Miscarriage



Avevo pensieri densi e quasi impertinenti quella sera. Ad interromperli solo il suono familiare e duro di quelle parole, flesse e occlusive, che arrivavano dalla strada. L’acciaio sassone di un idioma che sapeva cullarmi come una madre. Mi confortava quell’etimo tronco ma duttile, era un ‘’come back home’’ segreto che rimava col mio codice lessicale e lo modellava.

Quella sera quella lingua di ferrosa declinazione e impura assonanza mi teneva compagnia. Erano solo i bambini che giocavano a calcio nel cortile ma per me una cantilena confortevole. Nel freddo e nella pioggia, confortevole.

Come le coperte nel momento in cui tutto precipito’ in una macchia, porpora e frastagliata, che indovinai col pensiero prima che con lo sguardo. Non tremai, non mi resi conto. Eppure ebbi la sensazione di qualcosa che stava andando via. Qualcosa che stava prendendo una direzione opposta e si adagiava silenziosa al di fuori di me. Una macchia rossa al centro, poi più indecisa all’esterno, più titubante di colore e geometria. Poteva essere una tela, un’action painting che fissava la fase finale, una parte per il tutto, anzi il tutto in una parte che non era piu’ in me.

Non c’eri. Ripensai mentalmente a dove potevi essere, quale dei mille posti dove suonare. Quale. Ma del resto doveva essere una notte come tante. E non puoi privare un uomo della sua musica.

La sensazione fu quella di una disconnessione dalla frequenza più intima. Nessun dolore nè panico. Solo un maledetto “sto perdendo qualcosa di me”. E trenta minuti di assoluta immobilità a cercare di indovinare i contorni frastagliati di quella macchia. Un grumo di pensieri da sciogliere, una geometria da razionalizzare. Un vigliacco “non voglio vedere” . Ma già sentivo.

Nei momenti persi della vita in genere mi fisso sui dettagli. Mi concentrai sulla macchia che plasticamente prendeva vita e forma e colore propri. Vividi. Forse questo mi impose di chiamare Dora e dire solo pochissime parole: “ho bisogno di un dottore”.

Il risveglio fu bianco.

Lenzuola, candore cloroformio, neon abbagliante, suoni lattiginosi. E lo spazio immensamente bianco tra me e te che non era più un noi. I tuoi capelli la prima cosa che incontrai. Sul mio viso mischiati a quello che sapeva di lacrime. Ti lasciai la dolcezza crudele del silenzio ma cercai disperatamente ancora l’amorevole abbraccio di ferro e pioggia delle tue tonalità affettive. Il feed back fu un suono lieve, la risacca della tua anima.

Da quel giorno mi trascino un po’ di solitudine in più. E l’indelebile inchiostro del sangue di Viola, che io non ho saputo avere.



Pubblicato in LIBRICK SCELTI PER VOI, Narrativa

Commenti

  1. Marta Borroni

    Hai uno stile narrativo stupendo, attanagli sensazione, fai star male, ma è altamente positivo che tu riesca a far arrivare questa sensazione, lo fai in un modo altamente coinvolgente.
    Davvero molto molto brava!

  2. Edizioni Open

    Grazie Maeb, ci hai regalato un’altra storia avvolgente, da cui personalmente mi sento svuotato. Spero ti piaccia la copertina che abbiamo scelto. La tua storia è stata condivisa sul nostro canale facebook