Nonna Caterina

Serie: Il segreto dei dodici centenari


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Dopo zia Norina, Simplicio, il signor G., Alice, Emme di maggio, tziu Giulliu e tziu Luisicu, ecco nonna Caterina.

Quando Melissa, l’amica della mia amica Bardha, perse il lavoro di commessa in un supermercato, decise di prendere in casa la nonna materna, che aveva quasi novant’anni e non poteva continuare a vivere da sola. Adattarsi con una delle tre figlie o con la nuora, quasi impossibile.

Mimma, la più grande, era andata via quando aveva vent’anni e non si era fatta più vedere né sentire. Si vociferava che vivesse a Santo Domingo, con un bel Dominicano che poteva essere suo figlio. Inizialmente la gente ci aveva sguazzato, poi, per non annoiarsi, avevano ficcato il naso nelle ultime news del paese.

La seconda figlia, Seconda di nome e di fatto, aveva litigato malamente con la madre e avrebbe saputo sopportarla quanto una spina di pesce in gola.

Itria, la terza figlia, riusciva a tollerarla, ma non più dell’elastico stretto in vita delle sue mutande. Tata, la nuora – Maria Consolata il nome per intero – andava in giro dicendo che avrebbe preferito partire come volontaria, in Africa o nel sud est asiatico, a curare i lebbrosi, piuttosto che portarsi la suocera in casa.

Melissa, un po’ per necessità e un po’ per affetto, si era offerta di accudire la nonna, pur sapendo che non aveva un carattere facile. Le tante donne che si erano avvicendate negli ultimi anni, per darle una mano nei lavori domestici, non avevano un gran bel ricordo di Cattarrina, come la chiamavano loro. Scappavano tutte dopo un breve periodo e dicevano in giro che Cattarrina fosse una vecchia tirchia e bisbetica.

In casa di sua nipote, sin dai primi giorni, conversava poco e spesso si lamentava. Per un semplice raffreddore si allarmava. Cercare di curarla e rassicurarla con affetto, miele, propoli e pappa reale non le bastava. Pretendeva subito il medico in casa.

Un po’ di tosse e andava nel panico; un po’ di febbre e subito: “Sto morendo, sto morendo”.

Brontolava un giorno sì e l’altro pure, sentendosi trascurata dall’ unica figlia che andasse a trovarla. Quando Itria aveva un impegno e non poteva trattenersi come al solito, iniziava il dramma.

Come un disco rotto ripeteva alla nipote tutti i sacrifici fatti, da quando Itria aveva tre mesi. La notte non dormiva, piangeva in continuazione, sempre in braccio e sempre attaccata al seno. E poi… che ingrata… neppure si ricordava dell’esistenza di sua madre.

Quando sua nipote le faceva notare che Itria, la mamma, era andata via poco prima, lei, con uno sguardo torvo, metteva in dubbio ogni parola.

“Ma quando è andata via? E perché non è venuta a salutarmi? ”, insisteva nel dire, a causa della perdita crescente di memoria a breve termine.

Il tentativo della nipote di minimizzare il problema di quelle dimenticanze, la incupiva ancora di più. “Beato il giorno che mi seppelliranno” concludeva ogni volta, e restava muta per ore.

La sua smisurata diffidenza peggiorava la situazione. “Qui, nessuno mi lava. Va a finire che mi mangiano i vermi” era la frase consueta di commiserazione finale.

E quando sua nipote provava a ricordarle di averle fatto la doccia, lei negava, ostinata come un’autrice seriale, che respinge un’idea poco convincente, nella sua fissa per l’episodio da scrivere.

“Ma quale doccia e doccia. Io la doccia non l’ho fatta mai, in tutta la mia vita.”

In realtà, quando viveva sola – vedova di un minatore morto per silicosi – lei aveva solo la vasca da bagno, che usava in estate. In inverno ci faceva crescere i pulcini e si lavava a pezzi, usando il lavabo e il bidet. Un giorno un pezzo e il giorno dopo un altro pezzo. Figlia e nipote la canzonavano. “Nonna oggi si è lavata i piedi; ieri le braccia; domani le ascelle; dopodomani il sedere. Lavaggio completo in sette giorni.”

