Medico Legale

Serie: Summer Crimes


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Come fu solito in quei casi, per prassi l'autopsia venne svolta comunque. La vittima era una donna caucasica, di circa trentadue anni.

Alta 168cm per 52kg di peso e dei capelli biondi. Evidenti segni di una violenta colluttazione sul viso e nelle mani. Per il coroner fu piuttosto semplice individuarne le cause della morte: una lunga e profonda ferita da taglio, dalla giugulare anteriore fino a quella esterna posteriore coinvolta parzialmente, causata, da un grosso oggetto di metallo decisamente affilato. «È stata accoltellata alla gola mentre era ancora perfettamente lucida, Jack. Questi altri segni sul collo, invece, vedi? Provano che è rimasta legata, per qualcosa come… due.

Due giorni. Tre, al massimo.» Eccome dottor Stanley, hai ragione. Cazzo, se hai ragione, rifletteva lui, e gli chiese:

«che so, il corpo presenta ulteriori segni di tortura, nei polsi, in …» «No, O’Shea, nessuno» lo interruppe il medico legale.

«O almeno per quanto possa constatare così, su due piedi! Devi darmi altro tempo, se sarai fortunato troverò altri indizi e sarai il primo a saperlo» aggiunse, avviandosi verso l’uscita in modo da accompagnarvi Jack all’esterno e poter proseguire il suo lavoro senza ulteriori interferenze. «Lo sai Stan, se è stato veramente quel pazzo a farle questo io lo inchioderò, con ogni mezzo a disposizione del dipartimento! Costi quel che costi!» aveva detto l’agente uscendo dall’obitorio, ancora provato dalla funesta visione di quella giovane donna innocente con la gola completamente squarciata.  Fu proprio quella donna, la quarta vittima consecutiva, nel giro di poche settimane.

Anch’essa strettamente legata alle forze di polizia del 130-30 nella 28th Avenue, quartiere College, Queens.

Il distretto più grande di NY per superfice occupata ma per numero di abitanti solamente il secondo rispetto ai cinque totali, con ben due milioni e mezzo di cittadini. Sembrava proprio che qualcuno prese inspiegabilmente di mira i membri di quel preciso dipartimento, ed i familiari correlati ad essi. Il presunto serial-killer, così come recitavano i giornali, corrispondeva al profilo di un ex militare, o comunque a qualcuno dall’elevata formazione accademica appresa durante l’addestramento interno delle varie forze di polizia statunitensi.

Questo iniziò a lasciare una scia di cadaveri dietro di sé e finalmente il Bureau, dopo quel quarto omicidio capì che dietro la presenza di quelle vittime ci fosse qualche collegamento, d’altronde, loro non intervenivano fino alla tangibile presenza dello svilupparsi di alcuni precisi standard. Mentre il ragazzo, in corridoio, si stava dirigendo verso l’uscita sovrappensiero, un uomo in un elegante abito blu notte che in breve lo incrociò, domandò lui: «mi perdoni, il signor O’Shea?» «Si, sono io! E voi? Dovreste essere dell’Fbi, immagino…» rispose celere, con tono pungente. «Finalmente a Washington si sono degnati di sguinzagliare i loro cani… che c’è, l’ultima vittima è forse la lontana parente di uno dei vostri funzionari?» continuò, sarcastico. «Simpatico il ragazzo, eh, sentito?» disse il supervisore al partner di fianco, il quale non trasudava la benché minima emozione. «Iniziamo male, O’Shea, proprio male.

Già ti troviamo qui all’obitorio, dove non dovresti essere, poi fai anche lo stronzo. Mi sa che anziché essere colui a cui chiederò di mostrarmi ulteriori dettagli della “mia” indagine, finirai a qualche chilometro da qui, all’aeroporto Laguardia a controllare le auto che attendono in divieto di sosta o parcheggiate con il tagliandino scaduto.» sbottò il supervisore, dall’alto del suo grado. Il ragazzo riconobbe così che in fin dei conti, i due che avesse davanti fossero suoi superiori ed abbassò dunque la cresta. Capì che collaborare fu l’unica cosa ovvia che gli rimase perciò porgendo la mano, gli rispose: «mi perdoni, sono solo un po’ nervoso, chiedo scusa. Lei è, il signor…?» «Agente speciale supervisore Clark Mitchell, lui invece è l’agente scelto Howard Campbell» disse evitando la stretta ed indicando il collega di colore. Proseguì, «non siamo qui per scambiare convenevoli! Mostrarci dove si trova il coroner, svelto! Dobbiamo assolutamente parlare con lui al più presto.» «Si, certo! Da questa parte, seguitemi!» rispose Jack, in tutta fretta. Una volta tornati dal dottor Stanley, susseguirono una sfilza di domande d’ogni tipo. Quei due, sembravano sapere cose sconosciute sia ad O’Shea che al coroner stesso, il quale in un modo o nell’altro si trovò alquanto messo sotto torchio e dunque a disagio, poi con la stessa fretta in cui si presentarono, alzarono i tacchi. 

Campbell porse al ragazzo un biglietto da visita, mentre il supervisore lo liquidò con un «qualsiasi novità, c’è la dovrai comunicare tempestivamente! Anche se dubito che uno come te, possa trovare ulteriori indizi…» sonoro.

Che bastardi, non li ho mai sopportati! Loro e quei schifosi metodi da Gestapo che hanno, pensò.

Dopo aver bloccato il meccanismo della cella frigorifera in cui vi infilò quel corpo senza vita, il dottore uscì dall’obitorio visibilmente contrariato, sfilandosi il camice per poi poggiarlo sbadatamente sull’appendiabiti nei pressi della porta d’ingresso. L’amico si trovava ancora nei pressi, ad aspettarlo, voleva fargli anche lui altre domande ma venne preso in contropiede dal dottore: «forza Jack, andiamo a farci una birra! Ci sono alcune cose che dovresti sapere, ed è meglio se non ne parliamo qui» gli disse. C’era una grande intesa fra loro, i due si conoscevano da alcuni anni e furono svariati i casi in cui collaborarono insieme, grazie ai quali strinsero con il tempo un bel rapporto sia professionale che amichevole. Quella volta non andarono al solito fast food etnico nei pressi della centrale, Stanley chiese lui di salire sulla sua auto, poi, gli disse: «lo so io, tranquillo. Conosco un posto dove starcene tranquilli per un po’» mettendo in moto. Dopo un abbondante mezz’ora, lasciarono il veicolo in un multipiano proprio di fronte a Connolly’s, e attraversarono la strada. Jackson non era mai andato in un posto come quello, fin dai primi istanti in cui entrò si sentì per questo avvolto da un atmosfera fantastica. «Non vorrai dirmi che non sei mai stato in un Irish Pub…» se ne uscì Stan, prendendo posto in uno degli sgabelli fronte al bancone. «Non certo in uno come questo, amico, devo dire che è molto bello! Posso solo immaginare il motivo per cui tu mi abbia voluto portare proprio qui!» serioso, rispose O’Shea. «Il primo giro lo offro io, tu cosa prendi?»

Serie: Summer Crimes


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Discussioni

  1. C’è qualche problema di formattazione, soprattutto sui discorsi diretti, che andrebbero messi su righe diverse per rendere il testo più leggibile.
    Comunque, a parte questo, la storia sembra essere il solito caso di morte sospetta, che crea astio e dissenso fra i vari ufficiali. Sembra, appunto. Perché sappiamo bene che non è così.