei due siti è indicato anche l’indirizzo email e i contatti telefonici.

Ho controllato l’ora: un po’ tardi. Che faccio: chiamo, non chiamo, ma sì, chiamo. Nessuna risposta.

La mattina successiva mi sono alzata presto, ho preparato la colazione, facendo traboccare il latte e spargendo zucchero dappertutto, sul tavolo e sul pavimento, con fare maldestro; poi ho atteso che fossero le nove, ingurgitando cioccolatini assortiti e deliziosi babbi romagnoli. Sembrava che da quella telefonata dipendesse l’esito per la pubblicazione del mio primo libro, alla tenera età che ricorda il titolo di una vecchia canzone di I Cugini di Campagna.

La voce maschile, forte e gelida, mi ha lasciato interdetta per qualche istante, poi ho chiesto se fosse possibile parlare con Maura Melas. L’uomo ha risposto che avevo sbagliato numero e ha riattaccato subito, senza lasciarmi il tempo di aggiungere né boh, né bah.

E se il cognome fosse Mebas e non Melas? Sarei al punto di partenza.

Ora mi resta ancora un’altra possibilità; per il momento, però, mi fermo qua. Potrei aggiungere solo tre parole, tipo: Sole, cuore e amore,  ma non mi pare il caso. Scusate, quindi: ho quasi esaurito il credito di parole. Alla prossima.

(1) brucuitus: pomodori di forma allungata.

Serie: Il segreto dei dodici centenari


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Discussioni

  1. Un po’ diverso questo episodio, sembra quasi un diario di viaggio, per la tenacia e la voglio di scoprire. La prima parte è molto efficace, la descrizione della guida è così autentica che sembrava di essere sul sedile passeggeri e guardarti guidare distrattamente. Oh, che poi è proprio quando si guida che si fanno i pensieri più profondi! Alla fine la ricerca ha portato buon esito?

    1. Ciao! Che piacere ritrovarti anche qui.
      E grazie per la lettura e il commento. La risposta sull’esito della mia ricerca, se avrai la pazienza di leggere qualche altro episodio, potrai trovarla con tutti i particolari nel 5 e nel 6: “Il canuto e la brunetta” e. “La presentazione”.
      A presto, un abbraccio.

  2. Secondo me, se il popolo di Open si mobilitasse unito sul web, qualcuno magari ti potrebbe aiutare. Io mi sono scatenata subito, ma ho trovato (per ora) solo riferimento a uno spettacolo teatrale. Mi piace molto quando entri nei tuoi racconti, come ti ho già detto altre volte. Mi piace immaginare mentre guidi con la sinistra, per esempio. Credo che quando riusciamo a entrare in un nostro racconto, si crei anche quel ponte così importante con i lettori, che ci porta da loro e loro da noi. Credo che questa serie non si possa dire esaurita fino a quando tu avrai questa voglia fresca di scrivere dei tuoi nonnini e fino a quando noi avremo il desiderio di conoscerne le Storie.

    1. Ciao Cristiana, ti confesso che per esprimere il concetto di sinistra ho un po’ esagerato. Sono decisamente destrimane e uso sempre due mani per guidare. Volevo soltanto esaltare l’ idea di qualcosa che si sta indebolendo, mentre sta dilagando l’opposto.
      L’ opera che ho citato e` stata pubblicata di recente; esattamente a marzo. Il titolo e` diverso, ma le tematiche sono le stesse che, nel mio piccolo ho cercato di accennare in questa serie. Le differenze sono tante: i miei racconti sono brevi, tra realta` e finzione. L’opera di L. M. pesa un chilo e 400 grammi, 580 e piu` pagine. Un lavoro enorme, durato anni, ben fatto e del tutto veritiero. Lo sto leggendo, poi vi diro`.
      Grazie Cristiana, i tuoi commenti sono come il guanciale che sostiene la mia schiena, quando scrivo, in una posizione piacevole e rassicurante.

    1. Oggi avro` in mano il suo libro, non vedo l’ ora di leggerlo e di vedere tutte le foto.
      Grazie, Francesco di aver letto anche questo episodio; spero di non deludere con la seconda parte del racconto Maura Melas”.

  3. “Nel 2020 fu allestita anche qui da noi, a Cagliari, una mostra con un centinaio delle sue foto più belle o semplicemente copie ingrandite.”
    Vista a Genova quest’inverno, alcuni scatti ipnotici.

    1. Ciao Roberto, immagino quanta bellezza suggestiva nei volti straordinari fotografati da uno dei piu` grandi tra i contemporanei. Io, ho un grosso rimpianto, per aver perso l’ occasione di visitare la mostra a Cagliari.
      Grazie Roberto per questa condivisione.

  4. Beh, questa prima parte mi ha lasciato con la curiosità di scoprire chi davvero sia Maura Melas. o Mebas. Quindi, mi auguro vivamente che tu riesca finalmente a trovare l’autrice che l’ha raffigurata!

    1. Ciao Giuseppe, la giovane donna alla quale mi sono ispirata, senza discostarmi eccessivamente dalla situazione reale, alla quale ho dato il nome di Maura Melas, ha pubblicato un volume di 400 pagine, circa, con foto e interviste di centenari. La mia intenzione e` di provare a contattarla; non so se sia disponibile, in questo periodo, per un’ intervista, ma ci provero`.
      Grazie per la tua puntuale e gradita attenzione.

  5. a mio avviso, non ti manca proprio nulla per essere una scrittrice. Sai raccontare storie interessanti, col giusto ritmo e in uno stile mai banale. In particolare quest’ultimo – necessariamente breve – racconto lo mostra senza alcun dubbio. Hai messo insieme il numero esatto di parole necessarie a dire quello che volevi dire, né una di più né una di meno, e hai creato un clima, un’atmosfera del tutto personale, usando te stessa come personaggio. E non è la prima volta che riesci a questo. Che altro è scrivere?

    1. Grazie Francesca, il tuo supporto e` prezioso. Maura Melas e` uno pseudonimo, come si puo` intuire, molto simile al vero nome dell’ artista a cui mi sono ispirata: una giovane donna che ha realizzato un’ opera simile a quella da me descritta, con un titolo leggermente diverso. Non escludo di parlare con lei davvero, per la seconda parte di questo racconto.
      Ciao Francesca, un abbraccio.