Ogni volta che doveva entrare nel box della doccia, nonna Caterina si lamentava e opponeva resistenza. Melissa riusciva a convincerla, dopo una lunga trattativa, per sfinimento, con toni inizialmente gentili e dolci, poi più decisi e infine spazientiti, dopo averle tolto gli indumenti di dosso. Un solo brivido era molto più efficace di tutto il fiato perso per convincerla a farsi lavare.

Melissa l’aiutava a sedersi sullo sgabello, poi regolava l’acqua; se qualche goccia ancora fredda le schizzava una gamba, lei strillava come se stessero tentando di annegarla in un fiume d’acqua gelida. E subito ripeteva: “Beato il giorno che mi seppelliranno”.

Nel 2021, durante la pandemia, anche nonna Caterina – all’età di novantanove anni – finì per essere contagiata. Febbre alta che non calava mai del tutto. Dolori diffusi e, a parte qualche gemito, neppure la forza di lamentarsi.

Avevano informato tutti i familiari, sentito il medico e chiamato il sacerdote. Don Dino, da buon Pastore misericordioso, tutto bardato con mascherina FFP2 e mascherina chirurgica, non si era sottratto al suo dovere, per benedire, in un momento così critico, con poche speranze di sopravvivenza, la vecchia Cattarrina.

Il giorno dopo era di nuovo vivace come un grillo e protestava per alzarsi dal letto, stufa di restare distesa come una mummia.

Figlia e nipote l’avevano portata al bagno, surriscaldato, che pareva di entrare nel panificio del paese, col forno a legna acceso.

Il tempo di miscelare l’acqua e la nonna aveva già iniziato a urlare che prima o poi le avrebbero fatto venire un accidente, lasciandola tutta nuda, da un’ora, in quella Siberia. E mentre l’acqua, moderatamente calda, iniziava a scorrerle addosso, l’immancabile frase: “Beata l’ora che mi seppelliranno”. A quelle parole, madre e figlia si erano guardate in faccia, trattenendo una risata, nella convinzione che fosse di nuovo guarita.

Quando il covid l’aveva colpita per la seconda volta, con febbre alta, dolori vari, fiacca da non riuscire a reggersi neppure in posizione seduta e con nessuna voglia di protestare, avevano informato di nuovo tutti i familiari e consultato il medico. La figlia aveva richiamato il sacerdote. Don Dino, con visiera e mascherina, era tornato, per compiere il suo sacro dovere: benedire e riscuotere.

Dopo qualche notte critica, nonna Caterina se ne stava di nuovo seduta sul letto, vispa e pungente più di un’ape regina.

Per pranzo le avevano dato un po’ di minestrina e pesce bollito: non abbastanza per sentirsi sazia. Dopo meno di un’ora da quel pasto leggero, si era fatta sentire, dalla camera fino al cortile, reclamando per non averle dato ancora niente da mangiare. Sua nipote, che stava stendendo i panni, si era precipitata, temendo che fosse caduta dal letto. Poi aveva cercato di placarla: “Nonna, hai già mangiato.” “Voi volete farmi morire di fame” era stata la sua replica, con la solita conclusione: “Beato il giorno che mi seppelliranno”. E non le aveva dato tregua finché non aveva mangiato una banana.

Negli ultimi tempi l’udito era peggiorato, così come l’umore. Rifiutava le protesi acustiche e quando riuscivano a fargliele usare, le lasciava cadere a terra. Più volte, alzandosi in piedi per andare al bagno, ci aveva messo i piedi sopra, rompendole.

Nel grande giorno del suo centesimo compleanno, durante la visita del sindaco, con omaggio floreale, foto e targa ricordo, aveva avuto un atteggiamento ostile; muta e assente, come se fosse diventata completamente sorda.

Dopo aver acceso la TV la nonna aveva chiesto in malomodo il telecomando, per abbassare il volume. “Ma insomma – aveva sbottato – non sono mica sorda.”

Più tardi, quasi parlando tra sé e sé, aveva manifestato il terrore che “quello lì”, il sindaco, fosse andato per farla internare in un ospizio a pagamento, per riempirsi le tasche con i soldi della sua pensione.

Soltanto don Dino, quando le portava l’ostia consacrata, riusciva a farle dire qualche parola in più, oltre l’Ave Maria, che terminava con la solita frase: “Benedetto il giorno che mi seppelliranno”.

Era stata male una terza volta. Tre giorni d’inferno, per sospetta broncopolmonite. Il medico aveva sconsigliato il ricovero. Le aveva prescritto una sfilza di farmaci da somministrare a tutte le ore del giorno.

La nipote aveva parlato con sua madre, con la zia e con la cugina che andava spesso a darle una mano per assistere la nonna. Avevano deciso, di comune accordo, di non chiamare il prete.

“Sia fatta la volontà di Dio” aveva detto Itria.

Più tardi nonna Caterina aveva ricominciato a strillare: “In questa casa non c’è mai nessuno che mi dia da mangiare. Che brutta fine ho fatto. Benedetto il giorno che mi seppelliranno.”

Dopo alcuni giorni, la più giovane delle sue nipoti era andata a portarle l’invito di partecipazione alle sue nozze; pur sapendo che la nonna riusciva a stento ad arrivare fino al bagno, accompagnata, utilizzando il deambulatore e trascinando il passo.

Un gesto dovuto, da parte della futura sposa, giusto per farle sapere.

Nonna Caterina si era infilata gli occhiali per leggere la data. “Se Dio vuole ci sarò” le aveva detto. Subito dopo si era rivolta alla nipote per prenotare un appuntamento a domicilio con la sua parrucchiera di fiducia: taglio, tinta e messa in piega.

E un posto in prima fila, vicino all’altare, con l’abito nuovo e le tasche ancora piene di tanto filo da torcere per figlia e nipoti.

Serie: Il segreto dei dodici centenari


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Discussioni

  1. Una storia che a tratti strappa qualche sorriso, ma che lascia trasparire tutte le difficoltà sia di nonna Caterina che di Melissa.
    Prendersi cura di una persona che, per un motivo o per un altro, non è più autosufficiente è un’impresa che mette a dura prova tanto il corpo quanto la mente. Se a questo si aggiunge anche la perdita di memoria diventa anche estenuante e frustrante. Però, sono contento che la nonna sia riuscita a superare il covid per ben tre volte. Chissà, forse sarà lei la prescelta per superare il record di cittadina sarda più longeva di sempre.

    1. Da cio` che scrivi ho l’ impressione che tu sappia bene cosa significa assistere una persona non piu` autosufficiente. Non e` facile quando la persona, in eta` avanzata, ha un indole capace di adattarsi alle sue limitazioni crescenti e alla dipendenza da altri, che siano figli, nipoti o assistenti di vario genere.
      E quando il carattere, gia` duro dapprima, si inasprisce, l’ impegno di cura quotidiano diventa, come dici tu, molto piu` frustrante. L’ anziano fragile assorbe anche involontariamente l’ energia di chi si prende cura di lui o lei; inoltre il livello di stress mentale provoca spesso la famosa sindrome di burnout.
      Grazie Giuseppe per questa condivisione, per me preziosa. 🙏

  2. Ancora un bel racconto, con uno stile differente, forse ironico. Con l’età dicono che il carattere peggiori, altri asseriscono che il vino buono migliori con gli anni che passano (secondo me diviene acido, invece). Però ho conosciuto dei vecchi dolcissimi. Chissà. Caterina del resto, lo afferma da sola: “Benedetto il giorno che mi seppelliranno!”. Una forma di resistenza scaramantica, la sua.

    1. Grazie Bettina; probabilmente hai ragione tu: ripetere come un mantra la frase riferita alla morte, e` scaramantica. Mio padre ne dice una simile, soprattutto quando vuole farci sentire in colpa. Lui di anni ne ha compiuto solo 99 e due mesi; ancora giovane rispetto alla nonna di Melissa.

  3. vivere molto a lungo può essere nello stesso tempo un privilegio o una condanna. Per questa resistentissima nonna Caterina pare che la condanna sia per gli altri. Conosco e ho conosciuto situazioni analoghe: quando la longevità si coniuga a forme più o meno spiccate di assoluta concentrazione su se stessi – e capita di frequente – le persone o la persona di famiglia che più si prende cura dell’anziano o anziana si sobbarca a una fatica spesso improba. E non sempre si riceve un “grazie” per la propria dedizione. Ciononostante, diventare molto vecchi è il solo modo di vivere a lungo. È difficile per me dire se me lo auguri o meno, ma nel caso mi capitasse non posso escludere che mi comporterei né più né meno come nonna Caterina.

    1. Sacrificarsi per qualcuno, in questo caso assistendo una vecchia, nonna e madre, per necessita`, per affetto o per senso del dovere e non ottenere alcun gesto amorevole in cambio o gratificazioni di alcun genere, sicuramente e` frustrante, a lungo andare, per chiunque. La condizione di una persona priva di autonomia che si sente inutile, in balia degli altri, credo sia anche peggio. Anch’ io, che vorrei campare ancora a lungo, mi faccio la tua stessa domanda. Come mi comportero` se dovranno assistermi? Temo che saro` insopportabile.

    1. Grazie Francesco. La gente comune ha sempre una storia di vita che somiglia spesso a quella di tanti altri simili per condizioni psicofisiche, famigliari e sociali. Ed e` soprattutto la gente comune che contribuisce a fare la storia, quella piu` grande e importante, nel bene e bel male, di un intero popolo. Nella ricca varieta` dei caratteri e dei comportamenti si riscontrano sempre diverse caratteristiche tipiche dell’ eta` e del territorio di appartenenza, ma anche, per alcuni aspetti, universali.

  4. Questa Cattarrina mi ha messo una tale ansia che forse me ne vado anche io a Santo Domingo! Un episodio più scanzonato rispetto ai precedenti e uno stile diverso, direi quasi più didascalico, rapido, adatto al carattere del personaggio. Alla fine mi chiedo: ‘E…?’ Nel senso, non voglio essere irriverente, ma capace che è ancora fra noi 🙈

    1. Ciao Cristiana, ti svelo un piccolo segreto di “Cattarrina”. Avevo scoperto casualmente alcune situazioni tragicomiche di questa storia, dalla mia amica Bardha che ci ha messe in contatto per conoscere il resto, con altri aneddoti e caratteristiche varie della nonna. L’ incontro con la nipote, per motivi vari e` saltato e poi rinviato a chissa` quando. Ho deciso percio` di inserire alcuni particolari mancanti, seguendo il mio intuito e la mia immaginazione. Ho dato un nome di fantasia a tutte, per tutelare la privacy e un soprannome alla vecchia, che calzava a pennello con Caterina e con il problema cronico, comune alla maggior parte dei vecchi.
      Mi chiedi se e` viva e da` ancora il tormento a figlia e nipote. No, so che non ha superato il terzo malanno, all’ eta` di 101 anni.
      Grazie Cristiana, un abbraccio.

  5. Eh, la tempra d’altri tempi… Peccato che così spesso si accompagni alla convinzione che tutto sia dovuto, in età avanzata almeno tanto quanto in età prescolare.
    Cara Maria Luisa, con la tua prosa efficace e carica di tenerezza ispiri affetto anche per i caratteri più insopportabili…

    1. Dicono che da vecchi si torna bambini: capricciosi, egoisti, lagnosi…
      Piu` facile gestire il comportamento di un bambino, credo; pero` un vecchio, che sia padre o madre, nonno o nonna, e` sempre qualcuno che, avendo dato, piu` o meno tanto, vanta il diritto di ricevere cio` di cui ha bisogno. A volte, pero`, bisogna armarsi di santa pazienza; soprattutto quando la vita si allunga, la lucidita` cala col decadimento mentale e il PH dell’indole si inasprisce ulteriormente, finche` c’ e` la forza e la volonta` di reagire.
      Grazie Giancarlo, per la tua attenzione e per la tua consueta, impagabile gentilezza.

  6. Con nonna Caterina hai risvegliato ricordi del mio nonno materno. Stessi identici modi, tranne per lo slogan: “A comu ch’appa cummattiri iù!” era il suo. Tradotto liberamente: “Ma per quale arcano motivo mi tocca affrontarli a viso aperto! Questi poco di buono, nullafacenti e sfruttatori!”…
    E nonna Caterina nella sua ruvidezza ha riacceso dei ricordi talmente tanto teneri e soffici che mi hanno commosso! Emme… ti adoro.

    1. Mi piace quando scrivete certe espressioni in siciliano, tipiche della vostra zona di appartenenza. Adoro i dialetti: sono la manifestazione piu` autentica dell’ antica cultura di un popolo.
      E grazie per avermi confortato con le tue parole, nell’ evocazione del ricordo di un’ altra nonna, a te cara, penso, nonostante certe caratteristiche poco amabili, comuni alla maggior parte dei vecchi.

    2. Perdonami Emiliano, ho fatto confusione. Nel tuo commento il ricordo e` legato al tuo nonno materno, mentre io, nella risposta, (flippata da 162 anni di eta`: la mia + quella del mio vecchio babbo), ho scritto nonna.